Visualizzazione post con etichetta Controriforma Sacconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Controriforma Sacconi. Mostra tutti i post

giovedì 27 agosto 2009

Lavoro: CGIL, da Sacconi troppa enfasi su dato voucher

“I dati sul lavoro accessorio sono stati esposti in modo disinvolto e con eccessiva enfasi”. A puntualizzarlo è il responsabile del dipartimento Politiche attive del lavoro della CGIL Nazionale, Claudio Treves, in merito al dato relativo all’uso dei voucher, così come fornito nei giorni scorsi dal presidente dell’INPS e dal ministro del Lavoro, arrivato alla cifra di 1.155.439, acquistati nel periodo dall’agosto 2008 al luglio 2009.

Un dato, rileva il dirigente sindacale, “eccessivamente enfatizzato mentre serietà vorrebbe, ai fini di un corretto apprezzamento di questo dato, che si dicesse che l’uso dei voucher era possibile fin dall’estate del 2008, limitato alla sola vendemmia e per prestazioni rese da pensionati e studenti: a quanto ammonti questo tipo di ricorso non è dato sapere”. Inoltre, aggiunge Treves, “l’attuale governo, fin dal suo primo provvedimento (agosto 2009, legge 133) ne ha esteso l’utilizzabilità per molte altre fattispecie vuoi di soggetti vuoi di prestazioni (baby sitter, studenti nei periodi vacanza, lavori stagionali in agricoltura, insegnamento privato, manifestazioni sportive, ecc.), così come da febbraio 2009 (legge 33) questo strumento è stato poi esteso anche ai titolari di CIG, ordinaria e in deroga”.

Prima che le nuove norme fossero applicabili, ovvero giungo 2009, dai dati del Ministero del Lavoro, “i voucher emessi - rileva Treves - erano 830.000 e i beneficiari 30mila, quindi l’effetto della nuova normativa è di 320.000 voucher in più. Ad esempio, se si pensa che per la sola vendemmia 2008 nel solo Veneto i voucher, emessi con la vecchia normativa, furono 173.000, ne consegue che l’incremento è piuttosto misero, e non tale da giustificare entusiasmi”.

Per questo, spiega il sindacalista, “se non si vogliono contare mele, pere, e salami insieme, ma soprattutto per poter apprezzare e ragionare sui risultati di scelte politiche si dovrebbero scorporare i dati riferiti alla normativa 2008 da quelli relativi alla nuova normativa in vigore dall’agosto 2009: si scoprirebbe così la furbizia un po’ maldestra del Ministro e dell’INPS. Così come si dovrebbe segnalare a quanti lavoratori, o quante giornate/lavoro e a quale importo, corrispondono questi dati. Ma è proprio ciò che non è possibile fare, perché la norma non consente di sapere ogni singolo ‘percipiente’ per quanto tempo è impegnato, e quindi si presenta come una via, legale, all’evasione contrattuale, contributiva e fiscale”. Infatti, fa sapere il dirigente della CGIL, “di tale rapporto non necessita lasciare traccia né nel Libro unico del lavoro, né comunicarlo anticipatamente ai Centri per l’impiego. E all’eventuale ispettore è sempre possibile rispondere che la persona trovata lì a lavorare sarà pagata con il voucher, e che si tratta della sua ‘prima giornata’ di impiego”.

“Invece di incaponirsi su un sistema con molti aspetti negativi - conclude Treves - si dovrebbe invece da parte del governo impegnare tutte le forze politiche, sociali e culturali in una vera battaglia contro il lavoro nero ed irregolare, e per politiche mirate di sostegno ai processi di emersione, come fu tentato con qualche successo negli anni 1998-99 e 2007-08 con il convinto impegno delle parti sociali”.
Fonte: http://www.cgil.it


mercoledì 29 aprile 2009

Penalisti contro la 'salva manager': "E' da cancellare non da riscrivere"

Secondo i docenti che hanno sottoscritto il documento non basta l'impegno del ministro Sacconi: Si applicherebbe anche per il passato, ossia ai processi in corso, come Thyssen ed Eternit"

ROMA - "Qui non si tratta di riscrivere una norma, bisogna cancellarla". Contro la norma "salva manager" contenuta nel decreto correttivo al Testo unico sulla sicurezza del lavoro del governo, non usa mezzi termini il professor Giorgio Marinucci, ordinario di diritto penale all'Università statale di Milano. In particolare, bersaglio degli attacchi più duri è l'articolo 10 bis, che già si è attirato una valanga di critiche, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato, insieme al presidente della Camera, Gianfranco Fini, non aveva risparmiato strali proprio contro quella norma, duramente osteggiata anche dalla Fiom, perché sospettata di portare all'assoluzione dei dirigenti della ThyssenKrupp.

IL TESTO DELL'APPELLO DEI PENALISTI

Il professor Marinucci con una settantina di colleghi "professori di diritto penale e di altre discipline giuridiche", ha sottoscritto un appello a Napolitano per puntare il dito contro una norma che "esonera da responsabilità i soggetti (datore di lavoro e dirigenti) che rivestono posizioni apicali nell'impresa: non sarebbero più obbligati - dicono i firmatari del documento - ad impedire eventi lesivi o mortali nei luoghi di lavoro quando a concausare gli eventi siano condotte colpose di altri soggetti".

"Spogliando i soggetti che rivestono posizioni al vertice dell'impresa del loro indiscusso ruolo di garanti della vita e dell'incolumità fisica dei lavoratori", affermano i giuristi, "si apporta una profonda deroga alla disciplina generale della responsabilità omissiva, disciplinata dall'art. 40 comma 2 del codice penale, stabilendo che nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni ed all'igiene sul lavoro i vertici dell'impresa non sono più responsabili, quando l'evento morte o lesioni personali "sia imputabile" al fatto colposo del preposto, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori, del medico competente o del lavoratore".

Il timore è che venga meno il dovere di controllo da parte dei vertici delle aziende. Dunque, per i giuristi, quell'articolo non può essere riscritto, perché "finisce per creare una eccezione ad un principio del codice penale", sottolinea Marinucci, che porta come esempio la figura del direttore di giornale "che deve fare in modo di impedire reati a mezzo stampa", o il bagnino in piscina "che è garante della vita delle persone nella struttura". E nessuna legge può stabilire una deroga al principio del controllo.

I professori che hanno sottoscritto l'appello, ravvedono poi anche altri profili di illegittimità costituzionale. "In primo luogo per contrasto con l'articolo 76 della Costituzione, dal momento che la legge delega non faceva alcun riferimento ad una tale forma di limitazione di responsabilità per datori di lavoro e dirigenti, con conseguente eccesso di delega da parte del governo", poi verrebbero anche violati gli obblighi comunitari, limitando "l'esclusione della responsabilità del datore di lavoro alle sole ipotesi di intervento di fattori eccezionali ed imprevedibili". Infine per aver "irragionevolmente dato la prevalenza agli interessi del datore di lavoro rispetto a quelli dei lavoratori in un quadro costituzionale nel quale l'iniziativa economica è libera, a condizione però che non si svolga 'in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana'", così come recita l'articolo 41 della Costituzione.

A poco sono valse anche le rassicurazioni del ministro del Welfare. Maurizio Sacconi, impegnato anche oggi pomeriggio in una riunione sull'argomento davanti alla Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Sacconi si è detto pronto a riscrivere il testo "affinché ne sia chiara la finalità" e per definire "con certezza qual è l'ambito dell'eventuale concorso di colpa dell'imprenditore rispetto ad una responsabilità che si è rivelata prevalente nei sottoposti, dal direttore di stabilimento al preposto alla sicurezza fino anche allo stesso lavoratore".

