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venerdì 28 agosto 2009

Epifani: sui contratti la CGIL sarà a tutti i tavoli

25/08/2009 Intervista a 'La Stampa'


Ci sono i segnali di ripresa e la disoccupazione che aumenta. I banchieri centrali ottimisti e i manager tedeschi che ammettono candidamente di attendere l’esito delle elezioni in Germania per ristrutturare le aziende. Per spiegare il momento che attraversa l’economia Guglielmo Epifani usa la metafora del pozzo: «Quello in cui siamo caduti è profondo cento metri. Siamo arrivati in fondo, ma prima di tornare all’aperto passeranno anni».

Il segretario della CGIL ci tiene a dire che fino a quel momento la sua organizzazione «farà la sua parte e avanzerà le sue proposte» per evitare ulteriori contraccolpi sul Paese. «Senza ideologismi», a partire dalla trattativa sugli imminenti rinnovi contrattuali che tanto preoccupano il leader della CISL Raffaele Bonanni: «Può stare tranquillo, non siamo intenzionati ad abbandonare nessun tavolo. Si facciano dei buoni contratti nazionali, e vedrà che ne avranno un beneficio anche le intese aziendali».

Eppure Confindustria, governo, CISL e UIL vi rinfacciano ancora di non aver firmato l’accordo la scorsa primavera.

«Non siamo mai stati ideologicamente contrari ai contratti di secondo livello. Tutti sanno i motivi per i quali non firmammo».

Ce li ricorda?

«Quell’intesa esclude dal salario aziendale metà dei lavoratori, in particolare delle piccole imprese. Noi invece siamo favorevoli alla estensione del secondo livello a tutti i lavoratori. Secondo: non tutelava il salario nazionale dall’andamento dell’inflazione. Terzo: permette la deroga al contratto nazionale sia in termini di salario minimo che di diritti sindacali».

Poi è arrivata la crisi. E le priorità sono cambiate. E’ così?

«Era inevitabile che accadesse. Ora il problema è dare un salario a chi il lavoro lo sta per perdere o l’ha perso».

Emma Marcegaglia invoca più risorse per la cassa integrazione. Eppure il governo ha stanziato otto miliardi di euro. Possibile che non bastino?

«Prima che una questione di risorse nominali, c’è un problema di applicabilità. Nella babele di norme introdotte non abbiamo ancora capito se l’estensione dei trattamenti di cassa produrrà lo stesso automatismo del passaggio dalla ordinaria alla straordinaria. Ovvero, se ad un certo punto, allo scadere delle 52 settimane, le imprese che chiederanno di farne ancora uso saranno costrette a piani di ristrutturazione. Se il governo estendesse la “CIG” ordinaria a 104 settimane, il problema non si porrebbe».

Voi temete un forte aumento della disoccupazione. Eppure gli indicatori ci dicono che la ripresa è vicina.

«Nessuno nega che abbiamo iniziato a risalire il pozzo. Ma per tornare ai livelli di produzione e di occupazione del 2007 dovremo attendere il 2013 o 2014. Su questo tema noto nel governo un atteggiamento evasivo».

Emma Marcegaglia chiede anche un fondo pubblico-privato per la ripatrimonializzazione delle imprese. E una più forte detassazione e decontribuzione del salario territoriale. Che risponde?

«D’accordo sulla prima richiesta, solo in parte sulla seconda. E’ vero, esiste un problema, tuttora irrisolto, sulla decontribuzione di una parte del salario aziendale che non ha copertura da parte dello Stato. La detassazione del salario aziendale al 10% è sufficiente. Il problema è che di accordi se ne fanno pochi per le resistenze delle imprese».

Questo atteggiamento non è per loro un ottimo alibi? Se voi dite no all’aumento della detassazione, il secondo livello non decolla. La Marcegaglia è preoccupata di questo.

«Le cose vanno viste nella loro concretezza. Nonostante il no all’accordo, noi saremo responsabilmente seduti a tutti i tavoli. Si facciano dei buoni contratti nazionali, se si ascolterà quel che ha da dire la CGIL ci sarà anche la nostra firma con il voto dei lavoratori. Il punto è che mentre i salari italiani restano i più bassi d’Europa, l’Irpef è l’unica voce di entrata che non conosce crisi. La via d’uscita è la riduzione fiscale di tutti i redditi da lavoro».

Se il governo lo facesse, si aprirebbe una voragine nei conti pubblici.

«Le soluzioni si possono trovare. Ciò che non accetto è l’idea di far pagare sempre il prezzo del risanamento ai lavoratori a reddito fisso e ai pensionati. Su questi temi ci sono state posizioni incoraggianti sia di Confindustria che della Banca d’Italia: detassare i salari sarebbe un ottimo modo per sostenere la domanda interna, tanto più in questa fase».

Invece di abbassare le tasse a tutti, non è meglio dare più salario a chi se lo merita rafforzando i contratti aziendali?

«Che c’è di meritocratico nello stabilire i salari semplicemente in base al luogo in cui li si concorda? Incentivare la meritocrazia non ha solo a che fare con il contratto aziendale».

La crisi farà salire la spesa per pensioni e il governo sarà costretto a discutere di come ottenere maggiori risparmi. Anche in questo caso farà la sua parte?

«I problemi sulla previdenza sono due: garantire una pensione dignitosa ai giovani che ci andranno con il sistema contributivo e un’età flessibile di uscita dal lavoro per chi ha i requisiti della vecchiaia. Sono le stesse cose che talvolta ho sentito dire nel Pdl da Giuliano Cazzola. Ma anche su questo vedo il governo distratto. Così come è assente sulla disciplina dei lavori usuranti e sul potere di acquisto delle pensioni».

martedì 21 aprile 2009

Volantino Slc-Cgil su accordo separato 15 aprile 2009

L’accordo Interconfederale del 15 Aprile, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e Confindustria recita:

“Per la dinamica degli effetti economici dei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria, le parti hanno individuato l’indicatore della crescita dei prezzi al consumo per il triennio - in sostituzione del tasso di inflazione programmata – in un nuovo indice previsionale costruito sulla base dell’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’indice previsionale sarà elaborato da un soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza ed affidabilità sulla base di una specifica lettera di incarico. Lo stesso soggetto procederà alla verifica circa eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata, considerando i due indici sempre al netto della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. La verifica circa la significatività degli eventuali scostamenti registratisi sarà effettuata dal Comitato paritetico costituito a livello interconfederale”.

TRADOTTO:

Se l’inflazione (l’IPCA è solo un modo per misurarla) nel 2010 sarà del 2%, di cui però lo 0,5% legato a Petrolio, Gas, materie plastiche, ecc. (aumenti che i lavoratori pagheranno ovviamente con l’aumento della benzina, del riscaldamento, ecc.), gli aumenti salariali potranno essere al massimo dell’1,5%.

Inoltre cosa si intende per “significatività” degli eventuali scostamenti? Che dovranno essere superiori allo 0,3%/0,4% come dice Confindustria? Cioè se lo scostamento è solo dello 0,1%, non lo si recupera?

