Visualizzazione post con etichetta delocalizzazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta delocalizzazioni. Mostra tutti i post

domenica 20 febbraio 2011

III Conferenza Nazionale delle lavoratrici e lavoratori dei call center (18-19 febbraio 2011)




Salario, diritti, futuro.
Quadriamo i conti.

III CONFERENZA NAZIONALE DELLE LAVORATRICI E
LAVORATORI DEI CALL CENTER

18 e 19 Febbraio Roma
Centro Congressi Cavour
Via Cavour 50

Venerdì 18 Febbraio 2011

Ore 9,30
Inizio lavori Assemblea Plenaria. Presiede:
Natascia Treossi – Segreteria SLC-CGIL Roma e Lazio
Ore 10,00
Relazione introduttiva e presentazione rapporto:
Alessandro Genovesi – Segreteria Nazionale SLC-CGIL
Interventi di delegati e strutture
Ore 11,45
Interventi di:
Stefano Parisi – Presidente Asstel-Confindustria
Sergio Abramo – Presidente Assocontact-Confindustria

Ore 12,30
Intervento di:
Susanna Camusso – Segretario Generale CGIL
Interventi di delegati e strutture
Ore 14,00
Conclusione
Prima giornata Assemblea Plenaria, di:
Emilio Miceli – Segretario Generale SLC-CGIL
(Pausa pranzo)
Ore 16,00/19,00
Gruppi di Lavoro
“Il mercato del lavoro dopo il Collegato”.
Coordina: Claudio Treves ( Dip. Politiche Attive del Lavoro – CGIL Nazionale)
“Controllo a distanza e privacy del lavoratore”.
Coordina: Carmen La Macchia (Docente Universitario)
“Stress da lavoro correlato: l’azione del sindacato”.
Coordina: Luisa Benedettini (Componente CGIL Commissione Ministero Lavoro)

Sabato 19 Febbraio

Ore 10,00: Assemblea Plenaria
Relazione dei gruppi di lavoro a cura dei coordinatori
Interventi di delegati e strutture
Votazione dei documenti conclusivi
Ore 13,00
Conclusioni della III Conferenza Nazionale di:
Fabrizio Solari – Segretario Nazionale CGIL

Ai lavori della prima giornata sono stati invitati i rappresentanti delle principali aziende di TLC e di Call Center in outsourcer

Documenti diffusi durante la III Conferenza Nazionale:

Relazione di Alessandro Genovesi - Segretario Nazionale SLC-CGIL

Quarto rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing (febbraio 2011)

Campagna nazionale contro le delocalizzazioni nel settore delle TLC (febbraio 2011)

La SLC-CGIL nei call center (febbraio 2011)

Guarda il video su CGILTv

Visualizza il programma della Conferenza

giovedì 20 gennaio 2011

Comunicato stampa Slc Cgil su delocalizzazioni Vodafone

VODAFONE: SLC-CGIL “AZIENDA SMENTISCA PROGETTO
DI DELOCALIZZAZIONE IN ALBANIA E ROMANIA”


“Sempre di più i responsabili delle attività di customer care di Vodafone Italia vanno dichiarando esplicitamente ai propri dipendenti che l’azienda ha avviato un progetto di delocalizzazione delle attività a minor valore verso call center rumeni e albanesi, in particolare l’assistenza telefonica di front end. Inoltre a noi ci risulta che, già da mesi, Vodafone direttamente, o tramite i propri outsourcer italiani, ha delocalizzato parte delle attività di back office, cioè le pratiche amministrative. Vodafone deve fare chiarezza e dichiarare quello che realmente intende fare, assumendosi tutte le proprie responsabilità”. Così dichiara in una nota la Segreteria Nazionale di SLC-CGIL, il principale sindacato del settore.

“Ci troviamo di fronte ad un’azienda dagli utili stratosferici, che sta distruggendo lavoro nel nostro Paese con evidenti rischi anche sul piano della tutela della privacy. Chi controlla infatti il corretto utilizzo dei dati sensibili, dal traffico telefonico alle coordinate bancarie di milioni di clienti italiani? Cosa impedisce che anche i clienti Vodafone non finiscano nel traffico illegale internazionale di dati?”.

