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sabato 7 marzo 2009

Crisi economica: assegno ai disoccupati, nel Lazio è legge

Mentre se ne discute a livello nazionale, la Regione Lazio gioca d’anticipo e vara la legge sul “Reddito minimo di cittadinanza”. Grazie al provvedimento approvato il 4 marzo scorso, infatti, i disoccupati, gli inoccupati e i precari che hanno un reddito inferiore a 8.000 euro annui riceveranno un sostegno di 530 euro al mese, oltre ad agevolazioni per servizi culturali e sportivi. “Siamo la prima grande regione italiana – ha detto il governatore Piero Marrazzo (centrosinistra) – che si dota di uno strumento fondamentale che non ha nulla a che fare con la vecchia logica assistenzialista. Portiamo un modello di tutela presente in tutti i paesi europei più avanzati: dalla Francia all’Austria, Belgio, Olanda fino ai Paesi scandinavi e anglosassoni”.

I REQUISITI La legge gode di una copertura finanziaria di 20 milioni di euro e dovrebbe interessare circa 20 mila persone per il 2009. Sarà poi compito della Giunta regionale individuare ogni anno i criteri che orienteranno la graduatoria di chi avrà diritto al reddito mensile. A usufruirne saranno in primo luogo le donne e i precari, che nel giro di qualche mese dovrebbero ricevere i primi assegni. Per ottenere i benefici si dovrà dimostrare di essere residenti nel Lazio da almeno 24 mesi al momento della presentazione della domanda, essere iscritti alle liste di collocamento dei Centri per l’impiego e avere un reddito personale imponibile non superiore a 8.000 euro.

L’OK DEI SINDACATI “È un importante passo avanti”, commentano Cgil, Cisl e Uil del Lazio: “Ora occorre che questa legge, fortemente voluta e sostenuta dal sindacato, venga tradotta in azione concreta con l’emanazione del regolamento attuativo, il cui iter chiediamo venga concluso in tempi rapidi”. I segretari regionali Claudio Di Berardino, Francesco Simeoni, Luigi Scardaone giudicano apprezzabile la scelta della Regione di assegnare ai Comuni un ruolo centrale nella attuazione della legge, “perché le amministrazioni comunali possono attivare un circuito virtuoso di solidarietà concreta nei confronti dei nuclei familiari più vulnerabili”. Il sindacato chiede poi che “parallelamente al reddito minimo garantito, la Regione rafforzi e implementi le politiche attive del lavoro, costruendo percorsi formativi e di riqualificazione professionale per disoccupati, inoccupati e precari che perdono il lavoro”. Per le tre sigle, infatti, il fine ultimo di ogni forma d’integrazione e sostegno al reddito “deve essere la prospettiva dell’inserimento lavorativo”.

Fonte: http://www.rassegna.it

lunedì 19 gennaio 2009

Piccinini (Cgil): dai primi risultati la Social Card risulta un fallimento

Dai primi risultati della fase di avvio della Social Card si prefigura il fallimento, sul quale il governo farebbe bene a riflettere”.
È quanto afferma la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, ricordando come l’organizzazione sindacale “abbia ritenuto la Social Card uno strumento sbagliato, di valore insufficiente, utilizzabile solo da pochi rispetto ai tanti che vivono situazioni di povertà e che avrebbe comportato difficoltà
organizzative ai richiedenti e alti costi di impianto e di gestione”.
"Dopo questa prima fase di avvio della misura" - rileva la sindacalista della Cgil - “i risultati sono: un numero di richieste molto inferiore al numero dei beneficiari previsto, disfunzioni di tipo organizzativo che aumentano il disagio e la vergogna di chi sta utilizzando la carta, un uso della carta da parte di componenti di ordini religiosi che, seppure nullatenenti, non vivono gli stessi disagi e le tante difficoltà di altre categorie sociali”.
"Per questo" - osserva Piccinini - “il governo deve riflettere su questi primi risultati che prefigurano il fallimento della misura così come occorre, a giudizio della Cgil che il Governo apra un confronto, più volte richiesto unitariamente dal sindacato, per individuare interventi" - conclude - "che abbiano risorse e strumenti in grado di contrastare davvero la povertà”.

Fonte: http://www.servizicgil.lombardia.it

giovedì 15 gennaio 2009

La grande beffa della social card; una su tre è senza soldi.