Per stare all’esempio precedente: l’inflazione cresce nel 2010 del 2%, ma gli aumenti del salario possono essere al massimo dell’1,5% (per via della depurazione). Poi l’anno dopo (2011) si scopre che l’inflazione depurata reale è stata dell’ 1,6%, ma lo scostamento non è significativo e allora non si recupera nulla (alla fine si perde lo 0,6% del proprio potere di acquisto).

I salari con questi meccanismi saranno strutturalmente sempre inferiori all’inflazione reale!

Infine: il soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza chi sarà? Si propone l’ISAE. Ma cosa è? L’ISAE è l’Istituto di Studi e Analisi Economica, istituito con D.P.R. n. 374/98 ed opera dal gennaio 1999 sotto la direzione e il controllo del Ministro dell’Economia (cioè del Governo, lo stesso che nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria indica dal 1993 l’indice di “inflazione prevista”).

L’accordo Interconfederale del 15 Aprile, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e Confindustria recita:

“Al fine di governare direttamente nel territorio situazioni di crisi aziendali o per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’area, i contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria possono consentire che in sede territoriale, fra le Associazioni industriali territoriali e le strutture territoriali delle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto medesimo, siano raggiunte intese per modificare, in tutto o in parte, anche in via sperimentale e temporanea, singoli istituti economici o normativi disciplinati dal contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria”.

TRADOTTO:

Ogni azienda, con la scusa di prevenire riduzioni occupazionali o con la scusa di favorire lo sviluppo, potrà chiedere deroghe sia sul salario (istituti economici) che rispetto alle norme sull’orario di lavoro, sull’inquadramento professionale, ecc. (istituti normativi). Sarà la giungla, con una rincorsa a pagare sempre meno i lavoratori (o a ridurre le tutele) da territorio a territorio, da azienda ad azienda. Ricattando i lavoratori (“o accetti questa deroga o troverò sempre qualcuno disposto a fare il tuo lavoro a meno”) e di fatto azzerando la funzione del Contratto Collettivo Nazionale che è proprio quella di garantire tutele minime uguali per tutti.

L’unica cosa che l’accordo Interconfederale del 15 Aprile, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e Confindustria chiede in maniera chiara è che il Governo aumenti la detassazione sul Premio di Risultato. Una richiesta giusta, che alle aziende però non costa niente (si chiede al Governo di mettere i soldi). Di per sé l’accordo non prevede meccanismi per allargare la contrattazione di 2° livello, aziendale o territoriale che sia.

Infatti l’accordo del 15 Aprile 2009, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e Confindustria, recita: “in coerenza con gli obiettivi individuati in Premessa le parti confermano un modello di assetti contrattuali che prevede: - un contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria con vigenza triennale sia per la parte normativa che per la parte economica; - un secondo livello di contrattazione aziendale o alternativamente territoriale, laddove previsto, secondo l’attuale prassi, nell’ambito di specifici settori, con vigenza triennale”.

TRADOTTO:

Si potranno fare accordi aziendali o territoriali di 2° livello come è adesso. Se ci sono i rapporti di forza e le condizioni si faranno accordi, altrimenti no. Insomma non c’è nessuna novità su questo punto rispetto all’accordo del 23 luglio 1993. L’affermazione che questo accordo interconfederale porterà automaticamente ad una maggiore contrattazione decentrata è quindi palesemente falsa, a meno che non si intenda che si faranno più accordi a livello aziendale nel futuro, perché si dovranno derogare i diritti minimi previsti dal CCNL (in questo caso siamo anche noi certi che saranno molte le aziende che proporranno nel futuro di sottoscrivere accordi di questo tipo).

L’accordo Interconfederale del 15 Aprile, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e Confindustria recita:

“Qualora dopo sei mesi dalla scadenza il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria non sia stato ancora rinnovato, è previsto l’interessamento del Comitato paritetico per la gestione del presente accordo interconfederale per valutare le ragioni che non hanno consentito il raggiungimento dell’accordo per il rinnovo del contratto”. Inoltre (cfr. Allegato 1 all’Accordo) “il Comitato procede con deliberazioni nei casi di ritardata conclusione del rinnovo di un contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria, come previsto al punto 2.4. dell’accordo interconfederale e nell’ipotesi di approvazione di linee di orientamento per i comportamenti dei rispettivi organismi e dei loro rappresentati ai vari livelli”.

TRADOTTO:

Il Comitato interconfederale deciderà, al posto delle categorie e delle delegazioni trattanti di ogni settore, su una mediazione in caso di empasse nel rinnovo del CCNL (con quale conoscenza delle specificità di ogni settore, della sua storia e della vita delle aziende, possiamo immaginare). Inoltre potrà dettare anche gli orientamenti e i comportamenti che il sindacato di categoria, fino al livello territoriale e di azienda, dovranno tenere. Quanto potrà contare un lavoratore, un iscritto al sindacato, una RSU sul proprio posto di lavoro, se poi tanto decide il Comitato Nazionale interconfederale? E perché un’Associazione di Confindustria dovrebbe avere interesse a chiudere presto un contratto nazionale, se sa che poi può sempre contare su un’altra sede, dove si prendono le decisioni (e dove gli scambi possono essere più numerosi, anche su altre materie), diversa dal tavolo negoziale legittimo, quello composto dai rappresentanti dei lavoratori di quel settore?




lunedì 20 aprile 2009

Epifani: dopo la firma separata, per evitare la giungla contrattuale mano libera alle categorie

Parla il segretario Cgil
"Sfido Cisl e Uil sulla rappresentanza"


E adesso? Gugliemo Epifani, segretario generale della Cgil, sfoglia le tre cartelline con cui ha motivato per iscritto il no della sua confederazione all`accordo sulla riforma del sistema contrattuale. «Adesso bisognerebbe lasciar lavorare le categorie, senza gabbie rigide, senza quelle ingessature e quei controlli dall`alto previsti, invece, proprio dall`accordo siglato da Cisl e Uil. Che, sia detto con forza, non è innovativo, è corporativo, non estende la contrattazione di secondo livello e non porta più soldi nelle tasche dei lavoratori».

Chi lo ha sottoscritto naturalmente sostiene con altrettanta forza che è innovativo, porta più soldi ai lavoratori ed estende la contrattazione in azienda.

Io credo il contrario e, secondo me, anche i lavoratori, ma non c`è modo di sentire cosa ne pensano. Questo è un accordo che parte con un deficit di democrazia.

Però anche dal Pd (come ha fatto ieri da queste colonne Enrico Letta) le chiedono di firmare.

La Cgil firma ciò che è coerente con le sue scelte e con gli interessi dei lavoratori.

Non è che poi finisce come è accaduto a Pontedera: la Fiom non ha firmato l`intesa sui precari e il referendum tra i lavoratori ha promosso l`accordo con la stragrande maggioranza dei consensi.

