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venerdì 24 dicembre 2010

Mirafiori, firmato l’accordo


Stravince la linea Marchionne
Azzerato il potere delle rappresentanze sindacali,
ma a dissociarsi è solo la Fiom


Sergio Marchionne è riuscito ad avere a Mirafiori un nuovo contratto su misura con il sì di Fim, Uilm, Ugl e Fismic e il no della Fiom che si tira fuori dall’intesa e parla di “firma della vergogna”. L’accordo è stato siglato ieri sera dopo una nuova giornata di discussioni e limature al testo che la Fiat aveva già presentato lo scorso 3 dicembre. I circa 5500 operai delle Carrozzerie di Mirafiori saranno così “licenziati” dalla Fiat e riassunti dalla New.co, frutto della joint venture tra Fiat e Chrysler, e che non aderirà a Federmeccanica, che si impegna a investire un miliardo di euro per dare avvio alla produzione del Suv Chrysler e dei modelli Alfa Romeo. Un passaggio d’epoca, per certi versi, che sancisce la fuoriuscita del Lingotto dalla Confindustria e l’avvio di una stagione nuova per la casa automobilistica torinese. Giorgio Airaudo, segretario piemontese della Fiom e responsabile Auto la sintetizza così: “One company, one trade union”, cioè un modello all’americana secondo il quale per ogni azienda ci sarà un sindacato specifico.

Marchionne è ovviamente molto contento, parla di “bel momento per i lavoratori” e assicura che l’investimento “partirà in tempi brevi”. La soddisfazione dell’amministratore Fiat è lecita perché la novità più rilevante dell’intesa di ieri è tutta di politica sindacale e con un colpo solo, infatti, Marchionne ottiene più risultati.

Innanzitutto, con la fuoriuscita dall’Associazione degli Industriali, non è più costretto a riconoscere il contratto nazionale siglato da Federmeccanica. Quel testo è cosa “d’altri”, alla Fiat non interessa più e quel sindacato che volesse ricorrervi per contestare le intese aziendali si troverebbe con le armi spuntate. In secondo luogo abolisce in fabbrica le relazioni sindacali stabilite dall’accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil del 1993 – quelle con cui vengono elette le Rappresentanze sindacali unitarie. A Mirafiori non saranno più valide e i sindacati riconosciuti sono solo quelli che firmano l’intesa. Niente più Rsu, cioè delegati eletti da tutti i lavoratori e titolari anche della contrattazione aziendale, ma ripiego sulle Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali che vengono nominate da ciascun sindacato e che non hanno alcun potere contrattuale.

Su questo si concentra la determinazione della Fiom, che a Mirafiori è il primo sindacato – e che non sarà rappresentato nella nuova joint-venture – a non firmare l’accordo. “È un fatto gravissimo, ci dice Airaudo, perché si stabilisce che a rappresentare i lavoratori sono solo quei sindacati che sono d’accordo con l’azienda”.

Dal canto loro, Fim e Uilm, se hanno scelto di accettare quello che non andava bene il 3 dicembre, il contratto separato e l’uscita da Confindustria, è perché si sentono rassicurate dalla Fiat che ha specificato che “qualora Confindustria recepirà i contenuti dell’accordo di ieri allora la Fiat, cioè la new.co, rientrerà” nell’associazione degli industriali. Un modo per affermare la priorità del testo torinese su tutta la contrattistica nazionale. Per Marcegaglia uno smacco e una sconfessione esplicita.
Ottenuto il punto fondamentale, i dirigenti Fiat al tavolo della trattativa, guidati dall’inossidabile Rebadeungo hanno aperto con molta timidezza ad alcune delle richieste del sindacato. E così la pausa mensa, che Fiat voleva porre a fine turno, come a Pomigliano, rimarrà all’interno dell’orario di lavoro ma solo fino a che la Joint Venture non andrà a regime.

Per quanto riguarda l’assenteismo la “mediazione” finale prevede che la Fiat si limiterà a non pagare “solo” i primi due giorni di assenza malattia, invece dei primi tre, riservandosi però un’ulteriore sanzione dopo sei mesi in seguito al monitoraggio sull’assenteismo operato da un’apposita commissione. Le pause, invece, scendono a 30 minuti e i dieci minuti verranno risarciti con 32 euro mensili. Scatta poi la “clausola di responsabilità” per tutti i dipendenti che si impegnano, alla firma del contratto, di rispettare l’accordo, altrimenti saranno soggetti a sanzioni. Per quanto riguarda i turni vengono introdotti i dieci turni settimanali (due per 5 giorni) che saliranno a 12 (due turni di straordinario) a seconda dell’andamento del mercato. Le ore di straordinario obbligatorie per i dipendenti saranno 120 l’anno (15 sabati lavorativi) 80 in più rispetto alle 40 previste fino ad oggi dal contratto nazionale. Il numero dei turni può crescere fino a 18 (tre turni per 6 giorni la settimana); in quel caso il turno del sabato notte può essere trasformato in permesso oppure lavorato in cambio di una maggiorazione salariale.

“Abbiamo portato a casa l’accordo possibile e pensiamo di aver fatto il massimo”, dice il responsabile auto della Fim, Bruno Vitali, ponendo l’accento sull’importanza dell’investimento da un miliardo, mentre la Fismic parla di “accordo di portata storica”. “Con questo accordo – dice ancora il segretario generale della Uil, Angeletti – l’Italia ha la possibilità di tornare ad essere un grande produttore di auto”. Prende le distanze dall’intesa, invece, il Pd con il suo responsabile economico, Fassina, che parla di “accordo regressivo”.

L’accordo passa ora al vaglio dei lavoratori che saranno chiamati a un referendum nel mese di gennaio. La discussione in fabbrica si potrà tenere dal 10-12 gennaio, quando finirà la cassa integrazione e si potranno svolgere riunioni più o meno formali. A queste condizioni e dopo la minaccia di Marchionne – “se il 51% vota contro non facciamo più l’investimento” – è difficile che il No possa prevalere.

La Fiom non farà una campagna di opposizione e si limiterà, come ha fatto a Pomigliano, a definire “illegittima” la consultazione perché lesiva di diritti “superiori” (il contratto nazionale, la malattia, lo sciopero). “Ma in ogni caso abbiamo già deciso al nostro Comitato centrale una giornata di sciopero del gruppo Fiat e quindi ora la utilizzeremo”.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

L'America a Torino


L'ACCORDO per la nuova società che gestirà Mirafiori segna una brutta svolta nelle relazioni industriali in Italia. Esclude la Fiom, che sin dagli anni del dopoguerra è stato il sindacato di maggior peso nel grande stabilimento torinese.