Ma il professor Marinucci e i suoi colleghi, ricordano che "la progettata modifica normativa si applicherebbe non solo per il futuro, ma anche per il passato", ossia ai processi in corso, compresi quelli alla Thyssen e alla Eternit, "trattandosi di una disciplina più favorevole". Insomma si tratta di una norma che non può essere 'riscritta', ma che va completamente cancellata.

di Giovanni Gagliardi
Fonte: Repubblica.it



venerdì 3 aprile 2009

Lettera al ministro

Roma 1 Aprile 2009

Caro Signor Ministro,
siamo qui a consegnarle la vibrata protesta di chi il suo Governo vuol far divenire fantasma.
Perché fantasmi siamo, con il posto di lavoro minacciato dalle scelte compiute dal suo Governo e da quelle che non intende compiere. A rischio di tornare precari, a rischio di uscire a pezzi da questa crisi economica.
Siamo i lavoratori dei call center, quelli che secondo il suo Governo si devono accontentare: meglio un lavoro precario che niente, meglio un sottosalario che la fame.
Ma a noi non va bene. Non ci va bene la sua nota n.25 del 2008 con cui fa rientrare il contratto a progetto in un’organizzazione del lavoro che ha tutte le condizioni tipiche del lavoro subordinato.
Non ci va bene che non convochi più il tavolo nazionale di settore.
Non ci va bene che i servizi ispettivi da Lei dipendenti diventino dei consulenti di azienda e non dei controllori per far rispettare la legge.
Non ci va bene che svilisca il lavoro di tanti funzionari capaci ed esperti delle DPL che, casualmente, da quando lei è Ministro non vanno più in giro per call center a far rispettare norme e contratti.
Non ci va bene l’inadeguatezza degli interventi del suo Governo contro la crisi: non si rilanciano gli investimenti, le risorse per gli ammortizzatori sono insufficienti, ai nostri colleghi più deboli, che hanno subito il contratto a progetto, si da solo una modesta mancia, in caso di licenziamento.


A noi la carità non piace.

A noi tornare precari non ci va.

Dalla crisi economica si può uscire solo con più solidarietà, con più attenzione ai deboli, ai lavoratori e ai pensionati. Noi siamo qui a ricordarvelo! Noi siamo qui per ricordare a tutti che il 4 Aprile centinaia di migliaia di lavoratori sfileranno per le vie di Roma con la CGIL per non diventare FANTASMI.
Non vogliamo tornare fantasmi
Cordialmente
Un gruppo di fantasmi

Comunicato Slc Cgil del 1.04.09

COMUNICATO

Call center: lavoratori fantasmi si materializzano
contro il Ministro Sacconi


“Non vogliamo tornare ad essere dei fantasmi”. Con questo slogan è andata in scena questa mattina a Via Veneto, sotto il Ministero del Lavoro, la particolare forma di protesta di alcuni delegati di SLC-CGIL dei principali call center romani.
I lavoratori, tutti con indosso chi una maschera da fantasmi chi lenzuola, hanno consegnato alla segreteria del Ministro Sacconi le oltre 10 mila firme raccolte per chiedere il ritiro della nota 25/08 del Ministero del Lavoro che, dopo le circolari Damiano, reintroduce il lavoro a progetto come possibile contratto di lavoro nei call center. Oltre che per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla partecipazione alla prossima manifestazione della CGIL il 4 aprile prossimo.
“La risposta che il Governo da alla crisi è questa: ritorno alla precarietà, ritorno al lavoro nero, riduzione dei diritti e delle tutele. Così dalla crisi non solo non sappiamo se usciremo, ma se così sarà, ad aver pagato saranno sempre i lavoratori, a partire dai più deboli come quelli dei call center” così dichiara Alessandro Genovesi, segretario Nazionale di SLC-CGIL.
“Lavoratori che – continua il sindacalista – solo qualche anno fa, con l’impegno di Governo e Sindacati, avevano visto finalmente il loro contratto trasformato dopo anni di precarietà in contratto a tempo indeterminato. Cioè con quei diritti minimi, salariali e normativi che oggi si vogliono scardinare derogando al CCNL o introducendo nuovamente contratti illegittimi per come realmente è l’organizzazione del lavoro in queste aziende”.
“Il movimento dei fantasmi è comunque solo all’inizio e diamo appuntamento a tutti il 4 Aprile, alla grande manifestazione a Roma al Circo Massimo a difesa dei diritti, del contratto collettivo nazionale e per maggiori interventi sociali contro la crisi economica. Siamo certi che di lavoratori dei call center con su la maschera da fantasmi ve ne saranno tanti”.

Sindacato Lavoratori Comunicazione
SLC-CGIL Piazza Sallustio 24 – 00187 Roma
Tel. 0642048212 Fax 064824325
Sito internet http://www.cgil.it/slc
e-mail: segreteria.nazionale@slc.cgil.it

Roma 1 Aprile 2009
Alleghiamo foto:



domenica 22 marzo 2009

"C'è la crisi, controlli meno rigidi"

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, lo chiama "radicale mutamento delle attività ispettive e di vigilanza". E l'Inps l'ha messo in pratica: in questa recessione i controlli degli ispettori non devono ulteriormente danneggiare le imprese.

Nero su bianco, nella circolare n° 27 del 25 febbraio 2009, firmata dal direttore generale dell'istituto, Domenico Crecco, dove c'è anche scritto che nel 2009 "dovrà essere privilegiata l'azione di vigilanza nei confronti delle realtà economiche gestite da minoranza etniche".

Di fronte a "un'emergenza mondiale" - scrive il dirigente dell'ente previdenziale - anche i controlli "se non opportunamente indirizzati, potrebbero aumentare il disagio e le difficoltà dei soggetti imprenditoriali".

L'indirizzo, dunque, è di "saper distinguere quelle situazioni di irregolarità dovute essenzialmente ad errori di carattere formale che non ledono i diritti dei lavoratori, o a non sufficiente conoscenza delle numerose opportunità offerte dalla normativa vigente, da quei comportamenti aziendali che sono messi in atto al solo scopo di trarre vantaggio economico, attraverso l'utilizzo del lavoro nero".

Se si tratta di un abbassamento della guardia lo si verificherà, certo è uno dei tanti tasselli che compongono il cambio di rotta culturale e politico impresso dal governo Berlusconi nella lotta al lavoro nero e per la sicurezza.

Perché Sacconi ha dichiarato guerra al formalismo e alla burocrazia; ha abolito i libri paga e matricola, e ora si prepara a portare al Consiglio dei ministri un decreto correttivo al Testo unico sulla sicurezza approvato dal governo Prodi. Un pacchetto di norme che attenua l'impianto sanzionatorio precedente.

Riduce i casi in cui è possibile l'arresto dell'imprenditore e lo pone in alternativa alla pena pecuniaria, poi diminuisce praticamente tutte le ammende ora in vigore. "C'è un generale affievolimento delle sanzioni", sostiene Paolo Carcassi, segretario confederale della Uil, sindacato "dialogante" secondo il noto schema di Sacconi. "L'unico miglioramento - aggiunge Carcassi - riguarda il fatto che, ai fini della sicurezza, i lavoratori atipici sono considerati al pari degli altri".

Al dicastero del Lavoro dicono che la nuova legge è ancora in una fase di elaborazione e che non sarà la prossima riunione del Consiglio dei ministri ad esaminarlo. Eppure sindacati e imprenditori sanno che il tempo del confronto è scaduto e che Sacconi ha già inviato ai vari ministri interessati il provvedimento.

L'idea di Sacconi era quello di pervenire a un "avviso comune" delle parti sociali da recepire nel provvedimento. L'opposizione della Cgil lo ha impedito e ha suggerito agli altri (Cisl e Uil in testa) di non ripetere su un tema così delicato come la sicurezza nel lavoro, la spaccatura già sperimentata sulla riforma dei contratti. Così tutti, tranne la Cgil, hanno detto sì al progetto di una marcata semplificazione normativa, ma senza giudizi di merito. Non proprio un'adesione.

Dice Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro: "Credo che sia giusto ripulire, semplificare ed eliminare alcune formule ridondanti, ma temo che il significato dell'intervento normativo sia tutt'altro: dare fiato all'opposizione che Confindustria ha condotto fin dall'inizio in particolare sulle sanzioni. C'era un equilibrio che ora rischia di rompersi a favore delle imprese". E secondo Damiano nel 2009 i controlli sono diminuiti. Ma non è detto che sia già colpa della circolare-Crecco.

Fonte: http://www.repubblica.it


domenica 25 gennaio 2009

Federalismo e contratti due scatole vuote

Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure anticrisi.
Questo e solo questo era l'ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di venerdì 23 gennaio. La discussione è durata pochi minuti. (...).
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro dell'Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria) restavano seduti. Ha chiesto se c'erano altre questioni da esaminare. "Visto che siamo qui tutti" ha risposto Gianni Letta "utilizziamo l'incontro per discutere la riforma contrattuale".
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo per l'esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. "Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?", ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani ha preso la via dell'uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso fa parte integrante dello "storico" incontro sulla riforma dei contratti ed è - diciamolo - abbastanza stupefacente.

Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha firmato.
E' vero che essa diminuisce l'importanza del contratto nazionale e rivaluta il contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come ha ricordato Enrico Letta sul "Corriere della Sera" di ieri) che questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell'economia post-industriale ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il governo Prodi, vengono fuori un po' per volta e una ogni giorno; alla fine i suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a cavallo della sua bicicletta.
Basta. E' anche vero che la riforma prevede un'inflazione al tasso adottato dalla contabilità dell'Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici. Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell'inflazione programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma. Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi all'Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già pronta quando la crescita riprenderà.
2. L'accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si chiama "linee guida". Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega sul federalismo. Ma da dove viene l'urgenza?
3. L'urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il valore del "punto" retributivo al quale applicare il tasso d'inflazione Eurostat per determinare l'ammontare dei contratti di categoria. Il valore di quel "punto" è inferiore a quello attualmente vigente e sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo all'accordo di venerdì scorso.
In sostanza l'operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di "filiera" riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una decurtazione notevole.
E' così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se così è, a me sembra scandaloso.

Il commento di E. Scalfari
Fonte: http://www.repubblica.it

Accordo separato sulla riforma dei contratti, Epifani: "E' la legge della giungla. Un Paese diviso non supera la crisi"

"Mi chiede con quali regole si rinnoveranno i prossimi contratti? Con quelle della giungla, con la legge del più forte". Il giorno dopo la rottura sul sistema contrattuale, Guglielmo Epifani, leader della Cgil, non nasconde l'amarezza per un epilogo che - dice - ha cercato di evitare fino all'ultimo minuto. Il più grande sindacato è rimasto fuori da quella che è nei fatti la nuova costituzione per le relazioni sindacali. Una situazione che non ha precedenti. "E che - sostiene Epifani - è molto più grave delle rotture dell''84 sulla scala mobile e del 2001 sul patto per l'Italia".

Ma allora perché non ha firmato? Meglio la giungla?
"Perché il testo che ci è stato presentato a Palazzo Chigi non era modificabile e non rispondeva in alcun modo alla posizione unitaria di Cgil, Cisl e Uil e approvata dai lavoratori. Quel testo è figlio della paura di fronte alla crisi. Anziché scommettere sulla funzione positiva che può avere la contrattazione per rendere più unito il Paese, la si limita a livello nazionale e la si comprime nelle aziende".

La riforma, però, punta proprio a rafforzare il ruolo della contrattazione in particolare quella in azienda.
"Rispondo che il contratto nazionale finirà per ridurre strutturalmente il potere d'acquisto e la contrattazione di secondo livello non sarà affatto estesa. Ma c'è di più: c'è un'idea di derogabilità del contratto nazionale tutta in negativo e un'interpretazione del diritto di sciopero del tutto lesivo del dettato costituzionale perché si fa stabilire alle parti sociali chi ha diritto a proclamare lo sciopero e chi no. Quest'accordo risponde a un obiettivo di divisione la cui responsabilità ricade sul governo ma anche sulla Confindustria che, anziché ricercare, come sta accadendo in tutto il mondo, di affrontare la crisi con coesione hanno esplicitamente scelto di dividere. Questa intesa destabilizza le relazioni sindacali".

Le ricordo che solo la Cgil ha deciso di non firmare.
"Nel costruire il consenso sul quel testo ci sono state evidenti forzature. Ed è un aspetto che andrà approfondito. Checché ne dica la Confindustria, la Cgil ha cercato fino all'ultimo di evitare divisioni. La verità è che quel testo era preconfezionato: prendere o lasciare".

Le potrebbero ribattere che quel testo è il risultato di un negoziato al quale lei non ha voluto partecipare.
"Non è vero: questa è solo una scusa. Il negoziato, se c'è stato, non ha coinvolto tutti i soggetti. La Cgil, per esempio, ha letto per la prima volta a Palazzo Chigi la parte sui contratti pubblici. La Cgil ha sempre presentato le sue proposte. Ma ora questo accordo dovrà essere discusso dai lavoratori. Lo chiederemo formalmente a Cisl e Uil".

Propone un referendum?
"Ci vuole il coinvolgimento dei lavoratori perché tutti gli accordi sulla contrattazione sono stati giudicati dai lavoratori. Sarebbe grave se non si facesse questa volta".

Qualche giorno fa ha detto che "è da matti" pensare alla riforma dei contratti mentre esplode la crisi. Le sembra più saggio mantenere un sistema contrattuale introdotto quando c'era ancora la lira e che in questi quindici anni ha contribuito a mantenere le retribuzioni degli italiani in fondo alla classifica europea?
"È "da matti" se si pensa ai contratti come priorità in questa fase, senza trovare soluzioni condivise, come ci chiedono i lavoratori, per affrontare la crisi. La grande differenza con il protocollo del '93 è che quello era figlio di un'idea di coesione, di giustizia sociale, di politica di tutti i redditi mentre questo accordo si sviluppa in un vuoto pneumatico di progetto".

Molti si aspettano una retromarcia della Cgil. Accadrà?

"Si illudono. La Cgil andrà avanti sostenendo le sue opinioni e le sue proposte".

Non teme che d'ora in poi la Cgil possa essere esclusa dai rinnovi contrattuali? Presenterete le vostre piattaforme ma gli imprenditori faranno l'accordo con gli altri. È già successo due volte tra i metalmeccanici.
"Sono sempre stati i lavoratori ad approvare le piattaforme. La loro parola dovrà continuare a essere vincolante".

Il presidente di Confindustria Marcegaglia ha insinuato che lei stia pensando a candidarsi con il Pd alle prossime elezioni europee. Lo farà?
"È la cosa più volgare che la Marcegaglia potesse dire. È come se io dicessi che ha firmato l'accordo perché vuole diventare ministro del governo Berlusconi".

Qualche mese fa lei minacciò l'espulsione di Cremaschi dalla Cgil per la sua partecipazione a una manifestazione di Cobas. Ora però la linea di Cremaschi è quella della Cgil.
"È falso. La linea della Cgil è quella della proposta unitaria fatta con Cisl e Uil contro la quale votò Cremaschi".

Che fine faranno i legami con la Cisl e la Uil?
"Intanto subiscono un colpo molto forte. Dovremo mantenere l'unità operativa di fronte alla crisi, dalla Fiat a tutti gli altri settori. Ma la Cgil non avrebbe mai firmato un accordo sulle regole senza la Cisl e la Uil. Mai".

di Roberto Mania
Fonte: http://www.repubblica.it

sabato 24 gennaio 2009

Accordo separato, Epifani: ora decidano i lavoratori

“Un fatto di assoluta gravità”. È netto il giudizio del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani sull’accordo separato per la riforma dei contratti firmato a Palazzo Chigi. “Una scelta – ha detto il leader sindacale nel corso di una riunione del gruppo dirigente di Corso Italia – che contiene un'idea di paura di fronte alla crisi e di divisione proprio nel momento in cui c’è bisogno di unità”. Ora però, ha sottolineato Epifani, la parola deve passare ai lavoratori: “Per la Cgil un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del 23 luglio, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica”.

“Non era mai accaduto prima – osserva ancora Epifani – che una revisione del quadro di regole contrattuali fosse sottoscritta senza il consenso di una delle parti sociali fondamentali”. A suo giudizio, l’accordo separato “è figlio della paura, perché sceglie di non puntare sulla funzione essenziale della contrattazione collettiva e delle partecipazione democratica dei lavoratori”. Una conclusione cercata dal governo che, invece di “affrontare le questioni poste dall'aggravarsi della situazione sociale e produttiva alla quale, ancora ieri sera, non è stato in grado di offrire una risposta, e invece di garantire tutele per i lavoratori che rischiano di restare senza occupazione, ha lavorato pervicacemente per dividere il sindacato e il paese”.

Da Corso Italia si sottolinea come l’ammodernamento del modello contrattuale, il potenziamento del secondo livello di contrattazione, d’incremento della produttività, di valorizzazione del merito siano stati obiettivi presenti nella piattaforma unitaria sindacale e condivisi dalla Cgil “che non ha mai detto no a priori”. Tuttavia il testo approvato ieri, “le cui linee guida rimandano ai singoli testi sottoscritti da Cisl e Uil con le diverse organizzazioni datoriali prefigurando così molteplici e frammentati modelli contrattuali, non persegue nei fatti questi obiettivi”.

Non solo: “L’intesa non contiene innovazioni di fondo, riduce in maniera strutturale il livello salariale e la funzione del contratto nazionale, non garantendo nemmeno il recupero pieno del potere d'acquisto, e non scommette su un vero allargamento del secondo livello di contrattazione”. Infine, conclude Epifani, “determina condizioni di difficilissima gestione di tutte le vertenze che si apriranno e non definisce quel quadro condiviso in grado di dare alle imprese certezza effettiva delle regole e dello svolgimento dell'attività contrattuale”.