“Da più di un anno come SLC-CGIL denunciamo quanto la delocalizzazione delle attività di call center da parte di Vodafone, Wind, SKY, H3G, Telecom, Alitalia, ecc. stia distruggendo migliaia di posti lavoro nel nostro Paese, alimentando una forma di dumping perversa che fa della competizione sul costo e non della qualità la bussola per erogare servizi ai clienti TLC”.

“Confindustria, Governo e le diverse grandi aziende – conclude SLC-CGIL – non possono continuare a far finta di nulla, di fronte magari a pochi milioni di euro di risparmio su bilanci multimiliardari che si traducono però in disoccupazione o ricorso agli ammortizzatori sociali per migliaia di ragazze e ragazzi”.


Roma, 19 Gennaio 2011



domenica 28 febbraio 2010

"Giudizio universale”....Call center, addio Italia

L’altra faccia delle vicende Eutelia e Phonemedia: le grandi aziende chiudono in Italia e aprono all'estero. Così, nonostante la crisi, i gestori di telecomunicazioni aumentano i fatturati. Per dipendenti e utenti, però, nessun guadagno

Chiamano dall'altra parte dell'Adriatico per proporre in un italiano stentato tariffe telefoniche agevolate. Si presentano come Antonio o Giovanni, ma in realtà bastano poche frasi per comprendere che quel ritornello lo hanno imparato a pappagallo e che sulla loro carta di identità alla voce “nato a” figurano piccoli e grandi cittadine di paesi come l'Albania e la Romania, dove il costo del lavoro è pari circa ad un quarto di quello italiano. Nelle aziende telefonano in orario di ufficio, nelle abitazioni ad ora di pranzo o di cena. Si qualificano come operatori delle grandi compagnie nazionali, ma la cornetta la alzano da Tirana, Bucarest o Tunisi.

È in questi mercati del lavoro low cost, infatti, che grandi gestori delle telecomunicazioni stanno progressivamente sbarcando, con una sempre meno silenziosa politica di esternalizzazioni e delocalizzazioni. In pratica, buona parte delle attività che fino all'altro ieri erano svolte nei call center nostrani (contratti commerciali, pratiche amministrative, mero telemarketing) vengono affidate ad imprese di outsourcing italiane e poi, tramite subappalto delle stesse, verso aziende già operanti in Romania, Albania, Tunisia, Turchia, persino Sud America.

Il processo è iniziato da mesi in modo sotterraneo, con un capillare battage di annunci di lavoro pubblicati dalle aziende sui quotidiani dei paesi cosiddetti emergenti. Mentre in Italia vive in sordina, con le compagnie telefoniche che tacciono, e solo i sindacati e le associazioni dei consumatori – tempestate dalle segnalazioni di molti cittadini infastiditi dall'invadenza di questo meticcio telemarketing – impegnati a contrastarlo.

Lo scandalo delle “scatole vuote” rimbalzato sulle cronache con le cessioni dei call center di Eutelia ed Agile, insomma, è solo la punta dell'iceberg. La reazione a catena che verrà scatenandosi nei prossimi mesi resta ancora sotto traccia come in una sorta di Giano bifronte: da una parte il progressivo svuotamento dei call center italiani con migliaia di posti di lavoro a rischio, dall'altra il continuo avvio di nuove postazioni nelle aree dell'Europa orientale, africane o sudamericane dove nascono, seppur prive di tutte le minime tutele sindacali, nuove opportunità di lavoro per centinaia e centinaia di giovani.

A formare le nuove leve con missioni in loco, indovinate un po', gli italiani altamente specializzati che paradossalmente rischiano di perdere il posto. A dispetto delle norme (la delibera 79/2009) appena stilate dall'Agcom, l'autorità garante per la comunicazione, che imporrebbero alle imprese delle telecomunicazioni maggiore trasparenza nella gestione e nello sviluppo delle licenze, e più attenzione nella qualità dei servizi erogati ai consumatori, la deregulation è ormai sfrenata.