Inasprisce deliberatamente il conflitto tra i maggiori sindacati nazionali: Fiom-Cgil da una parte, tutti gli altri contro. Divide i sindacati in un momento in cui i lavoratori dipendenti, di fronte alle cifre drammatiche della disoccupazione, della cassa integrazione e del lavoro precario, avrebbero il massimo bisogno di sindacati uniti per poter uscire dalla insicurezza sociale ed economica che li attanaglia. In presenza, per di più, di un governo del tutto inerte di fronte ai costi umani della crisi. Ora che si è chiuso stabilendo che solo i sindacati che lo hanno firmato potranno avere in essa i loro rappresentanti, si può dire che nell'insieme l'accordo su Mirafiori lascia intravvedere un paio di certezze, ed altrettante incognite. Una prima certezza è che l'ad Sergio Marchionne pensa evidentemente di importare in Italia non solo le auto, ma anche le relazioni industriali degli Usa. Il motivo è chiaro: legislazione e giurisprudenza statunitensi sulle libertà sindacali sono assai più arretrate che in Europa. Al punto che grandi imprese tedesche e francesi, che coltivano in patria relazioni industriali pienamente rispettose di quelle libertà, nelle sussidiarie Usa le violano con la massima disinvoltura. Assumendo crumiri al posto di lavoratori in sciopero, ad esempio, oppure esercitando pressioni inaudite sul singolo lavoratore affinché non segua le indicazioni del sindacato. Il tutto nel rispetto della sottosviluppata legislazione del luogo. Nel mondo globale non si vede perché, sembra essere il ragionamento di Fiat, le relazioni industriali in Italia non si possano conformare a quel modello.

Inoltre pare ormai certo che l'operazione Fiat-Chrysler non sia affatto destinata a fare di Chrysler la testa di ponte statunitense della Fiat; è piuttosto questa che si accinge a fungere da testa di ponte europea per la Chrysler. Partendo da Mirafiori. Si può infatti convenire che a fronte di una produzione prevista di oltre 250.000 vetture, tre volte quella degli ultimi anni, non si vede che differenza faccia produrre per la maggior parte Jeep Grand Cherokee, magari con la placca Alfa Romeo, piuttosto che qualche successore delle attuali auto del gruppo. Sono sempre posti di lavoro. Ma qui la Fiat si gioca la sopravvivenza come marchio originale. E' noto che per non sparire sul mercato europeo Fiat deve assolutamente spostarsi sulla fascia medio-alta; si comincia ora a intravvedere che il prezzo potrebbe essere la sua uscita dal rango dei progettisti originali e costruttori che hanno fatto la storia dell'auto.

Le incognite riguardano anzitutto che cosa succederà nelle altre aziende, a cominciare dalla componentistica, visto che il tetto comune del contratto nazionale sembra prossimo a cadere. Le grandi aziende - poche ormai in Italia - possono anche ritenere che il principio "ad ogni azienda il suo contratto" si attagli alle loro esigenze. Ma le piccole e medie? Il contratto nazionale non serve soltanto a proteggere i lavoratori in modo relativamente uniforme. Serve anche a proteggere le aziende dalla proliferazione incontrollata di sigle sindacali, come pure da rivendicazioni interne, magari extra-sindacali, che in assenza di un contratto quadro possono dare agli imprenditori grossi grattacapi.

Un'altra incognita riguarda destino e strategie della Fiom e dei suoi iscritti, in presenza di un'intesa che dal 2012 li esclude dalla newco Mirafiori - salvo un esito diverso del referendum. A Torino sarà assunto solo chi giura di non appartenere alla Fiom? Oppure dovrà nascondere la propria identità sindacale? O, al contrario, dovrà portare un badge che permetta ai capi di distinguerli a vista? Fuori Torino, poi, le cose potrebbero essere anche più complicate. Chi sa se l'ad Fiat si rende conto che in molte aziende meccaniche, comprese quelle che fabbricano componenti, la Fiom è il sindacato di maggioranza; in non pochi casi è l'unico. All'epoca della produzione giusto in tempo, il parabrezza o la sospensione o il disco dei freni che non arrivano perché il fornitore è fermo per una vertenza sindacale, può danneggiare la produttività di Mirafiori molto più che non i 40 minuti di pausa per turno invece di 30, o la pausa mensa a metà turno invece che alla fine. Le grandi strategie sovente naufragano per aver trascurato i dettagli.
di LUCIANO GALLINO
Fonte: http://www.repubblica.it

Regole zero e massima flessibilità "Si torna agli anni Cinquanta"


ROMA - "È un ritorno agli anni Cinquanta", dice Aris Accornero, sociologo, licenziato dalla Fiat proprio in quel periodo perché comunista. La tesi di Accornero, intellettuale di sinistra quasi mai allineato, sulla logica che ha portato all'accordo separato di ieri alla Fiat-Chrysler è del tutto originale. Perché non c'è solo l'identica "cacciata" dalle fabbriche dei ribelli (i comunisti all'epoca, la Fiom oggi), c'è anche il comune fattore esterno che determina la strategia del gruppo automobilistico: oggi come più di mezzo secolo fa è l'America - spiega Accornero - che decide le traiettorie delle relazioni industriali. "Negli anni Cinquanta l'ambasciatrice americana Clare Booth Luce sosteneva che il suo governo avrebbe negato le commesse se a prevalere fossero stati i comunisti. Oggi Marchionne dice che non investe se non si sta al passo con la globalizzazione".

E oggi come all'ora si consuma il distacco della grande Fiat dalla Confindustria. Perché il passaggio chiave per far fuori la Fiom è l'uscita della newco di Mirafiori (esattamente come quella per Pomigliano) dall'associazione degli industriali. Fuori dalla Confindustria, fuori dal contratto nazionale, fuori dalle regole pattizie della rappresentanza sindacale. Quasi a far incrociare i destini di Fiom e Confindustria, così agli antipodi eppure così legati. Addio - almeno per Mirafiori e Pomigliano - al "protocollo Ciampi" del 1993 che per chi non firma i contratti prevede la possibilità di presentare una lista, raccogliendo il 5 per cento delle firme dei lavoratori interessati, per eleggere i propri rappresentanti sindacali. La Fiom non avrà più questa garanzia (anche se frotte di avvocati si preparano ad aprire le vertenze) e non potrà nemmeno ricorrere al novecentesco Statuto dei lavoratori perché chi non firma i contratti collettivi non può dar vita alle vecchie Rsa, le rappresentanze aziendali.