Si dice: morire di vergogna. "Avevo il Dixan in mano, anche una confezione di orzo e una scatola di tonno ma mi è venuto un presentimento: vuoi vedere che non funziona? Allora ho preso la tessera e ho chiesto alla commessa di digitare i numeri, io non vedo bene. Non era stata caricata. Avevo i soldi stretti nell'altra mano, già tutti contati, e glieli ho dati e così è finita. Non l'ho più usata". Maria Pia, 67 anni, è fuggita via dal supermercato di Viareggio rossa in viso, e meno male che non c'era nessuno in fila. Comunque in quel supermercato non ci tornerà più.

La tessera di Tremonti è di un bel azzurro sereno. Come il cielo di Forza Italia, quello di una volta. Un tricolore ondulato la attraversa da sinistra a destra e sembra la scia delle mitiche frecce. "E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo", commentò Silvio Berlusconi il giorno dell'inaugurazione della campagna dei 40 euro mensili ai bisognosi d'Italia.

Anonima. Infatti ieri, supermercato Sma di Roma, commessa indaffarata alla cassa, signore anziano in fila: "Ha per caso la social card?". Il no è asciutto e risentito. "Scusi, ma era per capire come pagava".
Lusy Montemarian non ha pagato, anzi è scoppiata in un pianto dirotto quando le hanno comunicato, come fa il medico alla famiglia del congiunto morente, che non ce l'aveva fatta. Un pianto raccolto da una microtelecamera di "Mi manda Raitre" e unito ad altri pietosi casi. Un mattone sull'altro, e un altro ancora. Alla fine si edifica questo incredibile muro della vergogna che attraversa la penisola e la trafigge senza colpa. La Social Card, il circuito Mastercard. Protagonisti di una favola. Una strisciata e via. La pensionata indigente che alla cassa del panificio, come la donna chic di via Condotti, apre il borsello, non tocca i soldi sporchi, ma sfila la carta di credito. Un secondo magnetico. Se la carta è piena. Se è vuota - e lo sono un terzo delle circa 500 mila distribuite - la pensionata deve restituire il pane e ritirare l'umiliazione pubblica.
Era il 19 giugno, era estate, e il ministro Giulio Tremonti annunciava una vecchia novità: la carta di credito per i poveri. Vecchia perché l'aveva pensata Vincenzo Visco, nell'arcaico '97: sconti sulla spesa, sugli affitti, sui beni di prima necessità. Vecchia perché l'aveva apprezzata Ermanno Gorrieri, comandate partigiano, fondatore del movimento Cristiano Sociali. Gorrieri è morto nel 2004. Nel 2008 è Tremonti a presenziare e presentare la svolta: una manovrina da 450 milioni di euro, 200 coperti dall'Eni, 50 dall'Enel, altri dalla Robin Tax. Togliere ai ricchi, dare ai poveri: 40 euro al mese, 80 euro accreditati ogni due mesi. Per un anno intero. Quattro mesi di annunci, di serrata organizzazione. Pronti. Si parte il primo dicembre. Attenzione: chi conserva 15 mila euro, in banca o alla posta, pensionato o disoccupato, non ha diritto alla carta di credito dello Stato.
Sono in 520 mila a dicembre a chiedere la social card, pensionati con reddito dai 6 mila euro agli 8 mila, coppie di anziani, famiglie con figli a carico, non oltre i tre anni però. Con una sola casa di proprietà, un'automobile e un'utenza elettrica attiva. In fila, per ore, davanti ai 9 mila uffici postali. Perché chi completava le pratiche entro il 31 dicembre, aveva diritto a 120 euro (ottobre, novembre e appunto dicembre) di partenza. Una corsa verso il nulla. Perché il 30 dicembre, con ottimismo natalizio, l'Inps - che doveva accertare il reddito - dichiarava di aver ricaricato 330 mila tessere. Le altre erano vuote.

Migliaia di italiani si sono ritrovati in mano una patacca. Una carta azzurra, di plastica, con il retro magnetico, il numero, il logo giallo e rosso della Mastercard. Belle, eccome. E di valore: si stima costi almeno 50 centesimi l'una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime. Una lotteria per il mezzo milione di italiani che, soltanto alla cassa e davanti al commesso, saprà se la sua carta annonaria è buona oppure è uno scherzo del destino, se può permettere di fare la spese oppure di annunciare la propria povertà a tutti.