Un minuto dopo l`esito del referendum la Fiom ha dichiarato che avrebbe sottoscritto l`accordo. Le consultazioni servono proprio a risolver le divergenze di opinioni. La volontà dei lavoratori è sovrana, sempre. È proprio per questo che dico: accetto la sfida, vediamo che ne pensano i lavoratori. Se sono d`accordo sulla riforma io firmo subito.

Per ora si sa che le nuove regole troveranno applicazione nei contratti degli alimentaristi e delle telecomunicazioni.Qui avete presentato piattaforme unitarie. Rimetterete tutto in discussione?

Spero di no, ma ho la sensazione che se sarà applicata rigidamente la nuova disciplina scopriremo che le richieste di alimentaristi e dipendenti delle Tlc non sono più ammissibili, non si adattano al nuovo modello. E sarà proprio la nuova super-commissione di controllo istituita dall`accordo a denunciarlo. Rifaremo tutto? Lo dico io a Cisl e Uil.

Si tratterà di adattare le richiese salariali al nuovo indice di inflazione e di modulare al meglio gli spazi di manovra della contrattazione aziendale. Forse basta un po` di buon senso...

Il buon senso avrebbe suggerito una moratoria di due anni per gestire la crisi e cambiare poi le regole del gioco. Ora vedremo: bisogna lasciare alla categorie spazi di adattamento, senza ingerenze di super commissioni dirigiste o corporative, altrimenti sarà la giungla.

Come nel caso dei metalmeccanici? Presenterete piattaforme separate?

Tocca alla categoria decidere. Se non ci sono possibilità di verifica della riforma contrattuale con i lavoratori ognuno dovrà seguire la propria via per acquisire il consenso. lo sono sicuro che i lavoratori sono con noi.

Ma così facendo costringerete l`impresa ascegliere gli interlocutori. Non rischiate un clamoroso auto-isolamento?

Semmai stiamo vivendo una vera "conventio ad excludendum" che non abbiamo voluto e non abbiamo cercato. Credo che qualcuno nel Governo abbia lavorato per questo e abbia avuto alleati anche nelle parti sociali.

Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha invitato tutti a declinare l`intesa con senso di responsabilità.

Non manca certo alla Cgil, ma temo che il sistema di regole messo in piedi dalla riforma finisca per creare un modello autoreferenziale e assaipoco innovativo. Semmai ora bisogna chiarire con Cisl e Uil in maniera risolutiva quali siano le regole tra noi condivise in tema di democrazia sindacale e di rappresentanza e rappresentatività.

Un dibattito che accompagna la vita sindacale fin dal dopoguerra. Sembra più una scusa che un tema davvero operativo.

Democrazia sindacale significa regolare il rapporto tra chi firma i contratti per tutti e i lavoratori; rappresentanza significa stabilire quale sia il peso di ogni singola organizzazione e rappresentatività vuol dire trovare un sistema di regole per esercitare l`azione sindacale sui luoghi di lavoro. Non abbiamo ancora trovato un`idea comune ma ciò non significa che questi siano temi da poco.

Deve ripartire da qui il filo dell`unità sindacale che si è spezzato?

Direi di sì. Ma ci tengo a dire che non è la Cgil a spezzare il dialogo unitario, semmai sono altri a vivere una competiziope aperta verso di noi.

Si riferisce al segretario della Cisl Raffaele Bonanni?


Certo le ultime interviste sono andate oltre.

Ha solo detto, ad esempio, che la Cgil è stata troppo tiepida nel condannare i sequestri dei manager, atti invece pericolosi.

L`enfasi posta su questo tema dei sequestri nasce da una lettura un po` sopra le righe di alcuni fenomeni accaduti all`estero. In Italia questo costume non c`è, non c`è stato e spero non ci sarà mai: durante i momenti di massima tensione delle vertenze si cerca innanzitutto il massimo di consenso delle comunità locali e qualche volta si sono occupate strade o stazioni ma nulla di più. Il sequestro dei manager non fa parte della nostra cultura oltre a essere illegale e sbagliato. Tuttavia il problema non si supera comprimendo le reazioni alla crisi, ma risolvendo innazitutto i motivi del malcontento che, in buona sostanza, significa difendere l`occupazione.

Difendere l`occupazione significa anche creare le condizioni ideali per la ripresa. Oggi serve soprattutto fiducia e la firma a un accordo sindacale importante come quello sulla riforma dei contratti crea fiducia perchè punta alla stabilità delle relazioni industriali e al rilancio della domanda interna. Insomma, in questo caso i lavoratori sono più penalizzati da un "no" che da un "si".

Ma le regole danno fiducia se sono regole condivise altrimenti possono creare il contrario. Basti solo pensare che avremo due anni di bassa inflazione poi un ritorno a tassi di inflazione più alti come conseguenza delle iniezioni di liquidità di questi mesi. Difendere gli interessi dei lavoratori significa capire già ora che il modello congegnato nell`accordo non reggerà l`urto dei prossimi anni.

Torniamo alla difesa dell`occupazione. Il Governo ha recuperato 8 miliardi per gli ammortizzatorisociali, ma anche in questo caso la Cgil ha detto che non va bene...

Abbiamo solo detto che non sono fondi aggiuntivi ma dirottati da altre inziative; che stanno arrivando con troppo ritardo; che fino a oggi non era ancora chiaro se si poteva prorogare o no la cassa integrazione ordinaria.

Ma proprio oggi (ieri ndr) sono stati firmati i IO protocollo con altrettante regioni, e nei giorni scorsi è stata annunciata la proroga della Cig ordinaria oltre le 52 settimane.

Adesso verificheremo se effettivamente è così e fino a quanto si può allungare, ma in ogni caso gli ammortizzatori devono essere accompagnati da politiche industriali chiare. E evidente che il futuro della Fiat di Pomigliano d`Arco o della Indesit o della Cai non è legato alla più o meno corretta amministrazione della cassa integrazione. Servono politiche di sviluppo, indicazioni su quale debba diventare il futuro industriale.

Che effetto le fa vedere l`amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne che tratta Detroit e sentire il presidente Barack Obama lodare il "turnaround" della Fiat?

Mi fa piacere naturalmente, del resto Marchionne è manager internazionale, ha lavorato in Canada; insomma si muove nel suo ambiente. Ma non vorrei che la questione Fiat finisse tutta ridotta ai rapporti con Chrysler. A noi servono risposte sulle fabbriche italiane: sarebbe un bello smacco se si arrivasse a rilanciare gli impianti in Polonia, Brasile, Serbia e magari anche negli Usa dimenticando quelli a casa nostra.

Ricostruzione in Abruzzo. Lei vorrebbe la tassa sui super-ricchi?

In questi casi la via maestra è sempre una tassa di scopo. E chi la deve pagare? I lavoratori a mille euro? I precari? Per la ricostruzione dell`Abruzzo serviranno molti denari, il Governo non potrà fare le nozze con i fichi secchi.

di Alberto Orioli
Fonte: Il Sole 24 ore


Approfondimenti: Nota Cgil del 27.01.09 sugli effetti dell'accordo separato



domenica 19 aprile 2009

Ultima firma sull'accordo separato

E' l'ultimo atto. Confindustria riceve Cisl e Uil per siglare l’intesa applicativa della riforma dei contratti. La Cgil partecipa all’incontro, ma non firma.