Per trattenere la Fiat, Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, avrebbe potuto dare la disdetta dell'intesa del '93. Non l'ha fatto anche per non scatenare un conflitto sociale radicale. Ha riunito la Consulta dei presidenti e nessuno, su questo, si è schierato con il Lingotto. Ma va detto che una parte del sindacato, per esempio la Uil di Luigi Angeletti, aveva suggerito di superare formalmente quell'accordo perché non è mai stato modificato nella parte che riguarda le rappresentanze sindacali. Impensabile che ora possa arrivare una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacali: a parte la Cgil sono tutti contrarissimi, a cominciare dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Ci vorrebbe un nuovo accordo ma l'ennesima frattura tra Cgil, Cisl e Uil non prelude a una soluzione condivisa.

Un'epoca si chiude davvero. Quella di Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, non a caso con doppio passaporto (italiano e canadese), è una svolta radicale. "Una bomba atomica", la chiama Tiziano Treu, giuslavorista democratico, già ministro del Lavoro nel primo governo Prodi. "È un sistema di relazioni industriali - aggiunge Treu - che comincia a perdere tutti i pezzi: gli accordi, i contratti, i diritti. Marchionne è uscito da un sistema e si sta facendo il suo "sistemino" di relazioni industriali". È il sistema americano, quello con il sindacato e i contratti aziendali. D'altra parte anche in Germania molte aziende stanno uscendo dalla loro Confindustria proprio per non applicare il contratto collettivo. In Italia chi potrà imiterà Marchionne. Il ruolo di Confindustria, come quello delle confederazioni sindacali, è messo totalmente in crisi. Si va verso il modello aziendalista".

Quello che in Italia, però, non ha mai attecchito. E che - altro ricorso storico - proprio negli anni Cinquanta la Fiat introdusse con il Sida (Sindacato italiano dell'automobile), nato da una costola della Cisl, la cui eredità è stata presa oggi dal Fismic. Giuseppe Berta, storico dell'industria, sostiene che "il centralismo romano sia finito, ma non la rappresentanza degli interessi". Aggiunge: "La Fiat che è sempre stata molto nazionale, ora è diventata "glocal", globale e locale. È un passo decisivo verso la globalizzazione. Tutti gli standard di riferimento, anche quelli sindacali, diventano globali". Per sindacati e Confindustria nulla sarà come prima. Marchionne l'ha deciso a Detroit.
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 23 dicembre 2010

Fiat, Berlusconi plaude all'accordo La Fiom: «Così il dissenso non esiste»



Mirafiori, un accordo senza la Fiom. L'intesa sullo tabilimento Fiat torinese prevede un investimento di oltre un miliardo di euro in joint venture tra Fiat e Chrysler e la produzione a regime di 280 mila vetture l'anno di suv Chrysler e Alfa Romeo.

BERLUSCONI: ACCORDO STORICO
''E' un accordo storico''. Cosi' Silvio Berlusconi commenta l'intesa tra Fiat e sindacati raggiunta ieri. Il premier, parlando a 'Mattino5', si augura che l'azienda automobilistica possa mantenere la produzione in Italia , evitando il trasferimento all'estero degli impianti.

TUTE BLU: FIRMA DELLA VERGOGNA
«È una firma con vergogna di un accordo senza precedenti che limita la libertà di associazione sindacale. Serve una risposta di tutto il mondo del lavoro'', dice Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom dopo l'accordo separato su Mirafiori. Che sarebbe finita così l'aveva già fatto presagire Federico Bellomo, segretario provinciale della Fiom: ''Se non ci saranno ripensamenti e modifiche dell'ultima ora che sono molto improbabili - il nostro sindacato non firmera' l'intesa».

L'ACCORDO
Sarà sottoposto al voto dei lavoratori, probabilmente nella seconda settimana di gennaio, l'unica in cui la fabbrica non sarà coinvolta dalla cassa integrazione a ripetizione. L'accordo prevede: il pieno utilizzo degli impianti sui 6 giorni lavorativi, il lavoro a turni avvicendati che mantiene l'orario individuale a 40 ore settimanali, le assenze (ci sono misure contro gli assenteisti), gli straordinari, pause e mensa a fine turno. In cambio la Fiat conferma l'investimento di un miliardo per trasformare la fabbrica simbolo del gruppo nell'avamposto europeo del gruppo Chrysler: nei piani di Marchionne, infatti, l'azienda di corso Agnelli dovrà produrrre i Suv realizzati su una piattaforma americana con i marchi Alfa-Chrysler.

Queste, in dettaglio le ragioni per le quali la Fiom non ha firmato: «Ci sono 120 ore di straordinario obbligatorio, come a Pomigliano, - spiega Giorgio Airaudo - un sistema di turnazioni che può portare il dipendente a fare sei giorni di lavoro con 10 ore per turno. C'è poi la riduzione di giorni di malattia pagati dall'azienda, che sono tre negli altri contratti di lavoro: a Pomigliano non ne viene pagato più neanche uno, a Torino solo uno. C'è la cancellazione di dieci minuti di pausa: erano 40 minuti per 8 ore di lavoro, adesso sono 30. La mensa: l'azienda a differenza che a Pomigliano, spostata a fine turno, a Mirafiori si sono dichiarati disponibili a tenerla all'interno del turno. I lavoratori firmeranno un contratto individuale con delle clausole con le quali di fatto vengono di fatto dissuasi a scioperare, altrimenti sono sanzionabili". L'accordo di Mirafiori, infine, conclude Airaudo, è fuori dalle regole dell'accordo interconfederale del luglio 1993, che consente a tutti i sindacati di presentare liste e avere rappresentanti nelle Rsu se ha il 5% dei lavoratori: "Così rendono impossibile la presenza dei metalmeccanici della Cgil. Siamo di fronte al tentativo di un'azione della Fiat per semplificare il pluralismo sindacale italiano, espellendo la Cgil e riducendo all'impotenza anche i sindacati consenzienti. E' una lesione alla quale pensiamo debba rispondere l'insieme della Cgil».
Fonte: http://www.unita.it


venerdì 28 agosto 2009

Epifani: sui contratti la CGIL sarà a tutti i tavoli

25/08/2009 Intervista a 'La Stampa'


Ci sono i segnali di ripresa e la disoccupazione che aumenta. I banchieri centrali ottimisti e i manager tedeschi che ammettono candidamente di attendere l’esito delle elezioni in Germania per ristrutturare le aziende. Per spiegare il momento che attraversa l’economia Guglielmo Epifani usa la metafora del pozzo: «Quello in cui siamo caduti è profondo cento metri. Siamo arrivati in fondo, ma prima di tornare all’aperto passeranno anni».

