Visualizzazione post con etichetta PVS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PVS. Mostra tutti i post

lunedì 4 agosto 2008

8x1000, più soldi al Molise che al Terzo Mondo

La televisione, dove l’unico spot circolante è quello della Chiesa Cattolica, ci ha abituati a pensare all’8x1000 come a una magnifica occasione per aiutare i derelitti della Terra. Nelle pubblicità compaiono bambini di Paesi poveri, fame e miseria. Far tornare un sorriso su quei volti emaciati è facile: basta apporre una firma sulla dichiarazione dei redditi e si destina una quota dell’Irpef a quelle popolazioni in difficoltà.
Una bella favola. Peccato che resti, appunto, una favola. La Chiesa Cattolica destina solo il 20% di quello che riceve con l’8x1000 per fare della carità (fonte Cei). Il resto lo incamera. Le istituzioni laiche non fanno meglio. Tra il 2001 e il 2006 lo Stato italiano, attraverso l’8x1000, ha destinato all’Africa 9 milioni di euro per combattere la piaga della fame: un quinto di quanto ha dato per la regione Lazio (43 milioni). E pensare che il Continente Nero, con i suoi oltre 800 milioni di abitanti, ha preso più degli altri. All’Asia, 4 miliardi di individui, è arrivato un milione e mezzo: il prezzo di una villa in Sardegna. O se si preferisce un quarto di quanto il governo ha stanziato - prelevandolo dallo stesso fondo - al solo Molise (7,2 milioni di euro). Seguono l’America Centrale con 610mila euro e quella Meridionale con 560mila, poco più e poco meno di 10mila euro all’anno.
E sarebbe andata ancora peggio se nel 2006 tutta la quota statale, ovvero 4,7 milioni di euro, non fosse stata completamente destinata a progetti contro la fame nel mondo. Evidentemente la beneficenza va di moda solo negli spot. Secondo la sezione di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti dal 2001 al 2006 lo Stato italiano ha elargito 272 milioni di euro grazie all’8x1000 degli italiani. Ma se si vanno a guardare le aree di intervento, le differenze sono enormi: 179 milioni (il 66%) sono serviti per finanziare progetti di conservazione di beni culturali; 59 milioni (il 22%) per affrontare calamità naturali; 22 milioni (l’8%) per l’assistenza ai rifugiati; solo il 4% è andato a progetti contro la fame nel mondo.
Una scelta difficile da spiegare, a meno che non si entri nel dettaglio e s’intuiscano alcuni meccanismi che governano la classe politica italiana. Se si scorrono i progetti finanziati nei sei anni presi in esame, si scopre che il 40% circa ha riguardato il restauro di chiese, abbazie, conventi e parrocchie. Un aspetto che non è sfuggito alla Corte che, in adunanza pubblica, ha chiesto conto alla rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tanti finanziamenti a enti religiosi. La risposta è stata che il patrimonio artistico, culturale, storico e architettonico degli enti religiosi in Italia è di grande eccellenza. Vero, ma la Corte non ha potuto che richiamare alle norme che regolano la distribuzione dell’8x1000 e che parlano di bilanciamento nella scelta dei progetti e di urgenza degli stessi.
La disparità di trattamento, invece, è evidente. Tanto più se si tiene conto di altri dati. I numeri parlano da soli: i 315 milioni di euro attribuiti allo Stato dal 2001 al 2007 impallidiscono di fronte ai 6.546 milioni ricevuti dalla Chiesa Cattolica. È il ritorno dello spot televisivo? I creativi sono bravi, ma non così tanto. A meno che non si voglia annoverare in questa categoria (e il personaggio di sicuro lo merita) anche l’attuale ministro delle Finanze Giulio Tremonti. È sua l’idea del meccanismo di redistribuzione che tanti mal di pancia fa venire ai laici che siedono in Parlamento ma non solo.
Non tutti gli italiani dichiarano a chi deve andare il loro 8x1000. Solo il 40% lo fa scegliendo tra Stato, Chiesa Cattolica, Valdesi, Luterani, Comunità ebraica, Avventisti o Assembleari. E il restante 60%? In altri Paesi, dove la donazione deve rispecchiare una volontà esplicita del contribuente, questa quota rimane allo Stato e quindi a disposizione di tutti. In Italia viene invece ridistribuita secondo le proporzioni del 40%, dove i cattolici vanno forte. Alla fine circa il 90% dell’intero gettito va alla Chiesa. Si tratta di quasi un miliardo di euro all’anno, 991 milioni nel 2007.