Non è cambiato niente dal 22 gennaio quando il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, convocò le parti sociali a Palazzo Chigi per chiudere la trattativa. E la stessa sera arrivò l’accordo separato che riscrive il modello contrattuale. Nel frattempo, però, la Cgil porta al tavolo i 3,5 milioni di no raccolti nel referendum tra i lavoratori.

"Con la firma di stasera dell’intesa di attuazione dell’accordo quadro separato del 22 gennaio, per quanto ne sia un atto conseguente, si conferma la scelta di un modello di assetti contrattuali non condiviso dal sindacato più rappresentativo". E' quanto si legge nel testo di una lettera consegnata dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

Camusso (Cgil), confermiamo le ragioni di merito del no
“Confermiamo le ragioni di merito per cui non abbiamo firmato”. Lo assicura la segretaria confederale della Cgil, Susanna Camusso, spiegando che la posizione di Corso Italia è sempre la stessa. “Un accordo è un fatto impegnativo – afferma in un'intervista a rassegna.it –, non si può firmare se non si condividono certe scelte”. Riflette quindi sulle distanze con le altre confederazioni: “Il divario che c’è tra noi è il vero punto della questione”. Commentando l’intervista che il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha rilasciato al Corriere della Sera, respinge l’invito a invertire la rotta. “Un’organizzazione non può fare ciò che pensano le altre – a suo giudizio -, se Bonanni è convinto delle sue ragioni, non si capisce perché non va al referendum”. Ma è per tutta la stagione contrattuale, dal pubblico impiego ai meccanici, che la Cisl ha avuto “un atteggiamento incomprensibile”. E incomprensibile è anche negare il valore del referendum Cgil: “In questo modo – a suo giudizio – si nega la titolarità dei lavoratori sulle questioni contrattuali”. Nelle singole categorie, invece, “non c’è uno scenario unico”. La Cgil non presenterà piattaforme separate per i rinnovi di tutti i settori, per esempio Fai, Flai e Uila hanno già firmato rivendicazioni congiunte nel comparto agroalimentare. “Possiamo fare schemi comuni – chiarisce Camusso -, ma questi non possono recepire i contenuti di un accordo che non abbiamo firmato”.

Bonanni, siamo maggioritari, nessuna forzatura

L’accordo senza la Cgil “non è una forzatura”. Questo aveva dichiarato Raffaele Bonanni, offrendo la sua spiegazione: “Da sola la Cisl eguaglia la Cgil per iscritti attivi e insieme a Uil, Confsal, Ugl e altre sigle siamo largamente maggioritari”. La riforma dei contratti per lui è legittima. “Se poi Epifani vuole una consultazione certificata – ha aggiunto -, prima firmi e poi andremo a sentire i lavoratori insieme”.

Angeletti, ci dispiace, ma andiamo avanti lo stesso
Sulla stessa linea il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che dichiara oggi alle agenzie: “Domani firmeremo l'accordo sui contratti già preso da un anno”. Sulla mancata adesione della Cgil “ci dispiace – spiega –, ma non possiamo fermare il mondo se loro non sono d'accordo”. Corso Italia ha partecipato a tutte le fasi del negoziato, ricorda, e sarà presente fino alla fine “per non dare alibi, hanno detto, alla sedia vuota”.

di Emanuele Di Nicola
Fonte: http://www.rassegna.it

Accordo separato sulla riforma degli assetti contrattuali (22.01.2009)

Accordo interconfederale del 15.04.09 per l’attuazione dell’accordo-quadro del 22.01.2009


Approfondimenti:
- La lettera di G. Epifani a Marcegaglia

- Gallino: "L'accordo separato colpisce il contratto nazionale"


lunedì 30 marzo 2009

Referendum Cgil boccia la "riforma" Epifani: "Un risultato straordinario"

Al voto quasi 4 milioni di lavoratori: il 96% è contrario
al modello contrattuale firmato da Cisl e Uil.
Il segretario: un risultato che deve far pensare


I dati della consultazione della Cgil sull’accordo separato per il rinnovo del modello contrattuale «sono straordinari». Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha definito i risultati diffusi oggi dal sindacato che ha avviato una consultazione autonoma sull’accordo del gennaio scorso siglato solo da Cisl e Uil senza l’ok della stessa Cgil. «È un risultato clamoroso - ha aggiunto Epifani - perchè dimostra che ha partecipato più gente di quella iscritta alla Cgil, lavoratori non iscritti o iscritti ad altre organizzazioni. Va oltre la nostra rappresentatività. È un dato che ha un peso politico alto. È un voto che dovrebbe far riflettere e dovrebbe far pensare».

Epifani ha spiegato che in cinque settimane sono state intercettate anche fabbriche chiuse o lavoratori che erano sottoposti a turni di lavoro a causa della crisi economica. Le previsioni della Cgil erano di non più 2 milioni e 800mila votanti, mentre a votare sono stati in 3 milioni e 643.836. Per Epifani quindi questo voto «rafforza il nostro no a quel contratto che riduce gli spazi di contrattazione collettiva a partire non solo dalla questione salariale». «Dietro le nostre parole - ha aggiunto Epifani - ci sono milioni di lavoratori che condividono la nostra impostazione. Noi non condividiamo quell’accordo e diremo no a tutti gli altri accordi settoriali che riducono gli spazi per la contrattazione».

Epifani ha poi sottolineato che il voto dimostra che «la democrazia va usata in maniera più accorta per tutti e non solo quando conviene». «Puoi vincere e perdere - aggiunge Epifani - è la regola della democrazia e non esiste regola democratica solo quando sei sicuro di vincere. Non si può esaltare il voto di una fabbrica e usare la democrazia solo quando conviene». Per questo Epifani ha sottolineato che sarà posto il problema delle regole democratiche «perchè vorremmo che si voti anche quando ci sono accordi nazionali di carattere generale e non solo aziendali. Il voto dei lavoratori deve essere considerato dirimenti».

Secondo Epifani inoltre la notevole adesione al voto sull’accordo separato ha dimostrato che «le persone hanno voglia di partecipare, di dire la loro. Non dare risposte a questa impoverisce la rappresentatività». Per Epifani infine «il voto non deve essere considerato una leva contro gli altri e noi non vogliamo farlo, ma il ricorso a una modalità di validazione degli accordi che chiami in ultima istanza il lavoratore con cui potremmo affrontare diversamente anche le divisioni tra di noi, anche per non perdere tempo ed evitare che le posizioni si cristallizzino».