Il segretario della CGIL ci tiene a dire che fino a quel momento la sua organizzazione «farà la sua parte e avanzerà le sue proposte» per evitare ulteriori contraccolpi sul Paese. «Senza ideologismi», a partire dalla trattativa sugli imminenti rinnovi contrattuali che tanto preoccupano il leader della CISL Raffaele Bonanni: «Può stare tranquillo, non siamo intenzionati ad abbandonare nessun tavolo. Si facciano dei buoni contratti nazionali, e vedrà che ne avranno un beneficio anche le intese aziendali».

Eppure Confindustria, governo, CISL e UIL vi rinfacciano ancora di non aver firmato l’accordo la scorsa primavera.

«Non siamo mai stati ideologicamente contrari ai contratti di secondo livello. Tutti sanno i motivi per i quali non firmammo».

Ce li ricorda?

«Quell’intesa esclude dal salario aziendale metà dei lavoratori, in particolare delle piccole imprese. Noi invece siamo favorevoli alla estensione del secondo livello a tutti i lavoratori. Secondo: non tutelava il salario nazionale dall’andamento dell’inflazione. Terzo: permette la deroga al contratto nazionale sia in termini di salario minimo che di diritti sindacali».

Poi è arrivata la crisi. E le priorità sono cambiate. E’ così?

«Era inevitabile che accadesse. Ora il problema è dare un salario a chi il lavoro lo sta per perdere o l’ha perso».

Emma Marcegaglia invoca più risorse per la cassa integrazione. Eppure il governo ha stanziato otto miliardi di euro. Possibile che non bastino?

«Prima che una questione di risorse nominali, c’è un problema di applicabilità. Nella babele di norme introdotte non abbiamo ancora capito se l’estensione dei trattamenti di cassa produrrà lo stesso automatismo del passaggio dalla ordinaria alla straordinaria. Ovvero, se ad un certo punto, allo scadere delle 52 settimane, le imprese che chiederanno di farne ancora uso saranno costrette a piani di ristrutturazione. Se il governo estendesse la “CIG” ordinaria a 104 settimane, il problema non si porrebbe».

Voi temete un forte aumento della disoccupazione. Eppure gli indicatori ci dicono che la ripresa è vicina.

«Nessuno nega che abbiamo iniziato a risalire il pozzo. Ma per tornare ai livelli di produzione e di occupazione del 2007 dovremo attendere il 2013 o 2014. Su questo tema noto nel governo un atteggiamento evasivo».

Emma Marcegaglia chiede anche un fondo pubblico-privato per la ripatrimonializzazione delle imprese. E una più forte detassazione e decontribuzione del salario territoriale. Che risponde?

«D’accordo sulla prima richiesta, solo in parte sulla seconda. E’ vero, esiste un problema, tuttora irrisolto, sulla decontribuzione di una parte del salario aziendale che non ha copertura da parte dello Stato. La detassazione del salario aziendale al 10% è sufficiente. Il problema è che di accordi se ne fanno pochi per le resistenze delle imprese».

Questo atteggiamento non è per loro un ottimo alibi? Se voi dite no all’aumento della detassazione, il secondo livello non decolla. La Marcegaglia è preoccupata di questo.

«Le cose vanno viste nella loro concretezza. Nonostante il no all’accordo, noi saremo responsabilmente seduti a tutti i tavoli. Si facciano dei buoni contratti nazionali, se si ascolterà quel che ha da dire la CGIL ci sarà anche la nostra firma con il voto dei lavoratori. Il punto è che mentre i salari italiani restano i più bassi d’Europa, l’Irpef è l’unica voce di entrata che non conosce crisi. La via d’uscita è la riduzione fiscale di tutti i redditi da lavoro».

Se il governo lo facesse, si aprirebbe una voragine nei conti pubblici.

«Le soluzioni si possono trovare. Ciò che non accetto è l’idea di far pagare sempre il prezzo del risanamento ai lavoratori a reddito fisso e ai pensionati. Su questi temi ci sono state posizioni incoraggianti sia di Confindustria che della Banca d’Italia: detassare i salari sarebbe un ottimo modo per sostenere la domanda interna, tanto più in questa fase».

Invece di abbassare le tasse a tutti, non è meglio dare più salario a chi se lo merita rafforzando i contratti aziendali?

«Che c’è di meritocratico nello stabilire i salari semplicemente in base al luogo in cui li si concorda? Incentivare la meritocrazia non ha solo a che fare con il contratto aziendale».

La crisi farà salire la spesa per pensioni e il governo sarà costretto a discutere di come ottenere maggiori risparmi. Anche in questo caso farà la sua parte?

«I problemi sulla previdenza sono due: garantire una pensione dignitosa ai giovani che ci andranno con il sistema contributivo e un’età flessibile di uscita dal lavoro per chi ha i requisiti della vecchiaia. Sono le stesse cose che talvolta ho sentito dire nel Pdl da Giuliano Cazzola. Ma anche su questo vedo il governo distratto. Così come è assente sulla disciplina dei lavori usuranti e sul potere di acquisto delle pensioni».

lunedì 30 marzo 2009

Referendum Cgil boccia la "riforma" Epifani: "Un risultato straordinario"

Al voto quasi 4 milioni di lavoratori: il 96% è contrario
al modello contrattuale firmato da Cisl e Uil.
Il segretario: un risultato che deve far pensare


I dati della consultazione della Cgil sull’accordo separato per il rinnovo del modello contrattuale «sono straordinari». Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha definito i risultati diffusi oggi dal sindacato che ha avviato una consultazione autonoma sull’accordo del gennaio scorso siglato solo da Cisl e Uil senza l’ok della stessa Cgil. «È un risultato clamoroso - ha aggiunto Epifani - perchè dimostra che ha partecipato più gente di quella iscritta alla Cgil, lavoratori non iscritti o iscritti ad altre organizzazioni. Va oltre la nostra rappresentatività. È un dato che ha un peso politico alto. È un voto che dovrebbe far riflettere e dovrebbe far pensare».