Iniziative spontanee contro l'accordo in tutta Italia. “Mentre la notizia e i contenuti dell’accordo separato si diffondono nei luoghi di lavoro, cresce l’indignazione e la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”. Lo comunica la Fp Cgil della Lombardia che informa come in moltissime sedi di lavoro siano già in corso “iniziative d’informazione” e vengano segnalati, da diversi posti di lavoro, “presidi con volantinaggi di delegati e lavoratori”. Reazioni spontanee all'accordo si sono registrate anche in Emilia Romagna, con presidi dei lavoratori pubblici a Bologna, Piacenza, Ravenna e ordini del giorno delle Rsu dei maggiori Enti. Anche in Piemonte non sono mancate le iniziative dei lavoratori pubblici con presidi e volantinaggi su tutto il territorio. E in Campania, “dalla Fiat di Pomigliano al pubblico impiego, dalla sanità al settore chimico”, ordini del giorno e documenti hanno testimoniato la reazione spontanea dei lavoratori contro quello che la Cgil Campania definisce un “grave errore commesso da governo, Confindustria e dagli altri sindacati”.

Commenti. “Auspico che la Cgil possa ripensare questa sua posizione, per noi il tavolo rimane aperto”, ha detto la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, secondo cui “a differenza di quello che è stato detto non c’è stata assolutamente una forzatura del governo che è entrato in quanto datore di lavoro del pubblico impiego”. La Cisl difende la firma sottolineando che “le principali richieste della piattaforma sindacale sono state accolte”. Per Luigi Angeletti (Uil), che pure ha siglato l’accordo, “non si risolvono tutti i problemi, ma si migliorerà il sistema contrattuale. Senza l’accordo le cose sarebbero andate molto peggio”. Sul fronte politico, Bersani e Damiano (Pd) commentano negativamente un’intesa che “divide”. E D’Alema considera un “gravissimo errore” avere firmato senza la Cgil. “Un accordo che esclude il maggior sindacato rischia d’instaurare una confusa conflittualità – ha detto –, si tratta in ogni caso e sempre di una organizzazione con cinque milioni d’iscritti”.

Fonte: http://www.rassegna.it

Scarica il testo dell'intesa

venerdì 23 gennaio 2009

Contratti, accordo quadro senza la Cgil

E’ sperimentale e durerà quattro anni. Contratti triennali, rafforzamento del secondo livello. Epifani: "E' un testo immodificabile, un prendere o lasciare che non abbiamo voluto firmare". L'intesa sostituisce il patto del 1993

A Palazzo Chigi è stato raggiunto un accordo quadro separato sulla riforma del modello contrattuale. La Cgil non ha firmato. Via libera, invece, da Cisl, Uil e Ugl, insieme a Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali. Nei prossimi giorni scioglieranno la riserva Abi e assicurazioni. Il no della confederazione di Corso d’Italia era ampiamente annunciato, ed è stato confermato dal segretario generale Guglielmo Epifani, presente all’incontro. "Il livello nazionale non recupererà mai l'inflazione reale", ha detto Epifani. Secondo il segretario della Cgil "non vi è davvero un allargamento del secondo livello contrattuale" e "la derogabilità diventa un principio generale, la bilateralità si allarga a compiti impropri e crea una casta".

"Ci è stato presentato un testo integrato dalla parte del pubblico impiego, conosciuto solo questa sera", ha spiegato Epifani in una conferenza stampa successiva all'incontro. "Un testo immodificabile, un prendere o lasciare che non abbiamo voluto firmare". 'Il governo - spiega Epifani - ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto il consenso della Cgil'. Il Paese per Epifani, 'ha bisogno di unità ma non si può chiedere coraggio e chi lo ha sempre avuto e ha pagato'.

L’accordo è stato raggiunto dopo che, in una precedente riunione, il governo aveva esposto alle parti sociali le misure anticrisi. La mossa era nell’aria. Giorni fa, in un’intervista a Rassegna, Epifani aveva dichiarato: “Sento parlare di una volontà di chiudere la partita. E’ chiaro che si deve sapere che è una partita che si chiude senza il nostro consenso e questo è un fatto obiettivamente grave perché le regole o sono condivise o non sono. Si può procedere senza di noi ma alla fine si creeranno molti più problemi di quelli che si intende risolvere con questa forzatura”.

Detto fatto. L’accordo, si legge nel documento diffuso dal governo al termine dell’incontro, ha "carattere sperimentale e per la durata di quattro anni", in sostituzione di quello vigente che risale al '93, che ha l'obiettivo "della crescita fondata sull'aumento della produttività e l'incremento delle retribuzioni".

Nell’accordo rientra la proposta delle associazioni imprenditoriali, che prevede una durata triennale tanto per la parte economica quanto per quella normativa, assetto su due livelli e calcolo dell'incremento salariale in base ad un indice di inflazione previsionale, "in sostituzione del tasso di inflazione programmata".

Per il secondo livello di contrattazione – si legge sempre nel documento - è necessario "che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività ". E' quanto si legge nel testo sulle linee guida comuni delle imprese per la riforma degli assetti della contrattazione collettiva.

Un raggiante ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, in conferenza stampa congiunta col suo omologo alla Funzione pubblica Renato Brunetta, ha detto che l’intesa "ha una portata storica, non solo perche' sostituisce le intese sottoscritte il 23 luglio 1993, dopo una lunga e defatigante negoziazione, ma soprattutto perche' sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo". Sacconi sottolinea come l'accordo quadro "promuova lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove - anche grazie alla detassazione del salario di produttivita' - le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati".

Fonte: http://www.rassegna.it

Scarica il testo dell'intesa

domenica 21 dicembre 2008

Petizione nazionale contro la nota del 3.12.08 del Ministero del Lavoro che legittima il lavoro precario nei call center


Alla cortese attenzione di
On. Sacconi – Ministro del Lavoro

La nota del 3.12.2008 (prot. 25/I/0017286) del Ministero del Lavoro in relazione alle attività di call center punta a svilire la funzione dei servizi ispettivi e a legittimare il lavoro precario nelle attività out bound.
Di fatto si tornerebbe ad alimentare un fenomeno di dumping tra lavoratori e imprese, basato esclusivamente sulla riduzione di diritti, tutele e salario. Mettendo a rischio l’occupazione di migliaia di lavoratori subordinati, tra cui molti stabilizzati solo di recente.

Proprio contro il lavoro precario in tutte le attività di call center, per la ripresa di ispezioni e controlli, per una maggiore responsabilizzazione delle imprese, per una crescita del settore basata su maggiore qualità e innovazione, il 19 settembre in migliaia abbiamo scioperato e manifestato per le vie di Roma.

Per queste ragioni, con le presenti firme, siamo a chiedere il ritiro della nota.

Roma 15 dicembre 2008
Inoltrare le firme a:
segreteria.nazionale@slc.cgil.it, oggetto:petizione call center



sabato 20 dicembre 2008

Lettera al Responsabile Servizi ispettivi della Direzione Provinciale del Lavoro di Roma

Alla cortese attenzione del
Responsabile Servizi ispettivi
Direzione Provinciale del Lavoro di Roma


Oggetto: Nota 3.12.08 (prot. 25/I/0017286) del Ministero del Lavoro

Egregio Responsabile dei Servizi Ispettivi, le scriventi organizzazioni sindacali SLC-CGIL, NIDIL-CGIL e CGIL con la presente sono ad esprimerLe forte contrarietà al progetto di snaturare la funzione e il ruolo dei servizi ispettivi, in particolare nei confronti della funzione di controllo e repressione che da sempre caratterizza l’impegno Suo e di decine di Suoi colleghi (costretti spesso ad operare in condizione ambientali difficili e con risorse scarse).

In particolare, contestando le diverse circolari recentemente emanate dal Ministero a partire dalla nota ultima del 3.12 in materia di attività nei call center, siamo ad informarLa che continueremo nell’opera di segnalazione di gravi irregolarità nei rapporti di lavoro, soprattutto per quelle realtà cui organizzazione del lavoro, anche ai sensi del Codice Civile e delle numerose sentenze della magistratura, evidenzino tutte le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato.

Consapevoli infatti della gerarchia delle fonti, della preminenza tanto delle leggi che dei Codici su meri strumenti di indirizzo amministrativo e certi che lo stesso ispettore del lavoro - nella sua funzione di pubblico ufficiale - agirà ricorrendo agli strumenti e alle norme vigenti messe a disposizione, siamo convinti che i lavoratori dei call center avranno ancora nelle istituzioni e nelle DPL un punto di riferimento forte per la tutela dei propri diritti.