Per questo motivo la Slc-Cgil e la Federconsumatori, sguinzagliando i propri delegati nelle diverse compagnie telefoniche e incontrando i “formatori” che le società mandano nei nuovi mercati, hanno dato vita ad un vero e proprio lavoro investigativo da cui emerge che il settore sta vivendo di fatto su una bomba ad orologeria la cui miccia è data dalla corsa all'abbattimento dei costi. Se Federconsumatori è allarmata soprattutto per la perdita di qualità dei servizi e per la violazione della privacy degli utenti, la Cgil ha davanti a sé lo spettro di quella che rischia di diventare una nuova ondata di licenziamenti. Per questo motivo ha avviato una campagna nazionale, che però non trova molta eco sulla stampa, con cui chiede la moratoria di tutte le delocalizzazioni del settore, in particolare delle attività di customer care e di back office.

Il segretario nazionale Slc-Cgil, Alessandro Genovesi, parla di 4mila posti a rischio in Italia e, anche se le loro strategie di mercato sulla carta non hanno nulla di illegale, mette sul banco degli imputati per comportamenti poco trasparenti le grandi compagnie telefoniche nazionali: da Telecom a Vodafone, passando per Wind, H3G, Fastweb, Bt Italia e Sky che, tramite esternalizzate come Comdata, Almaviva Teleperformance o E-care (che a loro volta si affidano a piccole società all'estero), creano una rete di matrioske in cui è difficile distinguere responsabilità e catena di comando. Le motivazioni? “Aumentare gli attuali profitti a vantaggio degli azionisti, come risposta ad un calo dei guadagni”. Con un piccolo grande nonsense: il settore continua, nonostante la crisi che tenta di cavalcare, a generare profitti e liquidità (+1% di fatturato nel 2009).

A chi vive questi nuovi operatori dall'accento straniero come inopportuni molestatori, sciacalli della privacy e “ladri” di numeri di telefono non liberamente concessi, ci sentiamo di dare dunque un consiglio: munitevi di dizionario. E cercate alle voci “dumping”, “outsourcing” e “delocalizzazione”. I termini sono da globalizzazione cattiva (proprio come il colesterolo), ma dietro pulsano vite reali: dipendenti italiani che nella migliore delle ipotesi verranno ceduti a società esterne e, nella peggiore, prima sfiniti con contratti di solidarietà, cassa integrazione e mobilità incentivata, poi licenziati per essere rimpiazzati da nuovi “schiavi” del profitto dotati di microfono e cuffiette ed educati prima alla gentilezza e poi all'insistenza per un minimo premio di produzione.
Per dirla con Rita Battaglia, vice presidente di Federconsumatori, “una nuova guerra fra poveri è scoppiata”. Però, è l’amara profezia, non ci saranno vincitori, ma solo perdenti.

Articolo tratto da http://www.giudiziouniversale.it
Titolo originale: Call center, paradisi telefonici
di Alessandra Testa
Fonte: http://www.rassegna.it


martedì 8 dicembre 2009

Comunicato stampa Slc Cgil sulle delocalizzazioni


COMUNICATO STAMPA


TLC: SLC-CGIL “Aziende avviano delocalizzazioni. A rischio migliaia di posti di lavoro. Chiediamo a imprese e Governo una moratoria contro le delocalizzazioni”