Epifani ha spiegato che in cinque settimane sono state intercettate anche fabbriche chiuse o lavoratori che erano sottoposti a turni di lavoro a causa della crisi economica. Le previsioni della Cgil erano di non più 2 milioni e 800mila votanti, mentre a votare sono stati in 3 milioni e 643.836. Per Epifani quindi questo voto «rafforza il nostro no a quel contratto che riduce gli spazi di contrattazione collettiva a partire non solo dalla questione salariale». «Dietro le nostre parole - ha aggiunto Epifani - ci sono milioni di lavoratori che condividono la nostra impostazione. Noi non condividiamo quell’accordo e diremo no a tutti gli altri accordi settoriali che riducono gli spazi per la contrattazione».

Epifani ha poi sottolineato che il voto dimostra che «la democrazia va usata in maniera più accorta per tutti e non solo quando conviene». «Puoi vincere e perdere - aggiunge Epifani - è la regola della democrazia e non esiste regola democratica solo quando sei sicuro di vincere. Non si può esaltare il voto di una fabbrica e usare la democrazia solo quando conviene». Per questo Epifani ha sottolineato che sarà posto il problema delle regole democratiche «perchè vorremmo che si voti anche quando ci sono accordi nazionali di carattere generale e non solo aziendali. Il voto dei lavoratori deve essere considerato dirimenti».

Secondo Epifani inoltre la notevole adesione al voto sull’accordo separato ha dimostrato che «le persone hanno voglia di partecipare, di dire la loro. Non dare risposte a questa impoverisce la rappresentatività». Per Epifani infine «il voto non deve essere considerato una leva contro gli altri e noi non vogliamo farlo, ma il ricorso a una modalità di validazione degli accordi che chiami in ultima istanza il lavoratore con cui potremmo affrontare diversamente anche le divisioni tra di noi, anche per non perdere tempo ed evitare che le posizioni si cristallizzino».

Fonte: http://www.lastampa.it


Contratti, bocciato l'accordo separato. La Cgil: «Il 96,2% ha votato "no"»

Tre milioni e 400mila lavoratori hanno rifiutato
l'intesa siglata a fine gennaio da Cisl e Uil

Il 96,27% dei lavoratori che ha partecipato al referendum promosso dalla Cgil ha detto "no" all'accordo separato del 22 gennaio sul nuovo modello contrattuale, l'intesa cioè siglata dalla Cisl e dalla Uil senza l’ok del sindacato di Epifani. Secondo i dati forniti in conferenza stampa dal numero uno della Cgil, alla consultazione hanno partecipato 3,6 milioni di lavoratori, pari al 71% dei lavoratori che nel 2007 parteciparono al referendum unitario di cgil, cisl e uil sul protocollo per il welfare.

«3,4 MILIONI I "NO"» - Il 96,7% , pari a 3,4 milioni, ha votato no, mentre il 3,73% (134mila lavoratori) ha votato sì. «Sono dati assolutamente straordinari - ha sottolineato Epifani -: noi avevamo pensato che arrivare a 2,8-2,9 milioni di votanti sarebbe stato un risultato clamoroso, ma l'esito del voto è andato oltre ogni previsione. Ha partecipato molta più gente di quella che è iscritta alla Cgil. È un dato che ha un peso politico alto».

Fonte: http://www.corriere.it



sabato 28 marzo 2009

Verso il 4 aprile

"Siamo nella fase più acuta della crisi, ma il peggio deve venire, almeno per quanto riguarda la perdita di posti di lavoro. La situazione è molto difficile e si doveva affrontare con misure forti. Ma il governo Berlusconi non lo ha fatto"

... È questa l’analisi impietosa del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani in vista della manifestazione nazionale del 4 aprile a Roma. E la conferma di questa analisi ci arriva da tutte le principali fonti economiche: dall’Istat, al Comitato per l’occupazione e la protezione sociale del Consiglio europeo, che parla di una “recessione senza precedenti che potrebbe causare altri sei milioni di disoccupati entro il 2010”. Le conseguenze per le famiglie e i lavoratori potrebbero essere dunque sempre più pesanti.
Nelle precedenti stime della Unione europea si era parlato di una possibile perdita di 3 milioni e mezzo di posti di lavoro. Con le stime successive le previsioni sono vistosamente peggiorate. Si raddoppia il numero di disoccupati previsti. Nel frattempo, in Italia, l’Istat ha registrato negli ultimi mesi una vera e propria esplosione della cassa integrazione. Solo per il settore metalmeccanico, nel mese di febbraio, la cassa integrazione ordinaria è cresciuta del 1.048 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di 23 milioni di ore di cassa integrazione nel solo mese di febbraio, con un incremento del 430% rispetto allo stesso mede dell’anno precedente. Il sistema economico appare bloccato: nel terzo trimestre del 2008 il Pil (Prodotto interno lordo) è diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,9 per cento rispetto al terzo trimestre del 2007, come ci segnala l’Istat. Le previsioni sembrano confermare la tendenza. Ce ne hanno dato notizia la Banca d’Italia e lo stesso Istat, che scorporando le varie voci che compongono il Pil ha reso con chiarezza la fotografia della situazione: diminuiscono le esportazioni, diminuiscono gli investimenti, (il calo è del 3,5 per cento), diminuisce il deflettore del Pil. In una situazione così drammatica il governo Berlusconi si mostra incapace di una vera politica di contrasto alla crisi.

La Cgil – che non ha firmato l’accordo separato del 22 gennaio perché oltre ad essere sbagliato politicamente, è il contrario di quello che servirebbe in questo momento dal punto di vista economico – critica l’assoluta mancanza di una politica industriale e propone di mettere in campo politiche realmente “anticicliche”. Si tratta di dare un sostegno concreto agli investimenti, all’innovazione, ai progetti di qualità delle produzioni e dei processi produttivi. E sostenere la ricerca.

Sostegno ai redditi. Chi lo ha visto? Uno dei punti su cui si è più dibattuto in questi ultimi mesi riguarda la necessità di sostenere i redditi da lavoro per far ripartire i consumi e quindi per far ripartire il sistema economico nel suo complesso. Molte sono le interpretazioni economiche. Ma su un punto convergono tutte: in una situazione di crisi economica come quella attuale, è necessario sostenere i salari, gli stipendi e le pensioni. Eppure, nonostante le evidenze e le ricette degli economisti, il governo Berlusconi si mostra sordo a qualsiasi richiesta di aumento effettivo dei salari nei settori pubblici e degli stipendi nei settori pubblici e privati. Aumenta nel frattempo il numero dei lavoratori e dei pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese. E come se non bastasse, il governo che ha chiesto il consenso agli elettori per palazzo Chigi sulla base della promessa del taglio delle tasse, la pressione fiscale è in aumento. La cosa scandalosa che sta avvenendo riguarda sempre il sistema fiscale. Oltre all’aumento progressivo della pressione fiscale generale e locale, risulta anche in forte ripresa l’evasione fiscale. Le misure di sostegno al reddito governative – in questo quadro – appaiono assolutamente insufficienti. Sono inadeguate e molto al di sotto delle necessità, come dimostra il bonus per le famiglie, provvedimento una tantum pensato oltretutto con criteri che non danno alcuna garanzia alle famiglie numerose.