E pensare che quando nacque l’8x1000, la sua funzione era quella di sostituire la congrua per il pagamento dello stipendio ai sacerdoti. Lo Stato era anche disposto a mettere di tasca propria il denaro necessario per arrivare alla cifra di 407 milioni di euro nel caso i fondi fossero risultati insufficienti. Oggi gli stipendi dei preti rappresentano un terzo dell’8x1000 che va alla Chiesa, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione la cifra, nemmeno la commissione bilaterale italo-vaticana che aveva il compito di rivedere le quote nel caso il gettito fosse stato eccessivo.
Del fiume di denaro che va alla Chiesa Cattolica, la Cei destina il 20% per opere caritatevoli, il 35% per pagare gli stipendi dei 38mila sacerdoti italiani e il resto, circa mezzo miliardo di euro, viene ufficialmente utilizzato per non meglio precisate «esigenze di culto», «catechesi» e «gestione del patrimonio immobiliare». Forse anche per questo lo slogan scelto dai Valdesi per un loro spot radiofonico di qualche tempo fa era: «Molte scuole, nessuna chiesa». La pubblicità in questione è stata vittima di una sorta di censura: per mesi non è stata mandata in onda. Non è l’unica disparità che lamentano le altre confessioni religiose.
Diversamente dai cattolici, infatti, Valdesi, Luterani, Comunità Ebraiche, Assembleari e Avventisti ottengono i fondi (volontariamente sottoscritti dagli italiani) solo dopo tre anni. Alla Cei, invece, lo Stato versa un anticipo del 90% sull’introito dell’anno successivo. Le vie del Signore, in alcuni casi, si fanno scorciatoie. Ma le disparità tra religioni diverse non sono le uniche che si possono riscontrare tra i finanziamenti statali dell’8x1000.
Nonostante i criteri di scelta dicano che, per finanziare i progetti, è necessario tener conto di vari fattori, tra cui anche quello della maggiore o minore popolazione presente sul territorio su cui insiste il progetto, ci sono regioni che paiono baciate dalla fortuna. In sei anni all’Abruzzo sono andati 13 milioni di euro, quanto la Sicilia e la Toscana, e quattro volte l’Umbria (3 milioni di euro). E che dire delle Marche (22 milioni di euro), che ha ricevuto più del doppio di una regione come il Piemonte? Capire perché questo accade è praticamente impossibile.
Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio, che si occupa della distribuzione dei fondi, dichiara di aver tenuto conto dei criteri scelti dalla Presidenza, ma anche «della commissione tecnica di valutazione», dei «pareri non vincolanti delle Camere», di imprecisate «indicazioni arrivate da autorità politiche» e dei suggerimenti delle «commissioni parlamentari». Come dire: di tutti. Il risultato è stata la solita guerra tra lobby, che però ha provocato un effetto perverso: l’enorme frammentazione dei finanziamenti.
Se ognuno vuole la sua fetta di torta, per quanto piccola, l’esito è scontato: l’8x1000 si perde in una serie infinita di rigagnoli. Il 78% dei finanziamenti erogati, ovvero tre su quattro, è inferiore a 500.000 euro. Quasi la metà (43,22%) è compreso tra i 100 e i 500 mila euro. Chi dovrebbe evitare tutto questo è la Presidenza del Consiglio. Per legge dovrebbe essere il filtro che dà unitarietà e razionalità agli interventi, ma non accade.
La Corte rileva che i ministeri si rivolgono direttamente al dicastero delle Finanze per i progetti. Questo ha un ulteriore conseguenza: se si elimina la responsabilità della Presidenza del consiglio, chi controlla gli esiti dei lavori? Il regolamento stabilisce che, passati 21 mesi, se questi non sono iniziati, il finanziamento viene revocato. Sarebbe dovuto accadere per esempio per la Chiesa della Martorana di Palermo, per il Complesso di Santa Margherita Nuova in Procida o per la Chiesa di santa Prudenziana a Roma. Non è avvenuto.
Di fronte a questi risultati non stupisce la disaffezione dei cittadini. Nel 2004 il 10,28% dei contribuenti aveva affidato il suo 8x1000 allo Stato. La percentuale è scesa all’8,65% nel 2005, all’8,38% nel 2006 e al 7,74% nel 2007. Forse avranno contribuito le leggi che in questi anni hanno decurtato la quota statale senza tener minimamente conto delle finalità per cui era stato istituito l’8x1000. Nel 2001 sono stati prelevati 77 milioni di euro per finanziare la proroga della missione dei militari italiani in Albania e nel 2004 il governo Berlusconi ha deciso una decurtazione di 80 milioni di euro anche negli anni successivi per sostenere la missione italiana in Iraq. Le decurtazioni dal 2001 al 2007 sono ammontate a 353 milioni di euro, più dei 315 milioni rimasti nel fondo 8x1000. Siamo lontani anni luce dai bambini dello spot in tv.