Fonte: http://www.lastampa.it


Contratti, bocciato l'accordo separato. La Cgil: «Il 96,2% ha votato "no"»

Tre milioni e 400mila lavoratori hanno rifiutato
l'intesa siglata a fine gennaio da Cisl e Uil

Il 96,27% dei lavoratori che ha partecipato al referendum promosso dalla Cgil ha detto "no" all'accordo separato del 22 gennaio sul nuovo modello contrattuale, l'intesa cioè siglata dalla Cisl e dalla Uil senza l’ok del sindacato di Epifani. Secondo i dati forniti in conferenza stampa dal numero uno della Cgil, alla consultazione hanno partecipato 3,6 milioni di lavoratori, pari al 71% dei lavoratori che nel 2007 parteciparono al referendum unitario di cgil, cisl e uil sul protocollo per il welfare.

«3,4 MILIONI I "NO"» - Il 96,7% , pari a 3,4 milioni, ha votato no, mentre il 3,73% (134mila lavoratori) ha votato sì. «Sono dati assolutamente straordinari - ha sottolineato Epifani -: noi avevamo pensato che arrivare a 2,8-2,9 milioni di votanti sarebbe stato un risultato clamoroso, ma l'esito del voto è andato oltre ogni previsione. Ha partecipato molta più gente di quella che è iscritta alla Cgil. È un dato che ha un peso politico alto».

Fonte: http://www.corriere.it



sabato 28 marzo 2009

Verso il 4 aprile

"Siamo nella fase più acuta della crisi, ma il peggio deve venire, almeno per quanto riguarda la perdita di posti di lavoro. La situazione è molto difficile e si doveva affrontare con misure forti. Ma il governo Berlusconi non lo ha fatto"

... È questa l’analisi impietosa del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani in vista della manifestazione nazionale del 4 aprile a Roma. E la conferma di questa analisi ci arriva da tutte le principali fonti economiche: dall’Istat, al Comitato per l’occupazione e la protezione sociale del Consiglio europeo, che parla di una “recessione senza precedenti che potrebbe causare altri sei milioni di disoccupati entro il 2010”. Le conseguenze per le famiglie e i lavoratori potrebbero essere dunque sempre più pesanti.
Nelle precedenti stime della Unione europea si era parlato di una possibile perdita di 3 milioni e mezzo di posti di lavoro. Con le stime successive le previsioni sono vistosamente peggiorate. Si raddoppia il numero di disoccupati previsti. Nel frattempo, in Italia, l’Istat ha registrato negli ultimi mesi una vera e propria esplosione della cassa integrazione. Solo per il settore metalmeccanico, nel mese di febbraio, la cassa integrazione ordinaria è cresciuta del 1.048 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di 23 milioni di ore di cassa integrazione nel solo mese di febbraio, con un incremento del 430% rispetto allo stesso mede dell’anno precedente. Il sistema economico appare bloccato: nel terzo trimestre del 2008 il Pil (Prodotto interno lordo) è diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,9 per cento rispetto al terzo trimestre del 2007, come ci segnala l’Istat. Le previsioni sembrano confermare la tendenza. Ce ne hanno dato notizia la Banca d’Italia e lo stesso Istat, che scorporando le varie voci che compongono il Pil ha reso con chiarezza la fotografia della situazione: diminuiscono le esportazioni, diminuiscono gli investimenti, (il calo è del 3,5 per cento), diminuisce il deflettore del Pil. In una situazione così drammatica il governo Berlusconi si mostra incapace di una vera politica di contrasto alla crisi.

La Cgil – che non ha firmato l’accordo separato del 22 gennaio perché oltre ad essere sbagliato politicamente, è il contrario di quello che servirebbe in questo momento dal punto di vista economico – critica l’assoluta mancanza di una politica industriale e propone di mettere in campo politiche realmente “anticicliche”. Si tratta di dare un sostegno concreto agli investimenti, all’innovazione, ai progetti di qualità delle produzioni e dei processi produttivi. E sostenere la ricerca.

Sostegno ai redditi. Chi lo ha visto? Uno dei punti su cui si è più dibattuto in questi ultimi mesi riguarda la necessità di sostenere i redditi da lavoro per far ripartire i consumi e quindi per far ripartire il sistema economico nel suo complesso. Molte sono le interpretazioni economiche. Ma su un punto convergono tutte: in una situazione di crisi economica come quella attuale, è necessario sostenere i salari, gli stipendi e le pensioni. Eppure, nonostante le evidenze e le ricette degli economisti, il governo Berlusconi si mostra sordo a qualsiasi richiesta di aumento effettivo dei salari nei settori pubblici e degli stipendi nei settori pubblici e privati. Aumenta nel frattempo il numero dei lavoratori e dei pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese. E come se non bastasse, il governo che ha chiesto il consenso agli elettori per palazzo Chigi sulla base della promessa del taglio delle tasse, la pressione fiscale è in aumento. La cosa scandalosa che sta avvenendo riguarda sempre il sistema fiscale. Oltre all’aumento progressivo della pressione fiscale generale e locale, risulta anche in forte ripresa l’evasione fiscale. Le misure di sostegno al reddito governative – in questo quadro – appaiono assolutamente insufficienti. Sono inadeguate e molto al di sotto delle necessità, come dimostra il bonus per le famiglie, provvedimento una tantum pensato oltretutto con criteri che non danno alcuna garanzia alle famiglie numerose.

La Cgil ha avanzato una serie di proposte organiche sul fronte dei redditi. Dalla restituzione del fiscal-drag, all’aumento delle pensioni, insieme all’estensione della quattordicesima alle pensioni povere, oltre alla proposta sulla tassazione dei redditi oltre i 150 mila euro di cui parliamo a parte in queste pagine. Il governo ha invece risposto con la Social card e con la proposta di privatizzare i servizi pubblici, la sanità e l’assistenza. Per quanto riguarda tutte le altre proposte sugli ammortizzatori sociali, il governo si trincera dietro il problema del debito, mentre si scatenano le polemiche sulle proposte di scambio (riduzione delle pensioni in cambio di risorse per gli ammortizzatori sociali. Di Reddito minimo neppure l’ombra.

E la politica industriale? Solo il bluff delle centrali. Di fronte a una crisi di una portata paragonabile solo a quella del 1929, il governo Berlusconi tira fuori vecchie e stantie ricette. Alcune assolutamente inutili, altre perfino pericolose, come per esempio quella sulle centrali nucleari (non si propone lo sviluppo della ricerca, ma l’istallazione di centrali vecchie e poco sicure) o quella più recente sulle abitazioni e l’abusivismo. Anche in questi campi (quello energetico e quello residenziale ed edilizio) il governo mostra di essere vecchio e antiquato. Oltre alle centrali nucleari si punta di nuovo tutto sul Ponte sullo stretto, senza affrontare neppure alla lontana la questione strategica delle infrastrutture diffuse. L’unica arma nelle mani di Berlusconi è l’invito alla furbizia, all’aggiramento della regola, all’abuso e quindi alla illegalità diffusa e accettata. Il piano di politica industriale italiano pone il nostro paese all’ultimi posti delle classifiche. Se ci fosse un rating sulla politica industriale e innovativa, l’Italia conquisterebbe sicuramente gli ultimi posti.