La Cgil ha avanzato una serie di proposte organiche sul fronte dei redditi. Dalla restituzione del fiscal-drag, all’aumento delle pensioni, insieme all’estensione della quattordicesima alle pensioni povere, oltre alla proposta sulla tassazione dei redditi oltre i 150 mila euro di cui parliamo a parte in queste pagine. Il governo ha invece risposto con la Social card e con la proposta di privatizzare i servizi pubblici, la sanità e l’assistenza. Per quanto riguarda tutte le altre proposte sugli ammortizzatori sociali, il governo si trincera dietro il problema del debito, mentre si scatenano le polemiche sulle proposte di scambio (riduzione delle pensioni in cambio di risorse per gli ammortizzatori sociali. Di Reddito minimo neppure l’ombra.

E la politica industriale? Solo il bluff delle centrali. Di fronte a una crisi di una portata paragonabile solo a quella del 1929, il governo Berlusconi tira fuori vecchie e stantie ricette. Alcune assolutamente inutili, altre perfino pericolose, come per esempio quella sulle centrali nucleari (non si propone lo sviluppo della ricerca, ma l’istallazione di centrali vecchie e poco sicure) o quella più recente sulle abitazioni e l’abusivismo. Anche in questi campi (quello energetico e quello residenziale ed edilizio) il governo mostra di essere vecchio e antiquato. Oltre alle centrali nucleari si punta di nuovo tutto sul Ponte sullo stretto, senza affrontare neppure alla lontana la questione strategica delle infrastrutture diffuse. L’unica arma nelle mani di Berlusconi è l’invito alla furbizia, all’aggiramento della regola, all’abuso e quindi alla illegalità diffusa e accettata. Il piano di politica industriale italiano pone il nostro paese all’ultimi posti delle classifiche. Se ci fosse un rating sulla politica industriale e innovativa, l’Italia conquisterebbe sicuramente gli ultimi posti.

La Cgil chiede una svolta sostanziale. Con i documenti che sono stati alla base della convocazione della manifestazione del 4 aprile, la Cgil ha suggerito varie cose, tra cui l’apertura di un tavolo della chimica (dalla Sardegna al Veneto, dove sono in gioco varie chiusure di stabilimenti), l’avvio di un tavolo sulla moda e il Made in Italy, l’avvio di un grande processo di ristrutturazione degli edifici scolastici per la loro messa in sicurezza, l’avvio dei cantieri per le opere pubbliche che siano davvero utili. Per quanto riguarda l’industria metalmeccanico, la Cgil ritiene che si è fatto pochissimo finora soprattutto dal punto di vista della domanda. Molto si deve fare ancora dal punto di vista della conversione eco-compatibile dei prodotti.

Sostegno all’occupazione. La crisi finanziaria si è trasformata immediatamente in una crisi economica. Il segretario generale della Cgil, Epifani, è stato tra i primi a parlare di “valanga”. Il ministro dell’economia Tremonti, prima ha smentito il catastrofismo, poi è diventato più pessimista dello stesso segretario generale. Il premier Berlusconi ha farfugliato e dopo aver invitato i cittadini a comprarsi azioni di due grossi gruppi (atteggiamento mai visto da parte di un capo di governo), ha cominciato a minimizzare la crisi, spargendo a piene mani ottimismo fittizio e forzato. Ora anche il governo è costretto ad ammettere la drammaticità della crisi anche perché non è più possibile smentire le previsioni dell’Ocse, del Fondo monetario internazionale, della Banca d’Italia, della Bce (la Banca centrale europea) della Commissione europea e chi più ne ha ne metta. Il Fondo monetario vede sempre più nero all’orizzonte. La Cgil, oltre ad avanzare una serie di proposte dettagliate sul fronte dell’innovazione e sulla politica industriale, ha chiesto che si intervenisse subito sul fronte della difesa dell’occupazione e dei posti di lavoro. Oltre alle proposte sugli ammortizzatori sociali, sarebbe necessario anche l’aumento della cassa integrazione e la rivisitazione del tetto che riduce a 750 euro la retribuzione.

Il tema degli strumenti di sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro dovrebbero trasformarsi in una politica organica. Si tratta di mettere in campo interventi che sono l’esatto opposto di quello che il governo Berlusconi sta praticando, con la solita impostazione punitiva nei confronti dei lavoratori che vengono utilizzati come capri espiatori di una politica fallimentare. L’esempio più lampante è sicuramente la campagna di Brunetta nel pubblico impiego, che sfrutta in modo becero i sentimenti più bassi dell’opinione pubblica. Analogo il segno dell’intervento del governo contro il diritto di sciopero.

Infine, anche sul terreno del Welfare, la Cgil chiede un vero e proprio ribaltamento dell’impostazione del governo. Invece di continuare a giocare sulla guerra tra poveri, è necessaria una vera innovazione che riesca ad includere nel sistema del Welfare anche tutte quelle fasce di popolazione che oggi sono escluse. A questi temi la Cgil dedicherà una importante iniziativa nei giorni successivi alla manifestazione nazionale del 4 aprile.
Fonte: http://www.rassegna.it




giovedì 26 marzo 2009

Assemblee Cgil nella sede di Via Lamaro

ASSEMBLEE CGIL

SEDE VIA LAMARO


26 MARZO 2009

06.45/07.30


27 MARZO 2009

9.00/10.30
11.00/12.30
13.30/15.00
15.30/17.00
17.30/19.00


Ordine del giorno:

ACCORDO SEPARATO SULLA RIFORMA DEGLI ASSETTI CONTRATTUALI

SCIOPERO DEL 04/04/2009


Roma 19/03/2009
Segreteria Territoriale Slc Cgil
Rsu Slc Cgil Almaviva Contact



martedì 24 marzo 2009

Assemblee Cgil nella sede di Casal Boccone

ASSEMBLEE CGIL

SEDE VIA CASAL BOCCONE

24 MARZO 2009

08.30 /10.00
10.30 /12.00
12.30 /13.30
15.00 /16.30
17.00 /18.30

25 MARZO 2009

09.30 /11.00
11.30 /13.00

Ordine del giorno:

ACCORDO SEPARATO SULLA RIFORMA DEGLI ASSETTI CONTRATTUALI

SCIOPERO DEL 04/04/2009


Roma 19/03/2009
Segreteria Territoriale Slc Cgil
Rsu Slc Cgil Almaviva Contact



giovedì 13 novembre 2008

MODELLO CONTRATTUALE, LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA TI TOGLIE SOLDI


Il nuovo modello per i rinnovi economici dei Contratti Nazionali di Lavoro, proposto da Confindustria, peggiora i diritti economici dei lavoratori, soprattutto con riferimento alla tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni.