“In queste settimane grandi aziende di TLC e Media stanno accelerando un processo di delocalizzazione di attività in paesi con minori salari e diritti, mettendo a rischio migliaia posti di lavoro”. Così denuncia in una nota, la Segreteria Nazionale di SLC-CGIL, il principale sindacato del settore.
“In particolare Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G e Sky stanno in questi mesi riducendo le attività nel nostro paese, affidando servizi di customer care e di back office ad aziende in Romania, Albania e Tunisia, con gravi rischi occupazionali e con una qualità offerta ai consumatori enormemente inferiore. Il fatto già in sé grave, diviene oggi drammatico in un momento di difficoltà del Paese e con decine di imprese di call center in Italia che hanno scommesso su una competizione basata sulla qualità e non sulla gara a chi paga di meno i lavoratori o con meno tutele. Imprese che oggi subiscono una doppia beffa, vedendo il lavoro dato in paesi dove i salari sono minimi ed i diritti quasi zero”.
“Altro che internalizzare il lavoro, come il Sindacato rivendica da anni per mettere in sicurezza Telecom e le altre grandi aziende di TLC. Siamo al doppio danno per i lavoratori dei call center di Telecom, Vodafone, Wind, H3G, SKY, ecc. : non solo le attività finora svolte vengono esternalizzate, ma a beneficiarne non sono neanche i figli o i fratelli che operano in altre aziende italiane. Siamo alle prese con una vera e propria strategia socialmente suicida, che priverà l’Italia di migliaia di posti di lavoro, in uno dei pochi settori che non risente della crisi”.
“Siamo ormai all’impresa irresponsabile, che non solo paga stipendi a 6 zeri ai propri manager anche quando i risultati non ci sono, ma che non si preoccupa minimamente dei danni sociali che reca al proprio Paese, in un momento in cui invece dovremmo tutti essere più solidali e più attenti a non far pagare la crisi ai soggetti più deboli”.
“Invitiamo per tanto le aziende in questione a dimostrare senso di responsabilità nel concreto, non spendendo solo qualche parola nei convegni o nelle trasmissioni televisive, ma scommettendo su uno sviluppo basato sulla qualità, sulla valorizzazione del lavoro e delle professionalità dei tanti lavoratori che, come unica colpa, hanno quella di pretendere un salario decente e un minimo di diritti”.
“Come SLC-CGIL proporremo nei prossimi giorni a Cisl e Uil di richiedere un tavolo specifico presso il Ministero del Lavoro e il Ministero delle attività produttive, dove consegneremo tutta la documentazione in nostro possesso. Come SLC-CGIL chiediamo alle imprese e al Governo di condividere una “moratoria” in materia di licenziamenti e di delocalizzazioni di attività oggi lavorate in Italia”.

5 maggio 2009
Slc Cgil



domenica 6 dicembre 2009

Tirana, Bucarest Tunisi. Call center italiano diventa «off shore»

Call center off shore. È il termine tecnico per definire la campagna di colonizzazione delle aziende di call center, che si stanno spostando dove il costo del lavoro è più basso. Un risiko telefonico che ha come obiettivo la conquista di Paesi come Romania, Tunisia, Albania, Turchia e Argentina. Il tutto a discapito di chi fa questo lavoro in Italia. Telecom, Vodafone, Wind, H3g, British Telecom, Fastweb, Sky, più in generale le aziende che rispondono alle telefonate dei clienti di questi grandi operatori, o lavorano già oltrefrontiera o hanno avviato i colloqui per selezionare personale che parli italiano.

Il dossier

Che ci fosse un flusso migratorio verso lidi dove l’operatore in cuffietta lavora per pochi soldi era nell’aria. Ora però è la Slc/Cgil a raccogliere il fenomeno in un rapporto dettagliato, curato dai delegati sindacali delle aziende di Tlc italiane. E non solo, visto che a dargli una mano ci hanno pensato anche - là dove presenti - i colleghi stranieri. Domani la Romania sarà chiamata al ballottaggio per l’elezione del prossimo presidente (sfida tra l’uscente Basescu e Mircea Geoana), nel frattempo è già stata eletta dalla aziende di call center miglior lido in cui mettere radici. Dal dossier Slc-Cgil emerge che tutti i grossi operatori di Tlc hanno qualcuno che lavora per loro tra Bucarest e dintorni. Wind, ad esempio. Il gruppo dell’egiziano Sawiris ha annunciato tre o quattrocento posti di lavoro tra la Romania e l’Albania. Non saranno i soli. H3G. La società lavora già circa la metà delle chiamate tra Tirana, Bucarest e Tunisi, con 400 operatori. E starebbe pensando di svilupparsi anche in Argentina. British Telecom. Almeno cento gli operatori che rispondono per conto della Tlc made in Uk, tra Romania e Albania. Vodafone/Tele2. Tramite i principali fornitori, che - segnala il sindacato - sono Comdata, Comdata Care, E-Care e Transcom, lavora già in Romania con 300 persone e starebbe sbarcando anche in Albania. Un Paese dove è presente Sky, con 300 dipendenti. E mentre Fastweb ha diverse attività in subappalto tra Albania e Romania, il marchio Telecom Italia sembra proiettato alla conquista di questo nuovo mondo: Slc-Cgil, stima 600 lavoratori pronti a rispondere per conto dell’ex monopolista tra Tunisia, Albania, Romania, Turchia e Argentina. L’azienda, interpellata, risponde: «Telecom non delocalizza. Se lo fanno, sono i nostri fornitori».