SLC-CGIL, NIDIL-CGIL, CGIL


venerdì 5 dicembre 2008

Call center: Genovesi (Slc Cgil), circolare Sacconi farneticante

“La nuova circolare del ministero del Lavoro sui call center è giuridicamente farneticante, tecnicamente discutibile, socialmente grave”. Così Alessandro Genovesi, segretario nazionale di Slc Cgil (il principale sindacato dei call center) commenta la nuova circolare per il settore (la numero 25/08) emanata ieri dal ministero competente.
Spiega Genovesi: “È giuridicamente farneticante in quanto prendendo a riferimento una sentenza della Cassazione, omette di citare decine e decine di sentenze che, ai sensi del codice civile e delle principali norme di diritto nazionale e comunitario, partono da presupposti inversi, ovvero che sono l'organizzazione del lavoro e le modalità anche tecnico strumentali che fanno la subordinazione”.
“È tecnicamente discutibile – prosegue il sindacalista – in quanto, contestando indici presuntivi sulla subordinazione dei lavoratori dei call center anche in out bound presenti nella circolare n. 4 del 2008 - in quanto è il reale rapporto per come si configura a dover fare la differenza nel qualificare un lavoratore come subordinato o autonomo – si contraddice immediatamente, dicendo che gli ispettori "devono" riconoscere la genuinità presuntiva del lavoro autonomo”.
Infine, “è socialmente grave in quanto il messaggio che sottintende è evidente: da oggi si torna a tollerare abusi e a incoraggiare il precariato. Quegli abusi e quel precariato che hanno fatto dei call center il simbolo di una generazione senza diritti e senza futuro. Fortunatamente esiste il sindacato, la magistratura del lavoro, il codice civile e le leggi. Al di là della smania del ministro Sacconi, gli abusi continueranno ad essere denunciati e, come già avvenuto, spesso puniti”.
Così conclude Genovesi: “Intanto, anche per dare un segnale di attenzione alta e di sostegno alle tante imprese corrette che credono nel buon lavoro, ai tanti ispettori coraggiosi che vogliono continuare a svolgere la propria funzione e soprattutto ai tanti giovani precari dei call center che aspettano di avere riconosciuti diritti e tutele sacrosante, come Slc Cgil già nei prossimi giorni ricorreremo alla magistratura deputata per chiedere il ritiro della circolare”.

Fonte: http://www.rassegna.it

Nei call center una presunzione di “autonomia”.

Il ministero corregge le indicazioni per le ispezioni
Non è decisivo l'uso di mezzi o strutture del committente

Per il contratto a progetto con i call center, dopo varie circolari e la direttiva del 18 settembre scorso, arrivano ulteriori chiarimenti dal Ministero del Lavoro.
Con la circolare n. 25/17286 di ieri, il ministero del Lavoro risponde ad un quesito dell’Inps e chiarisce la posizione sui contratti a progetto, con particolare riferimento per quelli aventi per oggetto l’attività nei call center. Sul punto il Lavoro ricorda di essersi già espresso con le circolari n. 1 dell’8 gennaio 2004, n. 17 del 14 gennaio 2006, n. 4 del 29 gennaio 2008 e, da ultimo, con la direttiva del 18 settembre scorso.
Dal punto di vista operativo, il ministero chiarisce in primo luogo che l’accertamento ispettivo, riguardante i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, in qualsiasi modalità, anche a progetto, e le associazioni in partecipazione con apporto di lavoro, dovrà concentrarsi “esclusivamente” verso quelli che non siano stati già sottoposti al vaglio della commissione per la certificazione dell’articolo 76 del decreto legislativo 276/2003, salvo che non si evidenzi una palese incongruenza tra il contratto certificato e le modalità concrete di esecuzione della prestazione. In quest’ultima ipotesi saranno utili le dichiarazioni rese dai lavoratori interessati e tutti gli altri elementi che possano essere utilmente valutati ai fini della corretta qualificazione del rapporto di lavoro, tenendo conto delle richiamate circolari, ma senza dare rilevanza all’elencazione di attività e delle preclusioni contenute nella circolare 4/2008. Peraltro, con riferimento a tali esclusioni la questione era stata già trattata dalla direttiva di settembre, in quanto ritenute complessivamente non coerenti con impianto e finalità della legge Biagi.
Nel reprimere il fenomeno delle collaborazioni fittizie, la nota ministeriale richiama l’attenzione dell’ispettore a non adottare il principio della “presunzione di subordinazione” per determinare le tipologie di attività: questo principio, infatti, - riferisce la nota ministeriale – risulta chiaramente in contrasto con il decreto 276, ma anche con il consolidato indirizzo interpretativo della giurisprudenza secondo cui ogni attività umana suscettibile di valutazione economica può essere resa in forma autonoma o subordinata, mentre decisivo è il requisito essenziale della subordinazione.
Quindi, là dove non sia presente l’elemento essenziale della subordinazione, anche i collaboratori che svolgono attività di promozione, vendita, sondaggi e campagne pubblicitarie in genere possono, anzi “devono” essere considerati lavoratori autonomi. Ne deriva anche che il collaboratore, impiegato in attività di call center “out bound”, è un prestatore di lavoro autonomo, ancorché coordinato e continuativo in base all’art. 409, n. 3, del Codice di procedura civile, quando svolge la prestazione in autonomia e cioè può liberamente prefigurare il contenuto della propria prestazione sulla base del risultato oggettivamente individuato dalle parti con il contratto di lavoro.
Non sono pertanto di per sé suscettibili di far disconoscere la natura autonoma del rapporto, ad esempio: l’utilizzo esclusivo di mezzi, materiali, e strumenti del committente; l’utilizzo di sistemi di chiamata in automatico, che necessariamente forniscono indicazioni al sistema informativo del committente circa la presenza del collaboratore e che mettono in comunicazione il collaboratore resosi in quel momento disponibile con l’utente telefonico; la prestazione eseguita all’interno della struttura del committente necessariamente soggetta ad un orario di apertura e chiusura, pur non essendovi il collaboratore vincolato; le istruzioni di massima fornite dal committente.

Luigi Caiazza
Fonte: Il Sole 24 Ore, 04.12.08, p. 35

giovedì 4 dicembre 2008

La circolare ministeriale 25/08 sui call center copre abusi e precariato

Come SLC-CGIL intendiamo esprimere forte preoccupazione dinanzi alla circolare n.25/08 emanata dal Ministero del Lavoro in materia di Collaborazioni coordinate e continuative “a progetto” e attività dei call center.
Denunciamo il forte rischio che i contenuti della Circolare rappresentino una regressione, anche sul piano della cultura dei diritti, che mette in pericolo il completamento del processo di stabilizzazione del rapporto di lavoro per quelle migliaia di lavoratrici e lavoratori che svolgono attività di call center outbound.
In particolare è preoccupante considerare, in assenza dell’elemento della subordinazione, lavoratori autonomi anche i collaboratori che, nello svolgere attività outbound, utilizzino mezzi, locali, sistemi di gestione delle chiamate forniti dal committente.
Grave è che la Circolare “dimentichi” decine di sentenze che hanno nel tempo sancito come siano l’organizzazione del lavoro e le modalità tecnico-strumentali della prestazione lavorativa a sancire il rapporto di subordinazione.
Il rischio, tutt’altro che ipotetico, è che questa sia la strada che porti nuovamente a quel clima di tolleranza verso abusi e precariato. Quello stesso clima che lo scorso 19 settembre, nel corso della Manifestazione nazionale dei call center outsourcing, migliaia di lavoratrici e lavoratori avevano chiesto venisse definitivamente spazzato via. Come SLC siamo sin da ora in campo per respingere questo che consideriamo l’ennesimo tassello di un programma di attacco al diritto del lavoro così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Già nei prossimi giorni ricorreremo alla magistratura deputata per chiedere il ritiro della Circolare perché i call center smettano definitivamente di essere il simbolo di una generazione senza diritti e senza futuro.

Roma, 4 dicembre 2008
SEGRETERIA NAZIONALE SLC-CGIL

giovedì 13 novembre 2008

MODELLO CONTRATTUALE, LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA TI TOGLIE SOLDI


Il nuovo modello per i rinnovi economici dei Contratti Nazionali di Lavoro, proposto da Confindustria, peggiora i diritti economici dei lavoratori, soprattutto con riferimento alla tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni.

I cambiamenti proposti da Confindustria al modello contrattuale in vigore sono TRE e su ogni punto c’è una perdita secca di reddito per i lavoratori e le lavoratrici:

1. Il rinnovo economico del Contratto, verrà basato su di un valore punto predefinito per tutti i settori (Chimici,TLC, Metalmeccanici, Commercio, Bancari, ecc) e sarà attestato mediamente a 15,74 euro, che risulta, tra il 10% e il 30% più basso del valore punto attualmente adottato dal Sindacato nei singoli settori di cui sopra (mediamente è infatti pari a 18 euro). Se proiettassimo il nuovo metodo di calcolo di Confindustria sui quattro anni di contratto appena passati, otterremmo, che la perdita attribuibile alla riduzione del valore punto è di circa 951 EURO per ogni lavoratore/lavoratrice.