I cambiamenti proposti da Confindustria al modello contrattuale in vigore sono TRE e su ogni punto c’è una perdita secca di reddito per i lavoratori e le lavoratrici:

1. Il rinnovo economico del Contratto, verrà basato su di un valore punto predefinito per tutti i settori (Chimici,TLC, Metalmeccanici, Commercio, Bancari, ecc) e sarà attestato mediamente a 15,74 euro, che risulta, tra il 10% e il 30% più basso del valore punto attualmente adottato dal Sindacato nei singoli settori di cui sopra (mediamente è infatti pari a 18 euro). Se proiettassimo il nuovo metodo di calcolo di Confindustria sui quattro anni di contratto appena passati, otterremmo, che la perdita attribuibile alla riduzione del valore punto è di circa 951 EURO per ogni lavoratore/lavoratrice.

2. L’inflazione con cui si rinnovano i contratti di lavoro verrà depurata (diminuita) della componente energia. Sostanzialmente si sottrae al valore dell’inflazione con cui si rinnovano i Contratti di Lavoro la percentuale di inflazione determinata dall’aumento del costo dell’energia importata dall’estero (Petrolio, Elettricità, Gas).
Se proiettiamo questa proposta di Confindustria nel periodo 2004-2008, succede che l’indice generale inflattivo registra una crescita media annua del 2,5% mentre quello depurato dell’energia del 2,1%. Questo avrebbe significato per ogni lavoratore/lavoratrice una ulteriore perdita di circa 406 euro da aggiungere a quella del punto 1.

3. Confindustria, inoltre, ha previsto nel nuovo modello, che, il recupero dell’inflazione può avvenire solo sulla base di uno “scostamento significativo” senza però definire cosa è e quanto è uno “scostamento significativo”. Tale elemento, lascia margini di perdita di potere d’acquisto in base alla definizione di “significativo”: ad esempio, se lo scostamento fosse dello 0,3%, con un parametro ritenuto “significativo” di Confindustria di 0,4%, ciò comporterebbe una perdita di 1,2 punti in quattro anni, ovvero 258 euro per ogni lavoratrice e lavoratore da sommare alle perdite dei punti 1 e 2.


Bisogna ricordare, inoltre, che grazie al modello di Confindustria il problema della cosiddetta inflazione importata e, nello specifico, il problema dei costi dell’energia importata, ricadrebbe solo sui lavoratori dipendentie per ben 4 volte:

• la prima pagando le bollette dell’energia di casa,
• la seconda pagata al benzinaio
• la terza volta pagata con la crescita dei prezzi al consumo

ed ora grazie a Confindustria anche con:

• una penalizzazione economica negli aumenti di stipendio derivanti dal rinnovo economico del contratto nazionale di lavoro.

Quanto sopra esposto, può essere raffrontato con la dinamica effettiva delle retribuzioni registrata dall’Istat tra il 2004 e il 2008 in cui l’applicazione del Protocollo del 23 luglio1993 (con parametro di riferimento l’inflazione attesa) ha portato una crescita del potere d’acquisto dei salari contrattuali di 2,1 punti in 5 anni. Se tornassimo indietro nel tempo ed applicassimo il modello proposto da Confindustria, registreremmo una perdita cumulata di –2,2 punti, equivalente a –1.357 euro (punto 1 + punto 2) a cui andrebbe aggiunta la eventuale perdita del punto 3 una volta che venisse definita compiutamente da Confindustria.

Conclusioni


In breve, anche se Confindustria sostiene che i salari nominali dovrebbero crescere da qui al 2011 di 2.503 euro, secondo le nostre stime dovrebbero invece crescere di 3.357 euro. Tra i due modelli c’è una differenza in meno per ogni lavoratore/lavoratrice di 854 euro, di cui 453 euro sulle sole retribuzioni da contratto nazionale.
Questo avendo sempre a mente che sui dati certi, relativi al passato (2004-2008), senza margini di errori previsionali, si è registrata un aumento reale delle retribuzioni contrattuali di 443 euro a fronte della perdita che invece si sarebbe avutase fosse stato applicato il modello Confindustria, perdita pari a –674 euro.
Quindi, considerato il mancato guadagno, la perdita per ogni lavoratore/lavoratrice, sarebbe stata pari a –1.117 euro complessivi.


SLC CGIL ROMA E LAZIO
CGIL, SEMPRE DALLA TUA PARTE

mercoledì 12 novembre 2008

Comunicato Slc Cgil Roma e Lazio

LETTERA APERTA ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI

Care Colleghe, Cari Colleghi,
ci stiamo avviando ad affrontare nelle prossime settimane almeno 3 passaggi fondamentali per il mondo del lavoro, passaggi cruciali per tutti i lavoratori dipendenti,i precari, i pensionati.
Nello specifico si affronteranno le seguenti questioni:
1. La revisione del modello contrattuale (come si rinnovano i contratti nazionali entro 12/08)
2. Il rinnovo del contratto nazionale di settore delle TLC (piattaforma entro 12/08)
3. La revisione dello stato sociale e delle norme sul lavoro (già avviata)

E’ chiaro che si apre dunque una fase decisiva per il futuro dei livelli di vita e di condizione di lavoro di tutti i dipendenti a reddito fisso del Paese.
Non vi nascondiamo che come CGIL ci apprestiamo a questi appuntamenti con molte preoccupazioni derivanti dalla situazione economica del Paese e dallo stato dei rapporti con CISL e UIL nonché dall’aggressione ai diritti del lavoro che è ripartita da parte del Governo e di Confindustria.