Ad ogni modo, questo flusso migratorio - avverte il sindacato che ha lanciato una campagna contro le delocalizzazioni - metterà a rischio nel 2010 4mila posti di lavoro. «Andare all’estero è una scelta sbagliata - dice il segretario nazionale Alessandro Genovesi - per la scarsa qualità del servizio e l’incongruente rapporto costi/benefici. Le delocalizzazioni riducono l’occupazione in Italia e stressano la parte finale della filiera, favorendo gare d’appalto al massimo ribasso. Il tutto - conclude - non è in linea con le direttive dell’Agcom, che chiede trasparenza». Per questo il sindacato propone «una moratoria contro le delocalizzazioni» e un «avviso comune» che recepisca clausole sociali chiare per l’assegnazione degli appalti, a tutela di occupazione e salari. Al problema però non sembra insensibile neanche l’impresa. Umberto Costamagna, presidente di Assocontact, i call center riuniti in Confindustria, risponde: «Delocalizzare vuol dire perdere qualità. Anch’io anni fa sono andato all’estero con la mia azienda ma sono tornato. In un momento di crisi, tuttavia, capisco che possa sembrare una soluzione. Le nostre imprese soffrono: hanno bisogno di molto personale e sono schiacciate dall’Irap.

Autore: GIUSEPPE VESPO
Fonte: L'Unità

sabato 5 dicembre 2009

E' boom dei call center esteri. Spendi poco? Ti risponde Tirana

ROMA - Chiami da Benevento, da Aosta, da Roma e ti risponde Tirana o Bucarest. Le società di telefonia e in parte le tv italiane hanno all'estero una fetta dei call center, dislocati tra Albania, Romania e Tunisia.

Quanti operatori vi lavorano? "Noi stimiamo che siano 1500", dice Alessandro Genovesi della Cgil, "ma il numero raddoppierà e più tra fine anno e il 2010. C'è la crisi e le nostre aziende creano posti dove costano la metà. L'Argentina è la new entry". Ora la Cgil lancia un Sos. Chiede un rinvio di un anno. Vista la crisi che attanaglia l'Italia, andrebbero generati qui da noi i posti previsti per l'anno prossimo.

"Il problema - insiste sempre Genovesi - è anche un altro. Se a chiamare è un cliente che spende tanto, il numero lo porta a un call center di serie A, che è in Italia e ha solo dipendenti dell'operatore. Personale più pronto. Quando a chiamare è un cliente che spende poco, lo stesso numero lo instraderà verso un call center estero. Questi call center in trasferta sono fatti di lavoratori volenterosi, capaci anche di un buon italiano. Ma sono lontani e offrono un servizio ben diverso".

H3g - la società dei videofonini targati "3" - ha un sistema a stellette, come gli alberghi. I clienti a 5 stelle parlano con un call center italiano; i clienti ad una sola stella sono dirottati spesso verso l'estero. "E' legittimo", spiega un portavoce dell'azienda, "alcuni clienti fanno del telefonino della "3" la loro prima utenza. E' normale offrire loro un servizio attento. Ci sono clienti, invece, che hanno preso il telefonino della "3" per caso. Non lo usano, non lo ricaricano. Noi proviamo ad assisterli al meglio. Ma sono loro a non cercare un rapporto stabile con noi". H3g - conclude il portavoce - collocherà all'estero nuovi centralinisti ("è vero, c'è una ipotesi Argentina"), ma non saranno "più di 150".