Duecentomila tessere vagano scoperte di tasca in tasca, sospese o respinte. Duecentomila italiani, forse di più, le possiedono senza poterle utilizzare. Alcuni (pochi) lo sanno. Altri, molti altri, che non sanno, vanno incontro alla sciagura.
Ci vuole del metodo per ideare una così lunga e inutile fatica. Prima fila: farsi certificare la povertà, la disgrazia assoluta. Seimila euro all'anno. In fila, naturalmente per vedersi attestata dal patronato la sospirata povertà. Poi l'Inps, le Poste, sempre in fila, sempre allo stesso modo. Infine, coraggio, andare al supermercato ed esibirla questa maledetta povertà. E poi, duecentomila volte finora, vederla svergognata: "La tessera non è carica". Ma ha letto bene?

Per la social card un poveretto di Catania è ricoverato (coma farmacologico) in ospedale a seguito di furiosa lite, recita un dispaccio dell'Ansa del 3 gennaio scorso, generata "dalla discussione per l'ottenimento della social card". Giovanni Spatola, imbianchino di 47 anni, si è costituito ai carabinieri confessando di aver fracassato il cranio del conoscente con una chiave inglese. Chi dei due doveva ottenere la social card? A Verona boom di ritiri. Il dato, riferisce la direzione delle Poste, è connesso alla presenza nel luogo di molti istituti religiosi. Trecento tra suore e frati si sono presentati all'incasso. Nullatenenti. Perciò potevano. A Castelletto di Brenzone, minuscolo villaggio sul lago di Garda, ne sono state elargite più di cinquanta. Come mai? Lì ha sede l'istituto delle piccole suore della Sacra Famiglia. Amen.

"Disagi e umiliazioni di ogni genere. Accreditategli questi benedetti quaranta euro sulle pensioni, così risparmierete dei soldi anche voi", ha consigliato Pierluigi Bersani ieri alla Camera al ministro dell'Economia. "E' la truffa del secolo, un flop, il più grande bluff tremontiano", dice Franco Laratta, il deputato calabrese del Partito democratico mentre raccoglie le firme per un'interpellanza urgente sulla precoce agonia di questa tesserina azzurrissima, molto patriottica con quel fascio tricolore.

di Antonello Caporale
Fonte: http://www.repubblica.it

mercoledì 12 novembre 2008

Comunicato Slc Cgil Roma e Lazio

LETTERA APERTA ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI

Care Colleghe, Cari Colleghi,
ci stiamo avviando ad affrontare nelle prossime settimane almeno 3 passaggi fondamentali per il mondo del lavoro, passaggi cruciali per tutti i lavoratori dipendenti,i precari, i pensionati.
Nello specifico si affronteranno le seguenti questioni:
1. La revisione del modello contrattuale (come si rinnovano i contratti nazionali entro 12/08)
2. Il rinnovo del contratto nazionale di settore delle TLC (piattaforma entro 12/08)
3. La revisione dello stato sociale e delle norme sul lavoro (già avviata)

E’ chiaro che si apre dunque una fase decisiva per il futuro dei livelli di vita e di condizione di lavoro di tutti i dipendenti a reddito fisso del Paese.
Non vi nascondiamo che come CGIL ci apprestiamo a questi appuntamenti con molte preoccupazioni derivanti dalla situazione economica del Paese e dallo stato dei rapporti con CISL e UIL nonché dall’aggressione ai diritti del lavoro che è ripartita da parte del Governo e di Confindustria.