RAPHAEL ZANOTTI
Fonte: http://www.lastampa.it

giovedì 10 luglio 2008

Intervista a Yunus, il banchiere dei poveri

«Il Welfare fa sopravvivere, noi diamo un futuro»
di Francesco Olivo

ROMA (9 luglio) - Quando concesse un prestito di 27 dollari alle donne di un villaggio del Bangladesh, il professor Yunus capì che quello era un modello economico per far uscire milioni di persone dalla povertà. Lo presero per matto. Poi, dopo molti anni, ha vinto il premio Nobel per la pace e il microcredito è diventato una realtà in ogni angolo del mondo. La sua Grameen Bank fornisce piccoli prestiti che risvegliano lo spirito imprenditoriale anche nei mendicanti. Muhammad Yunus, bengalese di origine, 68 anni, economista e banchiere, è a Roma per presentare il suo libro Un mondo senza povertà (Feltrinelli, 237 pagine, 15 euro) e per ricevere la laurea honoris causa della facoltà di Scienze politiche della Sapienza.
Professore, in genere quelli che hanno teorizzato un’umanità liberata dalla povertà hanno sbagliato ricetta e previsioni...
«Io non sostengo soluzioni ideologiche. Siamo abituati a pensare che, quando un individuo crea qualcosa, ne debba poi beneficiare economicamente. C’è un’altra via, però: quello che produco può essere messo a disposizione per la realizzazione di obiettivi sociali e non di profitti. Il microcredito è un sistema concreto basato sulla fiducia delle persone. La Grameen non ha neanche un avvocato, né un esattore».
Cosa distingue la Grameen dalle banche tradizionali?
«Gli istituti tradizionali prestano soldi a chi già ne ha. Il microcredito ribalta questa pratica: diamo prestiti ai poveri».
Ma cosa vi garantisce che i soldi vengano restituiti?
«L’unica garanzia è la fiducia. Chi ha avuto un prestito sa che, se restituisce i soldi in tempo, potrà accedere ad altro credito. E’ un sistema virtuoso che funziona praticamente sempre».
Ci sono Paesi che stanno uscendo dalla povertà grazie a queste esperienze?
«In Bangladesh l’80% dei poveri è entrato nei programmi del microcredito, ogni villaggio è stato raggiunto. La sfida è arrivare al 100%: in questo modo non solo si migliora l’esistenza delle persone, ma si stimola l’economia del Paese».
Il microcredito si può affiancare allo Stato nei Paesi in cui esiste il Welfare?
«Lo Stato sociale garantisce la sopravvivenza, il microcredito fa uscire le persone dalla povertà. Il Welfare ti aiuta, ma ti tiene fermo dove sei. Lo Stato deve garantire l’assistenza, ma poi deve proporre un’alternativa, dicendo al cittadino: vuoi in regalo 200 euro o ne vuoi 2 mila in prestito per crearti un futuro? All’inizio saranno pochi quelli che rischieranno, ma il loro successo sarà un buon esempio. Lo Stato non deve operare come una banca, ma deve promuovere il business sociale».
Perché i prestiti della Grameen vanno quasi esclusivamente alle donne?
«Perché le donne gestiscono meglio i soldi. I figli e tutta la famiglia ne beneficiano. Se un uomo viene a chiedere un prestito, noi gli diciamo “fai venire tua moglie e vedrai che la pratica si risolve prima”. Funziona così».
Proponendo questo modello di credito alternativo, ha trovato nemici?
«I primi nemici sono stati gli integralisti religiosi ostili al fatto che concedessimo il credito alle donne. I politici, invece, ci dicevano che queste erano questioni loro e non degli economisti. La destra era contraria perché ci rivolgevamo ai poveri, la sinistra perché siamo capitalisti e non rivoluzionari».
E i banchieri? Parlate linguaggi molto diversi...
«Mi ascoltano con attenzione, in qualche modo mi apprezzano. Poi, però, si ritengono incapaci di applicare il modello che propongo».
Si può ipotizzare una data entro la quale la povertà verrà sconfitta?
«Non è facile, ma è utile. Se fissiamo una scadenza, per esempio il 2030, allora ci possiamo impegnare concretamente per rispettarla. Se restiamo vaghi, allora il problema non si risolverà mai».
La povertà è in crescita o diminuisce?
«In generale è in diminuzione. In particolare in Cina, India, Vietnam, Bangladesh e Indonesia, ci sono grandi progressi. Il problema è l’Africa, anche lì il microcredito può fare molto ma è presente solo in piccole realtà».
Rispetto a quando ha cominciato, la situazione è migliore o peggiore?
«Non vedo più la rassegnazione che esisteva un tempo. C’è più speranza che la propria condizione possa migliorare. La sfida maggiore era cambiare la mentalità e questo è uno scopo raggiunto».
Il G8 in corso in Giappone ha in agenda il problema della fame, ne uscirà qualcosa di positivo?
«I leader devono dimostrare di non essere solo dei politici locali. Per loro è un’opportunità. Per quelli che cominciano è una prova importante, per quelli che stanno per lasciare è l’ultima occasione per fare qualcosa di utile».