2. L’inflazione con cui si rinnovano i contratti di lavoro verrà depurata (diminuita) della componente energia. Sostanzialmente si sottrae al valore dell’inflazione con cui si rinnovano i Contratti di Lavoro la percentuale di inflazione determinata dall’aumento del costo dell’energia importata dall’estero (Petrolio, Elettricità, Gas).
Se proiettiamo questa proposta di Confindustria nel periodo 2004-2008, succede che l’indice generale inflattivo registra una crescita media annua del 2,5% mentre quello depurato dell’energia del 2,1%. Questo avrebbe significato per ogni lavoratore/lavoratrice una ulteriore perdita di circa 406 euro da aggiungere a quella del punto 1.

3. Confindustria, inoltre, ha previsto nel nuovo modello, che, il recupero dell’inflazione può avvenire solo sulla base di uno “scostamento significativo” senza però definire cosa è e quanto è uno “scostamento significativo”. Tale elemento, lascia margini di perdita di potere d’acquisto in base alla definizione di “significativo”: ad esempio, se lo scostamento fosse dello 0,3%, con un parametro ritenuto “significativo” di Confindustria di 0,4%, ciò comporterebbe una perdita di 1,2 punti in quattro anni, ovvero 258 euro per ogni lavoratrice e lavoratore da sommare alle perdite dei punti 1 e 2.


Bisogna ricordare, inoltre, che grazie al modello di Confindustria il problema della cosiddetta inflazione importata e, nello specifico, il problema dei costi dell’energia importata, ricadrebbe solo sui lavoratori dipendentie per ben 4 volte:

• la prima pagando le bollette dell’energia di casa,
• la seconda pagata al benzinaio
• la terza volta pagata con la crescita dei prezzi al consumo

ed ora grazie a Confindustria anche con:

• una penalizzazione economica negli aumenti di stipendio derivanti dal rinnovo economico del contratto nazionale di lavoro.

Quanto sopra esposto, può essere raffrontato con la dinamica effettiva delle retribuzioni registrata dall’Istat tra il 2004 e il 2008 in cui l’applicazione del Protocollo del 23 luglio1993 (con parametro di riferimento l’inflazione attesa) ha portato una crescita del potere d’acquisto dei salari contrattuali di 2,1 punti in 5 anni. Se tornassimo indietro nel tempo ed applicassimo il modello proposto da Confindustria, registreremmo una perdita cumulata di –2,2 punti, equivalente a –1.357 euro (punto 1 + punto 2) a cui andrebbe aggiunta la eventuale perdita del punto 3 una volta che venisse definita compiutamente da Confindustria.

Conclusioni


In breve, anche se Confindustria sostiene che i salari nominali dovrebbero crescere da qui al 2011 di 2.503 euro, secondo le nostre stime dovrebbero invece crescere di 3.357 euro. Tra i due modelli c’è una differenza in meno per ogni lavoratore/lavoratrice di 854 euro, di cui 453 euro sulle sole retribuzioni da contratto nazionale.
Questo avendo sempre a mente che sui dati certi, relativi al passato (2004-2008), senza margini di errori previsionali, si è registrata un aumento reale delle retribuzioni contrattuali di 443 euro a fronte della perdita che invece si sarebbe avutase fosse stato applicato il modello Confindustria, perdita pari a –674 euro.
Quindi, considerato il mancato guadagno, la perdita per ogni lavoratore/lavoratrice, sarebbe stata pari a –1.117 euro complessivi.


SLC CGIL ROMA E LAZIO
CGIL, SEMPRE DALLA TUA PARTE

mercoledì 12 novembre 2008

Comunicato Slc Cgil Roma e Lazio

LETTERA APERTA ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI

Care Colleghe, Cari Colleghi,
ci stiamo avviando ad affrontare nelle prossime settimane almeno 3 passaggi fondamentali per il mondo del lavoro, passaggi cruciali per tutti i lavoratori dipendenti,i precari, i pensionati.
Nello specifico si affronteranno le seguenti questioni:
1. La revisione del modello contrattuale (come si rinnovano i contratti nazionali entro 12/08)
2. Il rinnovo del contratto nazionale di settore delle TLC (piattaforma entro 12/08)
3. La revisione dello stato sociale e delle norme sul lavoro (già avviata)

E’ chiaro che si apre dunque una fase decisiva per il futuro dei livelli di vita e di condizione di lavoro di tutti i dipendenti a reddito fisso del Paese.
Non vi nascondiamo che come CGIL ci apprestiamo a questi appuntamenti con molte preoccupazioni derivanti dalla situazione economica del Paese e dallo stato dei rapporti con CISL e UIL nonché dall’aggressione ai diritti del lavoro che è ripartita da parte del Governo e di Confindustria.

La nostra preoccupazione dipende dal clima che si respira in Italia nei confronti del mondo che noi rappresentiamo, dalle norme sul lavoro già “toccate” dal DL 112 di Giugno e dai continui attacchi verbali al lavoro provenienti da parte padronale (i fannulloni, il costo del lavoro alto, le regole che ingessano le imprese, l’eccessiva crescita delle retribuzioni, la scarsa produttività, ecc) il tutto si sta consumando nel silenzio generale e con una stampa giornalistica e radiotelevisiva che quotidianamente o tace o manipola le informazioni. Ma attenzione, oggi, l’attacco al lavoro è più subdolo e quindi più pericoloso del 2003.
Una differenza balza subito agli occhi ed è relativa al modo seguito dal governo per affrontare in questa legislatura i problemi del lavoro: a differenza della XIV legislatura, in cui il Libro Bianco (ottobre 2001) segnò all’inizio un disegno strategico esplicito di attacco ai diritti del mondo del lavoro, culminati nella proposta di modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, qui l’azione è sicuramente meno appariscente, ma non meno devastante. Se volessimo concentrare il succo in una parola, potremmo scegliere il termine “frantumazione”.
Stavolta, anziché l’attacco frontale, si è scelta la via della frantumazione dei diritti, con l’obiettivo evidente di favorire la frammentazione del mondo del lavoro, segmentare i suoi interessi, in modo da impedire, o comunque rendere molto più difficile aggregare l’azione dei lavoratori e del sindacato.
Il tempo scelto non è casuale, non solo per la vicinanza con una vittoria elettorale e sociale di vaste dimensioni, e del conseguente sbandamento delle forze di opposizione, parlamentare e non, ma anche per una ragione più di fondo: le misure che incidono sul Protocollo Welfare del 23 luglio ’07 votato ed approvato da 5 milioni di lavoratrici e lavoratori e sulla sua legge attuativa colpiscono norme che non sono ancora per gran parte divenute esigibili, o che non sono ancora divenute patrimonio comune dei lavoratori, quei miglioramenti alle condizioni di vita e lavoro di milioni di persone si possono quindi eliminare, con la complicità dei mass media, nel più assoluto silenzio.
Di qui la necessità di un capillare lavoro di spiegazione ed orientamento nell’organizzazione a tutti i livelli, ed in particolare nel rapporto con i lavoratori, dispiegando rispetto ai colpevoli silenzi dei giornali e della stampa radiotelevisiva una vera e propria campagna di controinformazione della CGIL.
Per questo crediamo che sia utile informare tutti dei provvedimenti in materia di lavoro già presi dal Governo attraverso il DL 112/08 ed il DL 97/08:
• Riposi Settimanali: il periodo di calcolo non è più settimanale ma è calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni.
• Appalti: Cancellate le norme Visco/Bersani sulla responsabilità in solido della società committente (sostanziale reintroduzione del massimo ribasso nelle gare di appalto sulla manodopera e servizi)
• Cancellati gli Indici di Congruità servivano agli ispettori per contrastare il lavoro nero
• Cancellato l’obbligo del cartellino per il personale degli appalti (apertura al lavoro nero con personale non più immediatamente identificabile)
• Cancellato l’obbligo di registrazione immediata dell’assunzione (ricordate i morti sul lavoro che risultavano tutti in periodo di prova o assunti il giorno stesso, e che in realtà erano lavoratori in nero?)
• Deroghe Contrattuali: il testo prevede che le norme di legge sui riposi giornalieri, le pause, il lavoro notturno e le modalità per la sua introduzione sono derogabili tramite specifiche disposizioni dei CCNL. In assenza di tali disposizioni, possono intervenire i livelli contrattuali territoriali ed aziendali;
• Dimissioni in bianco: Si cancella le legge 188/07 sulle dimissioni volontarie ripristinando l’incivile pratica che grava soprattutto sulle giovani donne
• Part Time: È cancellato il disincentivo, previsto dal Protocollo, al part time fino a dodici ore, il che collegato allo sconto fiscale per il lavoro supplementare, renderà sempre più forte la richiesta delle imprese solo di part time brevi.
• Contratti a Termine: il Protocollo imponeva dopo 36 mesi di utilizzo la trasformazione a tempo indeterminato,con un’unica deroga, da svolgersi presso le Dpl. Ora il lavoro a tempo determinato è possibile anche per l’ordinaria attività dell’impresa, puntando quindi a sancirne l’equivalenza con il “normale”rapporto di lavoro fisso; non solo: ora si può derogare a qualsiasi livello di contrattazione al vincolo di legge della trasformazione dopo 36 mesi a tempo indeterminato
• Disabili: si ripristina l’art. 14 del dlgs 276/03 per cui un’impresa sarà in regola appaltando il lavoro sufficiente a coprire l’occupazione obbligatoria dei disabili in cooperative sociali in cui essi saranno confinati compromettendo dunque la norma solidaristica dell’integrazione organica del disabile nei cicli lavorativi “normali”.
• Mense Aziendali: sono stati ridotti di circa il 30% i vantaggi fiscali sulle mense aziendali alle imprese, o meglio, il costo fiscale delle mense è aumentato per le imprese del 30%; quanto dureranno quelle esistenti?
• Tasso di Inflazione Programmato: è quello con cui si rinnovano i contratti nazionali di lavoro, ebbene è stato fissato dal governo all’ 1,7% a fronte del 4% reale; i contratti si rinnoveranno dunque a meno del 45% del valore reale dell’inflazione!!!