La nostra preoccupazione dipende dal clima che si respira in Italia nei confronti del mondo che noi rappresentiamo, dalle norme sul lavoro già “toccate” dal DL 112 di Giugno e dai continui attacchi verbali al lavoro provenienti da parte padronale (i fannulloni, il costo del lavoro alto, le regole che ingessano le imprese, l’eccessiva crescita delle retribuzioni, la scarsa produttività, ecc) il tutto si sta consumando nel silenzio generale e con una stampa giornalistica e radiotelevisiva che quotidianamente o tace o manipola le informazioni. Ma attenzione, oggi, l’attacco al lavoro è più subdolo e quindi più pericoloso del 2003.
Una differenza balza subito agli occhi ed è relativa al modo seguito dal governo per affrontare in questa legislatura i problemi del lavoro: a differenza della XIV legislatura, in cui il Libro Bianco (ottobre 2001) segnò all’inizio un disegno strategico esplicito di attacco ai diritti del mondo del lavoro, culminati nella proposta di modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, qui l’azione è sicuramente meno appariscente, ma non meno devastante. Se volessimo concentrare il succo in una parola, potremmo scegliere il termine “frantumazione”.
Stavolta, anziché l’attacco frontale, si è scelta la via della frantumazione dei diritti, con l’obiettivo evidente di favorire la frammentazione del mondo del lavoro, segmentare i suoi interessi, in modo da impedire, o comunque rendere molto più difficile aggregare l’azione dei lavoratori e del sindacato.
Il tempo scelto non è casuale, non solo per la vicinanza con una vittoria elettorale e sociale di vaste dimensioni, e del conseguente sbandamento delle forze di opposizione, parlamentare e non, ma anche per una ragione più di fondo: le misure che incidono sul Protocollo Welfare del 23 luglio ’07 votato ed approvato da 5 milioni di lavoratrici e lavoratori e sulla sua legge attuativa colpiscono norme che non sono ancora per gran parte divenute esigibili, o che non sono ancora divenute patrimonio comune dei lavoratori, quei miglioramenti alle condizioni di vita e lavoro di milioni di persone si possono quindi eliminare, con la complicità dei mass media, nel più assoluto silenzio.
Di qui la necessità di un capillare lavoro di spiegazione ed orientamento nell’organizzazione a tutti i livelli, ed in particolare nel rapporto con i lavoratori, dispiegando rispetto ai colpevoli silenzi dei giornali e della stampa radiotelevisiva una vera e propria campagna di controinformazione della CGIL.
Per questo crediamo che sia utile informare tutti dei provvedimenti in materia di lavoro già presi dal Governo attraverso il DL 112/08 ed il DL 97/08:
• Riposi Settimanali: il periodo di calcolo non è più settimanale ma è calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni.
• Appalti: Cancellate le norme Visco/Bersani sulla responsabilità in solido della società committente (sostanziale reintroduzione del massimo ribasso nelle gare di appalto sulla manodopera e servizi)
• Cancellati gli Indici di Congruità servivano agli ispettori per contrastare il lavoro nero
• Cancellato l’obbligo del cartellino per il personale degli appalti (apertura al lavoro nero con personale non più immediatamente identificabile)
• Cancellato l’obbligo di registrazione immediata dell’assunzione (ricordate i morti sul lavoro che risultavano tutti in periodo di prova o assunti il giorno stesso, e che in realtà erano lavoratori in nero?)
• Deroghe Contrattuali: il testo prevede che le norme di legge sui riposi giornalieri, le pause, il lavoro notturno e le modalità per la sua introduzione sono derogabili tramite specifiche disposizioni dei CCNL. In assenza di tali disposizioni, possono intervenire i livelli contrattuali territoriali ed aziendali;
• Dimissioni in bianco: Si cancella le legge 188/07 sulle dimissioni volontarie ripristinando l’incivile pratica che grava soprattutto sulle giovani donne
• Part Time: È cancellato il disincentivo, previsto dal Protocollo, al part time fino a dodici ore, il che collegato allo sconto fiscale per il lavoro supplementare, renderà sempre più forte la richiesta delle imprese solo di part time brevi.
• Contratti a Termine: il Protocollo imponeva dopo 36 mesi di utilizzo la trasformazione a tempo indeterminato,con un’unica deroga, da svolgersi presso le Dpl. Ora il lavoro a tempo determinato è possibile anche per l’ordinaria attività dell’impresa, puntando quindi a sancirne l’equivalenza con il “normale”rapporto di lavoro fisso; non solo: ora si può derogare a qualsiasi livello di contrattazione al vincolo di legge della trasformazione dopo 36 mesi a tempo indeterminato
• Disabili: si ripristina l’art. 14 del dlgs 276/03 per cui un’impresa sarà in regola appaltando il lavoro sufficiente a coprire l’occupazione obbligatoria dei disabili in cooperative sociali in cui essi saranno confinati compromettendo dunque la norma solidaristica dell’integrazione organica del disabile nei cicli lavorativi “normali”.
• Mense Aziendali: sono stati ridotti di circa il 30% i vantaggi fiscali sulle mense aziendali alle imprese, o meglio, il costo fiscale delle mense è aumentato per le imprese del 30%; quanto dureranno quelle esistenti?
• Tasso di Inflazione Programmato: è quello con cui si rinnovano i contratti nazionali di lavoro, ebbene è stato fissato dal governo all’ 1,7% a fronte del 4% reale; i contratti si rinnoveranno dunque a meno del 45% del valore reale dell’inflazione!!!

Ed inoltre ci sono altri interventi di modifiche peggiorative su apprendistato, reperibilità, lavoro a chiamata, voucher stagionali, malattia, tutti temi che per spazio e tempo illustreremo in apposite assemblee.
Come vedete è un attacco chirurgico, settoriale, contenuto e diluito in due mega DL di cui ancora si stenta a conoscere gli esatti contenuti e confini ma di cui è chiaro l’obiettivo :

il lavoro dipendente con un reddito annuo sotto i 30000 € lordi.

Ora ci fermiamo qui.
Per il momento è importante avviare un percorso di conoscenza che risvegli una coscienza collettiva del mondo del lavoro perché è evidente che siamo dinanzi ad una svolta cruciale che si giocherà in termini pesanti sui punti elencati su in alto e sui quali produrremo nei prossimi giorni ulteriori documenti informativi nella consapevolezza che siamo solo ad interventi preparatori di quello che sarà nelle prossime settimane uno scontro durissimo.
SLC CGIL ROMA E LAZIO