La nostra preoccupazione dipende dal clima che si respira in Italia nei confronti del mondo che noi rappresentiamo, dalle norme sul lavoro già “toccate” dal DL 112 di Giugno e dai continui attacchi verbali al lavoro provenienti da parte padronale (i fannulloni, il costo del lavoro alto, le regole che ingessano le imprese, l’eccessiva crescita delle retribuzioni, la scarsa produttività, ecc) il tutto si sta consumando nel silenzio generale e con una stampa giornalistica e radiotelevisiva che quotidianamente o tace o manipola le informazioni. Ma attenzione, oggi, l’attacco al lavoro è più subdolo e quindi più pericoloso del 2003.
Una differenza balza subito agli occhi ed è relativa al modo seguito dal governo per affrontare in questa legislatura i problemi del lavoro: a differenza della XIV legislatura, in cui il Libro Bianco (ottobre 2001) segnò all’inizio un disegno strategico esplicito di attacco ai diritti del mondo del lavoro, culminati nella proposta di modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, qui l’azione è sicuramente meno appariscente, ma non meno devastante. Se volessimo concentrare il succo in una parola, potremmo scegliere il termine “frantumazione”.
Stavolta, anziché l’attacco frontale, si è scelta la via della frantumazione dei diritti, con l’obiettivo evidente di favorire la frammentazione del mondo del lavoro, segmentare i suoi interessi, in modo da impedire, o comunque rendere molto più difficile aggregare l’azione dei lavoratori e del sindacato.
Il tempo scelto non è casuale, non solo per la vicinanza con una vittoria elettorale e sociale di vaste dimensioni, e del conseguente sbandamento delle forze di opposizione, parlamentare e non, ma anche per una ragione più di fondo: le misure che incidono sul Protocollo Welfare del 23 luglio ’07 votato ed approvato da 5 milioni di lavoratrici e lavoratori e sulla sua legge attuativa colpiscono norme che non sono ancora per gran parte divenute esigibili, o che non sono ancora divenute patrimonio comune dei lavoratori, quei miglioramenti alle condizioni di vita e lavoro di milioni di persone si possono quindi eliminare, con la complicità dei mass media, nel più assoluto silenzio.
Di qui la necessità di un capillare lavoro di spiegazione ed orientamento nell’organizzazione a tutti i livelli, ed in particolare nel rapporto con i lavoratori, dispiegando rispetto ai colpevoli silenzi dei giornali e della stampa radiotelevisiva una vera e propria campagna di controinformazione della CGIL.
Per questo crediamo che sia utile informare tutti dei provvedimenti in materia di lavoro già presi dal Governo attraverso il DL 112/08 ed il DL 97/08:
• Riposi Settimanali: il periodo di calcolo non è più settimanale ma è calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni.
• Appalti: Cancellate le norme Visco/Bersani sulla responsabilità in solido della società committente (sostanziale reintroduzione del massimo ribasso nelle gare di appalto sulla manodopera e servizi)
• Cancellati gli Indici di Congruità servivano agli ispettori per contrastare il lavoro nero
• Cancellato l’obbligo del cartellino per il personale degli appalti (apertura al lavoro nero con personale non più immediatamente identificabile)
• Cancellato l’obbligo di registrazione immediata dell’assunzione (ricordate i morti sul lavoro che risultavano tutti in periodo di prova o assunti il giorno stesso, e che in realtà erano lavoratori in nero?)
• Deroghe Contrattuali: il testo prevede che le norme di legge sui riposi giornalieri, le pause, il lavoro notturno e le modalità per la sua introduzione sono derogabili tramite specifiche disposizioni dei CCNL. In assenza di tali disposizioni, possono intervenire i livelli contrattuali territoriali ed aziendali;
• Dimissioni in bianco: Si cancella le legge 188/07 sulle dimissioni volontarie ripristinando l’incivile pratica che grava soprattutto sulle giovani donne
• Part Time: È cancellato il disincentivo, previsto dal Protocollo, al part time fino a dodici ore, il che collegato allo sconto fiscale per il lavoro supplementare, renderà sempre più forte la richiesta delle imprese solo di part time brevi.
• Contratti a Termine: il Protocollo imponeva dopo 36 mesi di utilizzo la trasformazione a tempo indeterminato,con un’unica deroga, da svolgersi presso le Dpl. Ora il lavoro a tempo determinato è possibile anche per l’ordinaria attività dell’impresa, puntando quindi a sancirne l’equivalenza con il “normale”rapporto di lavoro fisso; non solo: ora si può derogare a qualsiasi livello di contrattazione al vincolo di legge della trasformazione dopo 36 mesi a tempo indeterminato
• Disabili: si ripristina l’art. 14 del dlgs 276/03 per cui un’impresa sarà in regola appaltando il lavoro sufficiente a coprire l’occupazione obbligatoria dei disabili in cooperative sociali in cui essi saranno confinati compromettendo dunque la norma solidaristica dell’integrazione organica del disabile nei cicli lavorativi “normali”.
• Mense Aziendali: sono stati ridotti di circa il 30% i vantaggi fiscali sulle mense aziendali alle imprese, o meglio, il costo fiscale delle mense è aumentato per le imprese del 30%; quanto dureranno quelle esistenti?
• Tasso di Inflazione Programmato: è quello con cui si rinnovano i contratti nazionali di lavoro, ebbene è stato fissato dal governo all’ 1,7% a fronte del 4% reale; i contratti si rinnoveranno dunque a meno del 45% del valore reale dell’inflazione!!!