La Cgil chiede una svolta sostanziale. Con i documenti che sono stati alla base della convocazione della manifestazione del 4 aprile, la Cgil ha suggerito varie cose, tra cui l’apertura di un tavolo della chimica (dalla Sardegna al Veneto, dove sono in gioco varie chiusure di stabilimenti), l’avvio di un tavolo sulla moda e il Made in Italy, l’avvio di un grande processo di ristrutturazione degli edifici scolastici per la loro messa in sicurezza, l’avvio dei cantieri per le opere pubbliche che siano davvero utili. Per quanto riguarda l’industria metalmeccanico, la Cgil ritiene che si è fatto pochissimo finora soprattutto dal punto di vista della domanda. Molto si deve fare ancora dal punto di vista della conversione eco-compatibile dei prodotti.

Sostegno all’occupazione. La crisi finanziaria si è trasformata immediatamente in una crisi economica. Il segretario generale della Cgil, Epifani, è stato tra i primi a parlare di “valanga”. Il ministro dell’economia Tremonti, prima ha smentito il catastrofismo, poi è diventato più pessimista dello stesso segretario generale. Il premier Berlusconi ha farfugliato e dopo aver invitato i cittadini a comprarsi azioni di due grossi gruppi (atteggiamento mai visto da parte di un capo di governo), ha cominciato a minimizzare la crisi, spargendo a piene mani ottimismo fittizio e forzato. Ora anche il governo è costretto ad ammettere la drammaticità della crisi anche perché non è più possibile smentire le previsioni dell’Ocse, del Fondo monetario internazionale, della Banca d’Italia, della Bce (la Banca centrale europea) della Commissione europea e chi più ne ha ne metta. Il Fondo monetario vede sempre più nero all’orizzonte. La Cgil, oltre ad avanzare una serie di proposte dettagliate sul fronte dell’innovazione e sulla politica industriale, ha chiesto che si intervenisse subito sul fronte della difesa dell’occupazione e dei posti di lavoro. Oltre alle proposte sugli ammortizzatori sociali, sarebbe necessario anche l’aumento della cassa integrazione e la rivisitazione del tetto che riduce a 750 euro la retribuzione.

Il tema degli strumenti di sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro dovrebbero trasformarsi in una politica organica. Si tratta di mettere in campo interventi che sono l’esatto opposto di quello che il governo Berlusconi sta praticando, con la solita impostazione punitiva nei confronti dei lavoratori che vengono utilizzati come capri espiatori di una politica fallimentare. L’esempio più lampante è sicuramente la campagna di Brunetta nel pubblico impiego, che sfrutta in modo becero i sentimenti più bassi dell’opinione pubblica. Analogo il segno dell’intervento del governo contro il diritto di sciopero.

Infine, anche sul terreno del Welfare, la Cgil chiede un vero e proprio ribaltamento dell’impostazione del governo. Invece di continuare a giocare sulla guerra tra poveri, è necessaria una vera innovazione che riesca ad includere nel sistema del Welfare anche tutte quelle fasce di popolazione che oggi sono escluse. A questi temi la Cgil dedicherà una importante iniziativa nei giorni successivi alla manifestazione nazionale del 4 aprile.
Fonte: http://www.rassegna.it




giovedì 5 febbraio 2009

Accordo separato: chiedere il voto non è uno scandalo

Fanno politica e non accettano di discutere il merito dei problemi, delle scelte del governo, della Confindustria e dei sindacati che hanno firmato il protocollo del 22 gennaio. Peggio, distorcono la realtà per sostenere la tesi per cui la Cgil è un’organizzazione isolata, refrattaria alla innovazione. Anzi, no: la Cgil si muove nell’ambito di un disegno politico di sostegno all’opposizione. Per scoprire poi che da una parte almeno dell’opposizione stessa giungono alcune delle critiche più ingiuste.

Commentatori di destra e di sinistra (sic), più o meno arguti censori, cercano di spiegare, spesso contraddicendosi, le ragioni della decisione del più grande sindacato italiano di non sottoscrivere intese che non condivide. Ignorando volutamente che la Cgil ha perseguito con coraggio e determinazione la strada del dialogo e della riforma delle regole della contrattazione, nel solco di una tradizione sindacale che sa misurarsi con le innovazioni. Nessuno, ad eccezione dei dati fuorvianti forniti dall’ufficio studi di Confindustria, ha infatti potuto dimostrare che il nuovo modello non garantirà il recupero di tutta l’inflazione su salari e pensioni. I dati sono inoppugnabili. Ma l’accordo va oltre, indebolisce la contrattazione e limita l’autonomia delle categorie, attacca il diritto di sciopero, definisce (attraverso una concezione distorta della bilateralità) un nuovo modello di sindacato gestore di servizi e non più quindi titolare del potere di negoziare.

Si avalla, come ha detto Epifani, una presunta irreversibile debolezza del sindacato che la Cgil rifiuta giustamente. Una concezione che lascia solo il lavoratore davanti all’impresa, ne riduce le tutele e i diritti. Tutto ciò, e la domanda è rivolta al governo ma anche alla Cisl e alla Uil e all’opposizione, è vero o falso, disegna la realtà oppure esprime un’ideologia sindacale che qualcuno, nello stesso Pd, definisce “conservatrice”?

La Cgil ritiene di condurre una battaglia giusta. Ma perché non rivolgere questa domanda ai lavoratori e ai pensionati che ogni giorno non arrivano alla terza settimana? È uno scandalo il referendum su un accordo che riguarda il futuro? Rispondano Cisl e Uil, il governo, l’opposizione a queste domande. I lavoratori e i pensionati, intanto, si mobiliteranno, il 4 aprile a Roma, e nelle altre grandi manifestazioni di protesta già decise, come quella del 13 febbraio di Fiom e Fp.

di Paolo Serventi Longhi
Fonte: http://www.rassegna.it

domenica 25 gennaio 2009

Federalismo e contratti due scatole vuote

Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure anticrisi.
Questo e solo questo era l'ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di venerdì 23 gennaio. La discussione è durata pochi minuti. (...).
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro dell'Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria) restavano seduti. Ha chiesto se c'erano altre questioni da esaminare. "Visto che siamo qui tutti" ha risposto Gianni Letta "utilizziamo l'incontro per discutere la riforma contrattuale".
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo per l'esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. "Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?", ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani ha preso la via dell'uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso fa parte integrante dello "storico" incontro sulla riforma dei contratti ed è - diciamolo - abbastanza stupefacente.

Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha firmato.
E' vero che essa diminuisce l'importanza del contratto nazionale e rivaluta il contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come ha ricordato Enrico Letta sul "Corriere della Sera" di ieri) che questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell'economia post-industriale ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il governo Prodi, vengono fuori un po' per volta e una ogni giorno; alla fine i suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a cavallo della sua bicicletta.
Basta. E' anche vero che la riforma prevede un'inflazione al tasso adottato dalla contabilità dell'Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici. Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell'inflazione programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma. Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi all'Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già pronta quando la crescita riprenderà.
2. L'accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si chiama "linee guida". Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega sul federalismo. Ma da dove viene l'urgenza?
3. L'urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il valore del "punto" retributivo al quale applicare il tasso d'inflazione Eurostat per determinare l'ammontare dei contratti di categoria. Il valore di quel "punto" è inferiore a quello attualmente vigente e sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo all'accordo di venerdì scorso.
In sostanza l'operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di "filiera" riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una decurtazione notevole.
E' così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se così è, a me sembra scandaloso.

Il commento di E. Scalfari
Fonte: http://www.repubblica.it

Accordo separato sulla riforma dei contratti, Epifani: "E' la legge della giungla. Un Paese diviso non supera la crisi"

"Mi chiede con quali regole si rinnoveranno i prossimi contratti? Con quelle della giungla, con la legge del più forte". Il giorno dopo la rottura sul sistema contrattuale, Guglielmo Epifani, leader della Cgil, non nasconde l'amarezza per un epilogo che - dice - ha cercato di evitare fino all'ultimo minuto. Il più grande sindacato è rimasto fuori da quella che è nei fatti la nuova costituzione per le relazioni sindacali. Una situazione che non ha precedenti. "E che - sostiene Epifani - è molto più grave delle rotture dell''84 sulla scala mobile e del 2001 sul patto per l'Italia".

Ma allora perché non ha firmato? Meglio la giungla?
"Perché il testo che ci è stato presentato a Palazzo Chigi non era modificabile e non rispondeva in alcun modo alla posizione unitaria di Cgil, Cisl e Uil e approvata dai lavoratori. Quel testo è figlio della paura di fronte alla crisi. Anziché scommettere sulla funzione positiva che può avere la contrattazione per rendere più unito il Paese, la si limita a livello nazionale e la si comprime nelle aziende".

La riforma, però, punta proprio a rafforzare il ruolo della contrattazione in particolare quella in azienda.
"Rispondo che il contratto nazionale finirà per ridurre strutturalmente il potere d'acquisto e la contrattazione di secondo livello non sarà affatto estesa. Ma c'è di più: c'è un'idea di derogabilità del contratto nazionale tutta in negativo e un'interpretazione del diritto di sciopero del tutto lesivo del dettato costituzionale perché si fa stabilire alle parti sociali chi ha diritto a proclamare lo sciopero e chi no. Quest'accordo risponde a un obiettivo di divisione la cui responsabilità ricade sul governo ma anche sulla Confindustria che, anziché ricercare, come sta accadendo in tutto il mondo, di affrontare la crisi con coesione hanno esplicitamente scelto di dividere. Questa intesa destabilizza le relazioni sindacali".

Le ricordo che solo la Cgil ha deciso di non firmare.
"Nel costruire il consenso sul quel testo ci sono state evidenti forzature. Ed è un aspetto che andrà approfondito. Checché ne dica la Confindustria, la Cgil ha cercato fino all'ultimo di evitare divisioni. La verità è che quel testo era preconfezionato: prendere o lasciare".

Le potrebbero ribattere che quel testo è il risultato di un negoziato al quale lei non ha voluto partecipare.
"Non è vero: questa è solo una scusa. Il negoziato, se c'è stato, non ha coinvolto tutti i soggetti. La Cgil, per esempio, ha letto per la prima volta a Palazzo Chigi la parte sui contratti pubblici. La Cgil ha sempre presentato le sue proposte. Ma ora questo accordo dovrà essere discusso dai lavoratori. Lo chiederemo formalmente a Cisl e Uil".

Propone un referendum?
"Ci vuole il coinvolgimento dei lavoratori perché tutti gli accordi sulla contrattazione sono stati giudicati dai lavoratori. Sarebbe grave se non si facesse questa volta".

Qualche giorno fa ha detto che "è da matti" pensare alla riforma dei contratti mentre esplode la crisi. Le sembra più saggio mantenere un sistema contrattuale introdotto quando c'era ancora la lira e che in questi quindici anni ha contribuito a mantenere le retribuzioni degli italiani in fondo alla classifica europea?
"È "da matti" se si pensa ai contratti come priorità in questa fase, senza trovare soluzioni condivise, come ci chiedono i lavoratori, per affrontare la crisi. La grande differenza con il protocollo del '93 è che quello era figlio di un'idea di coesione, di giustizia sociale, di politica di tutti i redditi mentre questo accordo si sviluppa in un vuoto pneumatico di progetto".

Molti si aspettano una retromarcia della Cgil. Accadrà?

"Si illudono. La Cgil andrà avanti sostenendo le sue opinioni e le sue proposte".

Non teme che d'ora in poi la Cgil possa essere esclusa dai rinnovi contrattuali? Presenterete le vostre piattaforme ma gli imprenditori faranno l'accordo con gli altri. È già successo due volte tra i metalmeccanici.
"Sono sempre stati i lavoratori ad approvare le piattaforme. La loro parola dovrà continuare a essere vincolante".

Il presidente di Confindustria Marcegaglia ha insinuato che lei stia pensando a candidarsi con il Pd alle prossime elezioni europee. Lo farà?
"È la cosa più volgare che la Marcegaglia potesse dire. È come se io dicessi che ha firmato l'accordo perché vuole diventare ministro del governo Berlusconi".

Qualche mese fa lei minacciò l'espulsione di Cremaschi dalla Cgil per la sua partecipazione a una manifestazione di Cobas. Ora però la linea di Cremaschi è quella della Cgil.
"È falso. La linea della Cgil è quella della proposta unitaria fatta con Cisl e Uil contro la quale votò Cremaschi".

Che fine faranno i legami con la Cisl e la Uil?
"Intanto subiscono un colpo molto forte. Dovremo mantenere l'unità operativa di fronte alla crisi, dalla Fiat a tutti gli altri settori. Ma la Cgil non avrebbe mai firmato un accordo sulle regole senza la Cisl e la Uil. Mai".

di Roberto Mania
Fonte: http://www.repubblica.it

sabato 24 gennaio 2009

Accordo separato, Epifani: ora decidano i lavoratori

“Un fatto di assoluta gravità”. È netto il giudizio del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani sull’accordo separato per la riforma dei contratti firmato a Palazzo Chigi. “Una scelta – ha detto il leader sindacale nel corso di una riunione del gruppo dirigente di Corso Italia – che contiene un'idea di paura di fronte alla crisi e di divisione proprio nel momento in cui c’è bisogno di unità”. Ora però, ha sottolineato Epifani, la parola deve passare ai lavoratori: “Per la Cgil un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del 23 luglio, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica”.

“Non era mai accaduto prima – osserva ancora Epifani – che una revisione del quadro di regole contrattuali fosse sottoscritta senza il consenso di una delle parti sociali fondamentali”. A suo giudizio, l’accordo separato “è figlio della paura, perché sceglie di non puntare sulla funzione essenziale della contrattazione collettiva e delle partecipazione democratica dei lavoratori”. Una conclusione cercata dal governo che, invece di “affrontare le questioni poste dall'aggravarsi della situazione sociale e produttiva alla quale, ancora ieri sera, non è stato in grado di offrire una risposta, e invece di garantire tutele per i lavoratori che rischiano di restare senza occupazione, ha lavorato pervicacemente per dividere il sindacato e il paese”.