Ed inoltre ci sono altri interventi di modifiche peggiorative su apprendistato, reperibilità, lavoro a chiamata, voucher stagionali, malattia, tutti temi che per spazio e tempo illustreremo in apposite assemblee.
Come vedete è un attacco chirurgico, settoriale, contenuto e diluito in due mega DL di cui ancora si stenta a conoscere gli esatti contenuti e confini ma di cui è chiaro l’obiettivo :

il lavoro dipendente con un reddito annuo sotto i 30000 € lordi.

Ora ci fermiamo qui.
Per il momento è importante avviare un percorso di conoscenza che risvegli una coscienza collettiva del mondo del lavoro perché è evidente che siamo dinanzi ad una svolta cruciale che si giocherà in termini pesanti sui punti elencati su in alto e sui quali produrremo nei prossimi giorni ulteriori documenti informativi nella consapevolezza che siamo solo ad interventi preparatori di quello che sarà nelle prossime settimane uno scontro durissimo.
SLC CGIL ROMA E LAZIO

sabato 26 luglio 2008

Ecco le leggi precarizzanti

Una gragnuola di leggi costruite per rendere ancora più precario il lavoro. Sarà più facile imporre le dimissioni alle lavoratrici in gravidanza, si riducono le pause, si potrà licenziare in cambio di un indennizzo. E, chicca delle chicche, si potranno avere apprendisti anche solo per un mese. Sono solo alcuni dei «capolavori» messi in cantiere dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi e dalla maggioranza di governo, che nel tourbillon di emendamenti alla manovra finanziaria in pochi giorni sta disfacendo diritti acquisiti in tanti anni. E poi alcuni li ritesse, come una tela di Penelope. E' di ieri infatti la notizia di una marcia indietro su due fronti, dopo le proteste di Pd e Cgil: l'obbligo di registrare il lavoratore il giorno precedente l'inizio d'attività, prima soppresso e oggi restaurato; il ridimensionamento del «voucher», o ticket a ore, limitato a studenti e pensionati e alle micro-imprese familiari. Ecco un piccolo vademecum delle contro-riforme sacconiane, contenute quasi tutte nel decreto 112 che compone la manovra. Le abbiamo ricostruite grazie alla guida di Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro Cgil nazionale.
I contratti a termine
Sui contratti a tempo determinato abbiamo due interventi diversi. Il primo, rappresenta un attacco simbolico all'articolo 18: si dispone infatti che nel caso in cui un'azienda abbia violato le causali per l'accensione di un contratto a termine, non scatti più l'assunzione a tempo indeterminato, ma l'imprenditore può chiudere la faccenda risarcendo il lavoratore con una somma che va da 2,5 a 6 mensilità di salario. Dall'altro lato, si interviene sul Protocollo welfare dello scorso anno in merito ai 36 mesi e all'obbligo di assunzione dopo un'unica proroga: la riforma prevede che possano derogare non solo i contratti nazionali, ma anche quelli territoriali o aziendali, senza però definire una scala gerarchica tra di essi. «Così si scardina - commenta Treves - un punto centrale del testo Cgil, Cisl e Uil sui contratti, dove si dice che gli ambiti del secondo livello devono essere stabiliti nel contratto nazionale».
Orari, pause e lavoro notturno
Oggi il riposo settimanale deve essere minimo di 35 ore consecutive; il governo introduce una norma che prevede il calcolo delle 35 ore su uno spazio più ampio, ovvero 14 giorni. «Si potrebbe configurare la lesione di un principio costituzionale - spiega il rappresentante Cgil - dato che la Carta parla di "diritto al riposo settimanale"». Dall'altro lato, si stabilisce per legge che le norme su riposi, pause, lavoro notturno e introduzione al lavoro notturno possano essere «derogabili a livello di contratto nazionale o, in assenza di specifiche disposizioni, anche a livello territoriale e aziendale». E dire che oggi, la gestione del lavoro notturno, con i presidi sanitari necessari, le esenzioni e altre possibili tutele, viene trattata con Rsu e Rsa: in futuro potranno essere scavalcate.
Le dimissioni volontarie
Viene abrogata la legge 188 del 2007, quella che rendeva valide le dimissioni solo se fatte su un modulo del ministero del Lavoro, con impresso un codice alfanumerico a progressione cronologica. Si poteva evitare così che il datore di lavoro imponesse la firma delle dimissioni in bianco, per utilizzarle poi a suo comodo quando una lavoratrice è in gravidanza, o quando il dipendente si infortuna o ammala per lunghi periodi. La tutela viene cancellata senza introdurre altri mezzi di contrasto. Sacconi ha spiegato che si semplificano così pratiche burocratiche farraginose.
Il job on call (lavoro a chiamata)
Vengono «resuscitate» le norme cancellate dal governo Prodi, relative al lavoro a chiamata. Già contenuto nella legge 30, il job on call non era mai realmente decollato. Il lavoratore può essere assunto offrendo la propria reperibilità ed essere chiamato alla bisogna: quando non lavora avrà un'indennità pari al 30% del salario. Se non offre la reperibilità, è pagato solo quando lavora.
La registrazione il giorno prima
Un emendamento aveva cambiato la legge introdotta l'anno scorso, che prevedeva l'obbligo per il datore di lavoro di registrare il lavoratore il giorno prima dell'inizio dell'attività, norma utile a contrastare il sommerso e l'abitudine di registrare i lavoratori solo quando si infortunano (o, peggio, muoiono): la modifica introdotta imponeva la registrazione entro 5 giorni dopo l'inizio dell'attività. Ma ieri il ministro ha fatto marcia indietro, e ha ripristinato la regola del giorno prima. La Cgil e l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano notano che «la mobilitazione paga», ma che «comunque bisogna vigilare».
Il voucher o «ticket lavoro»
Il voucher è un buono che può essere emesso da Inps, agenzie interinali e dagli enti bilaterali aziende-sindacati. Serve a retribuire con una «paga globale»: dovrebbe essere di circa 10 euro, comprendenti oltre al netto tutti i contributi. Il governo lo voleva dedicare ai lavoratori stagionali dell'agricoltura, delle imprese familiari di turismo, commercio e servizi, e ai giovani under 25 che svolgessero lavori durante le vacanze. Il rischio è che inglobando tutto, il voucher cancella il contratto nazionale, ferie, malattia, sussidi di disoccupazione, etc. Un emendamento (ancora non chiaro nella sua formulazione) ha ristretto la platea: il voucher sarebbe così limitato a studenti e pensionati e alle micro-aziende. I sindacati Flai, Fai e Uila si dicono «parzialmente soddisfatti», ma evidenziano che «anche così c'è il rischio di lavoro nero ed elusione contributiva». Ancora, la Cgil, con Treves, si dice «contraria all'emissione dei voucher da parte degli enti bilaterali». A questo punto si prefigurano persino enti bilaterali separati, se Cisl e Uil saranno d'accordo nell'emetterli.
Appalti e indici di congruità
Si abrogano le disposizioni attuative sulla responsabilità in solido delle amministrazioni pubbliche rispetto alle aziende di appalto: sarà più difficile per il lavoratore individuare con chi rivalersi in caso di fallimento o «sparizione» della piccola impresa d'appalto. Abrogati anche gli «indici di congruità», quelle tabelle che stabilivano il numero di lavoratori minimo per una produzione o un servizio erogato, segnalando così possibili casi di sommerso.
L'apprendistato rapido
Il Protocollo Welfare aveva disposto una delega al governo per riformare l'apprendistato, «in intesa con Regioni e parti sociali». Il governo sta violando la delega, perché ha disposto la riforma da solo. Intanto non si prevede più un periodo minimo: potremo avere anche apprendisti per un solo mese. Poi si individua l'impresa come «luogo formativo per eccellenza», sottraendo la formazione alle Regioni. La stessa certificazione, non sarà più emessa dalle Regioni, ma dagli enti bilaterali.
Libro Unico e ispezioni
Viene istituito un unico libro che contiene tutti i dati relativi al lavoratore, come le ore di straordinario. Sarà molto più difficile per il lavoratore accedere a quanto lo riguarda: la busta paga potrà essere sostituita da una «copia della scritturazione sul Libro Unico», senza le voci dettagliate per calcolare subito eventuali ammanchi. Il Libro può essere aggiornato entro il sedicesimo giorno del mese successivo, e tenuto presso lo studio del proprio commercialista. Anche un ispettore del lavoro, così, potrà fare più fatica a reperirlo e non lo avrà immediatamente. Si prevede poi che potrà evitare le sanzioni sul lavoro nero un'impresa che, all'atto della visita ispettiva, non mostri la volontà di occultare chi è irregolare. Insomma, una «sanatoria preventiva».