Wind precisa: "Qui in Italia, la maggioranza degli immigrati sceglie noi. Se io ho un cliente rumeno in Italia, lo faccio parlare con un call center che è in Romania. Ci sembra corretto". Telecom fa sapere che tutte le aziende al mondo, in tutti i settori, tracciano un profilo dei loro clienti - un profilo di spesa - e si rapportano a loro con modalità diverse. E questo non significa farne consumatori di serie A o B. D'altra parte, Telecom affida a società esterne parte del servizio di call center: "Se queste aprono i call center a Tunisi, peraltro una minoranza, non possiamo impedirlo. A noi preme che questi lavoratori siano bravi".

Ma la Cgil tiene il punto: "Andremo dal Garante della Privacy. I miei dati privati non possono finire a Bucarest o Buenos Aires". Dal Garante, uno dei membri, Mauro Paissan, ammette: "L'allarme è fondato. Esistono norme italiane ed europee che regolano il trasferimento dei dati italiani all'estero. Verificheremo che siano rispettate. Riceviamo, poi, prime denunce. Alcune persone chiamano le nostre case, dall'estero, per proporci l'acquisto di prodotti italiani. Chi ha fornito a questi "venditori al telefono" i nostri numeri? E' in atto forse un commercio di dati su scala mondiale?".

Autore: ALDO FONTANAROSA
Fonte: http://www.repubblica.it

martedì 5 maggio 2009

Comunicato stampa Slc Cgil (5.5.09)

“Aziende avviano delocalizzazioni. A rischio migliaia di posti di lavoro. Chiediamo a imprese e Governo una moratoria contro le delocalizzazioni”

“In queste settimane grandi aziende di TLC e Media stanno accelerando un processo di delocalizzazione di attività in paesi con minori salari e diritti, mettendo a rischio migliaia posti di lavoro”. Così denuncia in una nota, la Segreteria Nazionale di SLC-CGIL, il principale sindacato del settore.
“In particolare Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G e Sky stanno in questi mesi riducendo le attività nel nostro paese, affidando servizi di customer care e di back office ad aziende in Romania, Albania e Tunisia, con gravi rischi occupazionali e con una qualità offerta ai consumatori enormemente inferiore. Il fatto già in sé grave, diviene oggi drammatico in un momento di difficoltà del Paese e con decine di imprese di call center in Italia che hanno scommesso su una competizione basata sulla qualità e non sulla gara a chi paga di meno i lavoratori o con meno tutele. Imprese che oggi subiscono una doppia beffa, vedendo il lavoro dato in paesi dove i salari sono minimi ed i diritti quasi zero”.
“Altro che internalizzare il lavoro, come il Sindacato rivendica da anni per mettere in sicurezza Telecom e le altre grandi aziende di TLC. Siamo al doppio danno per i lavoratori dei call center di Telecom, Vodafone, Wind, H3G, SKY, ecc. : non solo le attività finora svolte vengono esternalizzate, ma a beneficiarne non sono neanche i figli o i fratelli che operano in altre aziende italiane. Siamo alle prese con una vera e propria strategia socialmente suicida, che priverà l’Italia di migliaia di posti di lavoro, in uno dei pochi settori che non risente della crisi”.
“Siamo ormai all’impresa irresponsabile, che non solo paga stipendi a 6 zeri ai propri manager anche quando i risultati non ci sono, ma che non si preoccupa minimamente dei danni sociali che reca al proprio Paese, in un momento in cui invece dovremmo tutti essere più solidali e più attenti a non far pagare la crisi ai soggetti più deboli”.
“Invitiamo per tanto le aziende in questione a dimostrare senso di responsabilità nel concreto, non spendendo solo qualche parola nei convegni o nelle trasmissioni televisive, ma scommettendo su uno sviluppo basato sulla qualità, sulla valorizzazione del lavoro e delle professionalità dei tanti lavoratori che, come unica colpa, hanno quella di pretendere un salario decente e un minimo di diritti”.
“Come SLC-CGIL proporremo nei prossimi giorni a Cisl e Uil di richiedere un tavolo specifico presso il Ministero del Lavoro e il Ministero delle attività produttive, dove consegneremo tutta la documentazione in nostro possesso. Come SLC-CGIL chiediamo alle imprese e al Governo di condividere una “moratoria” in materia di licenziamenti e di delocalizzazioni di attività oggi lavorate in Italia”.