Da Corso Italia si sottolinea come l’ammodernamento del modello contrattuale, il potenziamento del secondo livello di contrattazione, d’incremento della produttività, di valorizzazione del merito siano stati obiettivi presenti nella piattaforma unitaria sindacale e condivisi dalla Cgil “che non ha mai detto no a priori”. Tuttavia il testo approvato ieri, “le cui linee guida rimandano ai singoli testi sottoscritti da Cisl e Uil con le diverse organizzazioni datoriali prefigurando così molteplici e frammentati modelli contrattuali, non persegue nei fatti questi obiettivi”.

Non solo: “L’intesa non contiene innovazioni di fondo, riduce in maniera strutturale il livello salariale e la funzione del contratto nazionale, non garantendo nemmeno il recupero pieno del potere d'acquisto, e non scommette su un vero allargamento del secondo livello di contrattazione”. Infine, conclude Epifani, “determina condizioni di difficilissima gestione di tutte le vertenze che si apriranno e non definisce quel quadro condiviso in grado di dare alle imprese certezza effettiva delle regole e dello svolgimento dell'attività contrattuale”.

Iniziative spontanee contro l'accordo in tutta Italia. “Mentre la notizia e i contenuti dell’accordo separato si diffondono nei luoghi di lavoro, cresce l’indignazione e la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”. Lo comunica la Fp Cgil della Lombardia che informa come in moltissime sedi di lavoro siano già in corso “iniziative d’informazione” e vengano segnalati, da diversi posti di lavoro, “presidi con volantinaggi di delegati e lavoratori”. Reazioni spontanee all'accordo si sono registrate anche in Emilia Romagna, con presidi dei lavoratori pubblici a Bologna, Piacenza, Ravenna e ordini del giorno delle Rsu dei maggiori Enti. Anche in Piemonte non sono mancate le iniziative dei lavoratori pubblici con presidi e volantinaggi su tutto il territorio. E in Campania, “dalla Fiat di Pomigliano al pubblico impiego, dalla sanità al settore chimico”, ordini del giorno e documenti hanno testimoniato la reazione spontanea dei lavoratori contro quello che la Cgil Campania definisce un “grave errore commesso da governo, Confindustria e dagli altri sindacati”.

Commenti. “Auspico che la Cgil possa ripensare questa sua posizione, per noi il tavolo rimane aperto”, ha detto la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, secondo cui “a differenza di quello che è stato detto non c’è stata assolutamente una forzatura del governo che è entrato in quanto datore di lavoro del pubblico impiego”. La Cisl difende la firma sottolineando che “le principali richieste della piattaforma sindacale sono state accolte”. Per Luigi Angeletti (Uil), che pure ha siglato l’accordo, “non si risolvono tutti i problemi, ma si migliorerà il sistema contrattuale. Senza l’accordo le cose sarebbero andate molto peggio”. Sul fronte politico, Bersani e Damiano (Pd) commentano negativamente un’intesa che “divide”. E D’Alema considera un “gravissimo errore” avere firmato senza la Cgil. “Un accordo che esclude il maggior sindacato rischia d’instaurare una confusa conflittualità – ha detto –, si tratta in ogni caso e sempre di una organizzazione con cinque milioni d’iscritti”.

Fonte: http://www.rassegna.it

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venerdì 23 gennaio 2009

Contratti, accordo quadro senza la Cgil

E’ sperimentale e durerà quattro anni. Contratti triennali, rafforzamento del secondo livello. Epifani: "E' un testo immodificabile, un prendere o lasciare che non abbiamo voluto firmare". L'intesa sostituisce il patto del 1993

A Palazzo Chigi è stato raggiunto un accordo quadro separato sulla riforma del modello contrattuale. La Cgil non ha firmato. Via libera, invece, da Cisl, Uil e Ugl, insieme a Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali. Nei prossimi giorni scioglieranno la riserva Abi e assicurazioni. Il no della confederazione di Corso d’Italia era ampiamente annunciato, ed è stato confermato dal segretario generale Guglielmo Epifani, presente all’incontro. "Il livello nazionale non recupererà mai l'inflazione reale", ha detto Epifani. Secondo il segretario della Cgil "non vi è davvero un allargamento del secondo livello contrattuale" e "la derogabilità diventa un principio generale, la bilateralità si allarga a compiti impropri e crea una casta".

"Ci è stato presentato un testo integrato dalla parte del pubblico impiego, conosciuto solo questa sera", ha spiegato Epifani in una conferenza stampa successiva all'incontro. "Un testo immodificabile, un prendere o lasciare che non abbiamo voluto firmare". 'Il governo - spiega Epifani - ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto il consenso della Cgil'. Il Paese per Epifani, 'ha bisogno di unità ma non si può chiedere coraggio e chi lo ha sempre avuto e ha pagato'.

L’accordo è stato raggiunto dopo che, in una precedente riunione, il governo aveva esposto alle parti sociali le misure anticrisi. La mossa era nell’aria. Giorni fa, in un’intervista a Rassegna, Epifani aveva dichiarato: “Sento parlare di una volontà di chiudere la partita. E’ chiaro che si deve sapere che è una partita che si chiude senza il nostro consenso e questo è un fatto obiettivamente grave perché le regole o sono condivise o non sono. Si può procedere senza di noi ma alla fine si creeranno molti più problemi di quelli che si intende risolvere con questa forzatura”.

Detto fatto. L’accordo, si legge nel documento diffuso dal governo al termine dell’incontro, ha "carattere sperimentale e per la durata di quattro anni", in sostituzione di quello vigente che risale al '93, che ha l'obiettivo "della crescita fondata sull'aumento della produttività e l'incremento delle retribuzioni".

Nell’accordo rientra la proposta delle associazioni imprenditoriali, che prevede una durata triennale tanto per la parte economica quanto per quella normativa, assetto su due livelli e calcolo dell'incremento salariale in base ad un indice di inflazione previsionale, "in sostituzione del tasso di inflazione programmata".

Per il secondo livello di contrattazione – si legge sempre nel documento - è necessario "che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività ". E' quanto si legge nel testo sulle linee guida comuni delle imprese per la riforma degli assetti della contrattazione collettiva.

Un raggiante ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, in conferenza stampa congiunta col suo omologo alla Funzione pubblica Renato Brunetta, ha detto che l’intesa "ha una portata storica, non solo perche' sostituisce le intese sottoscritte il 23 luglio 1993, dopo una lunga e defatigante negoziazione, ma soprattutto perche' sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo". Sacconi sottolinea come l'accordo quadro "promuova lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove - anche grazie alla detassazione del salario di produttivita' - le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati".

Fonte: http://www.rassegna.it

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