Antonio Sciotto
Fonte: Il Manifesto 19.07.08

domenica 6 luglio 2008

Zitto zitto il governo rottama i diritti

Nel caldo afoso di luglio e, soprattutto, nel silenzio quasi assoluto del sistema informativo italiano, il Parlamento sta per convertire in legge il decreto 112/2008, quello che insieme al disegno di legge collegato compone la cosiddetta “manovra d'estate”. A detta del Governo, il decreto che porta il nome del ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha l'obiettivo di promuovere lo sviluppo economico, semplificare e razionalizzare l'organizzazione amministrativa e restituire potere d'acquisto alle famiglie, ma secondo i sindacati alcune delle norme che le Camere stanno per approvare intaccheranno pesantemente i diritti e le tutele dei lavoratori italiani.
In effetti, il decreto interviene pesantemente nella contrattazione, riduce i salari, aumenta l’orario di lavoro e definisce azioni discriminatorie rispetto a diritti che appartengono a tutto il mondo del lavoro. Secondo il coordinatore del Dipartimento Settori pubblici della Cgil Michele Gentile, “la riforma della pubblica amministrazione è un insieme di misure inaccettabili che riducono la funzione dell’intervento pubblico, fino a bloccarlo, e di pesanti interventi sugli aspetti economici, normativi e contrattuali del lavoro pubblico”. (...)
La cosiddetta riforma del Welfare, però, intaccherebbe anche le norme sul diritto di malattia, sul diritto alla cura e sul Part–time, nell’ottica di una privatizzazione dei servizi pubblici. Il decreto, infatti, definisce per legge materie oggi riservate alla contrattazione: “Tra queste - osserva ancora Gentile - il nuovo regime economico e normativo della malattia. Le norme dei contratti penalizzavano la malattia breve, ma non quella lunga (superiore ai 15 giorni). Il decreto invece fa di ogni erba un fascio. Ma non basta: costruisce un cervellotico, inapplicabile e vessatorio sistema di certificazione, sul quale lo stesso ministero della Funzione pubblica non è in grado di fornire chiarimenti applicativi alle amministrazioni che chiedono o alle regioni o alle Asl”.
Preoccupazione, inoltre, giunge anche dalla Flai Cgil. Il dl, infatti, estende a tutte le attività agricole di carattere stagionale la configurazione del lavoro cosiddetto occasionale di tipo accessorio e intende liquidare tutte le prestazioni lavorative attraverso l’emissione del voucher, con la conseguente eliminazione per i lavoratori agricoli di tutte le tutele sindacali, salariali e dei diritti previdenziali ed assistenziali. “Tenuto conto che le attività stagionali rappresentano il 90 per cento del lavoro agricolo – ha dichiarato la Segretaria generale Stefania Crogi – il dl approvato dal governo rappresenta un gravissimo e durissimo attacco al potere d’acquisto dei salari degli operai agricoli e alla contrattazione sindacale”.
Proteste, infine, sono giunte anche da Gianni Rinaldini, secondo il quale “nel silenzio più assoluto il governo sta deregolando tutti gli aspetti che riguardano il lavoro, facendoci pian piano tornare indietro”. Secondo il segretario della Fiom Cgil, “non c’è alcuna corrispondenza tra quello che viene dichiarato e gli innumerevoli interventi che peggiorano la situazione sia per quanto riguarda il precariato sia sulla sicurezza”. Il sindacalista cita tra le misure “passate quasi in silenzio”: la reintroduzione 'della possibilità di chiedere al lavoratore le dimissioni in bianco, il ritorno indietro sulla responsabilità del committente, la possibilità di una seconda ispezione se manca il libro paga, il non obbligo di comunicazione per le aziende non sindacalizzate che superano le 48 ore di lavoro settimanali”. Conclude Rinaldini: “Sono interventi che peggiorano la situazione sul fronte del lavoro nero, del sommerso, della sicurezza, contraddicendo le dichiarazioni che vengono di continuo fatte da esponenti del governo”.

Fonte: http://www.rassegna.it/2008/lavoro/articoli/sacconi.htm

Dimissioni volontarie: cancellata la procedura telematica

Con un decreto legge il governo ha abrogato la legge n. 188/2007 che dal 5 marzo 2008 ha introdotto la procedura telematica per rassegnare le dimissioni volontarie attraverso un sistema che faceva capo al Ministero del Lavoro.
La lettera di dimissioni volontarie doveva, secondo la legge abrogata, essere presentata dal lavoratore o dalla lavoratrice su un modulo informatico, con validità temporale limitata di 15 giorni dalla data di emissione. Il modulo era reperibile presso le sedi del Ministero del lavoro, gli uffici comunali, i centri per l’impiego, nonchè presso le organizzazioni sindacali ed i Patronati.
Vale la pena ricordare che questa norma era stata introdotta in base ad una precisa richiesta sindacale alfine di evitare l’odioso fenomeno delle c.d. dimissioni consensuali in bianco – lettera di dimissioni a data aperta fatta sottoscrivere, specialmente, alle lavoratrici in gravidanza, in malattia, in infortunio ecc..
Pertanto dal 25 giugno 2008, le dimissioni potranno essere presentate al proprio datore di lavoro senza adempiere alla procedura informatizzata, con semplice lettera e comunque tenendo conto di quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.

giovedì 12 giugno 2008

Le dichiarazioni del Ministro Sacconi

SACCONI: VIA ALLA DEREGOLAMENTAZIONE

"Per il mercato del lavoro occorre una scossa, più che una terapia. Occorre una poderosa operazione di deregolamentazione delle norme in vigore. L'elenco è bell'e pronto: dai rapporti di lavoro più semplici e trasparenti, all'abrogazione delle norme sulle dimissioni volontarie; quest'ultima è una legge demenziale che ha trasformato le dimissioni in un atto particolarmente complicato. E poi ancora, la cancellazione di libro matricola e libro paga, strumenti obsoleti che possono essere sostituiti da un semplice libro presenze che può essere tenuto dal consulente del lavoro. Ma anche la reintroduzione del contratto di lavoro a termine, fino alla revisione del testo unico sulla sicurezza sul lavoro, passando attraverso la necessaria riforma dell'orario di lavoro e del part-time che è stato nell'ultimo biennio irrigidito e che noi vogliamo riportare alla libera contrattazione tra le parti. Introdurremo voucher prepagati per tutte le forme di lavoro accessorio e occasionale con un intervento ampio che interesserà una vasta platea che dalle collaboratrici domestiche, al turismo, alla vendemmia, per favorire l'emersione dal sommerso. E rimetteremo in discussione il divieto di visite mediche prima delle assunzioni".
Fonte: http://www.consulentidellavoro.it