Muhammad Yunus a Roma

Oggi la citta di Roma ha accolto, con l'accoglienza che le è congeniale, Muhammad Yunus,il banchiere bengalese,inventore del microcredito e il Rettore dell'Università "La Sapienza" gli ha conferito, in mattinata, la laurea honoris causa in SCIENZE PER LA COOPERAZIONE E LO SVILUPPO.
E' una bella notizia se si tiene presente che l'economista è già stato insignito nel 2006 del Premio Nobel per la Pace.
Molti gli studenti presenti presso la Facoltà di Scienze Politiche, i membri del Corpo accademico e tanti i visitatori incuriositi dall'evento.
La stessa facoltà di Scienze Politiche de "La Sapienza" aveva assegnato la laurea honoris causa in passato a LUIGI EINAUDI nel 1958,a LUIGI STURZO nel 1959 e a PAUL GUGGHENHEIM nel1966.
La povertà nel mondo può sparire,si andrà nei musei per vedere cos'era. E' quanto sostiene Yunus,denominato anche "banchiere dei poveri".Una persona che appoggia fino in fondo tutte le ragioni del capitalismo, del guadagno e del mercato.Tuttavia capace di proporre strade diverse come quelle del business sociale.
Il problema è che in tutto il mondo le banche prestano soldi solo ai ricchi-egli precisa.Io invece sono partito dal prestare cifre minime ai poveri per consentire loro di riscattarsi dai debiti e iniziare una piccolissima attività.Le più affidabili per portare avanti questo progetto si sono, via via, rivelate le donne.E così la GRAMEEN BANK ha per clienti al 97 pre cento donne.Quando i mariti poveri hanno pochi soldi e li passano alle mogli, quest'ultime sono costrette a gestire, senza ottenere risultati, un bilancio con scarse risorse. Non appena però la donna riceve in prestito una piccola somma, subito pensa ai suoi figli e al loro futuro. Ossia,quando qualcuno ha in mano del denaro, cambia modo di pensare, di stare al mondo.
Da quel primo esperimento di microcredito oggi la la GRAMEEN BANK ha sedi in tutto il mondo.Compresa New-York.E i prestiti vengono sempre restituiti, dalle donne, fino all'ultimo centesimo. Cosa che non avveniva con gli uomini nella fase sperimentale iniziale.
Solo l'EUROPA non ha ancora una sede della GRAMEEN BANK. Ma non tarderà probabilmente ad arrivare dopo questo primo giro esplorativo di MUHAMMAD YUNUS.
Secondo YUNUS l'essere umano ha una forza enorme che va incoraggiata. Sono le teorie economiche,a suo avviso, che mancano di creatività. I grossi problemi - sottolinea - sono in Africa principalmente. Ma la strada è aperta: anche lì qualcosa si può fare.
L'ottimismo di quest'uomo, il suo carisma, sono contagiosi. Vogliamo credergli.
A CURA DI MARIANNA MICHELUZZI (UKUNDIMANA)

Fonte: http://marianna06.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2008/07/muhammad-yunus.html