Ed inoltre ci sono altri interventi di modifiche peggiorative su apprendistato, reperibilità, lavoro a chiamata, voucher stagionali, malattia, tutti temi che per spazio e tempo illustreremo in apposite assemblee.
Come vedete è un attacco chirurgico, settoriale, contenuto e diluito in due mega DL di cui ancora si stenta a conoscere gli esatti contenuti e confini ma di cui è chiaro l’obiettivo :

il lavoro dipendente con un reddito annuo sotto i 30000 € lordi.

Ora ci fermiamo qui.
Per il momento è importante avviare un percorso di conoscenza che risvegli una coscienza collettiva del mondo del lavoro perché è evidente che siamo dinanzi ad una svolta cruciale che si giocherà in termini pesanti sui punti elencati su in alto e sui quali produrremo nei prossimi giorni ulteriori documenti informativi nella consapevolezza che siamo solo ad interventi preparatori di quello che sarà nelle prossime settimane uno scontro durissimo.
SLC CGIL ROMA E LAZIO

martedì 29 luglio 2008

Il governo cancella i livelli essenziali di assistenza sanitaria

Si comincia dai più deboli: dai malati cronici, dai disabili, dagli indigenti. La linea dei tagli del governo Berlusconi sceglie la sanità “sociale” come banco di prova del ridimensionamento complessivo del welfare. Si comincia a tagliare laddove le spese si ritengono un optional e il sospetto che ci si prepari a un sistema di sanità povera per i più poveri è venuto in testa a molti. Esemplare, sia dal punto di vista più tecnico rispetto alle scelte di policy sociale, sia dal punto di vista politico generale (vedi per esempio le risposte del ministro Sacconi), la scelta di cancellare il decreto varato dal governo Prodi sui cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza.
Il decreto varato dopo mesi di lavoro dal governo di centrosinistra di Romano Prodi era stato il frutto di una battaglia anche all’interno dello stesso schieramento di centrosinistra. Durante tutto il periodo del governo si è tentato infatti di arrivare a una definizione generale dei “livelli essenziali delle prestazioni”. L’ex ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, in ogni convegno, ribadiva che arrivare a una definizione generale di tutte le prestazioni sociali sarebbe stata un’impresa quasi impossibile se non si fosse scelta la strada della gradualità. Il tutto e subito – come è noto – è solo uno slogan, soprattutto quando ci sono di mezzo ingenti finanziamenti per garantire il welfare. Per questo il governo Prodi, alla fine, aveva deciso di partire dai livelli essenziali più essenziali, ovvero quelli sanitari. Il decreto sui Lea era nato da quella esigenza e in pratica introduceva una maggiore garanzia di assistenza ai malati cronici, a cominciare dall'Alzheimer; forniva apparecchi ai non vendenti e alle persone incapaci di parlare; introduceva il riconoscemento sanitario di 109 malattie rare, mentre ampliava i servizi di protesi con l'introduzione di nuovi ausili informatici e rafforzava l'assistenza a domicilio ai malati terminali. Con il decreto Prodi era stato introdotta la gratuità per il vaccino contro il papilloma virus, causa del cancro all'utero.
Tutto questo è ora cancellato. La motivazione del governo è che non c'era la copertura finanziaria per quel decreto, problema che era stato posto anche dalla Corte dei Conti. «Il decreto del governo Prodi era un atto puramente elettorale», ha spiegato con una certa enfasi il ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, che parla di promesse che non si possono mantenere. In realtà il decreto era già in vigore e con le promesse elettorali non aveva nulla a che vedere. Inoltre, come hanno detto tutti i sindacati e le associazioni del Terzo Settore, se esistevano delle difficoltà nell’assicurare la copertura finanziaria, sarebbe stato opportuno aprire un dialogo per arrivare a un compromesso. E invece il governo, com’è nel suo stile, non ha voluto ascoltare nessuno e ha tagliato. Il ministro Sacconi tenta comunque un recupero in extremis, dicendo che le prestazioni, «verranno reintrodotte, ci sta lavorando il sottosegretario Fazio». Ma a oggi tutte quelle prestazioni sono semplicemente cancellate con un colpo di spugna. Non c'erano gli 800 milioni necessari a finanziare gli interventi.
La Cgil protesta e chiede il ripristino del decreto, mentre per l'ex ministro della Salute, Livia Turco, «le risorse c'erano, e sono state stralciate dal governo». Anche i sindacati dei medici protestano. «Prendiamo atto che la legislazione ci è ostile – hanno dichiarato i dirigenti dell'Anaao (medici ospedalieri) - e che le scelte fatte avranno come conseguenza un servizio sanitario più povero con professionisti demotivati. Ma le ricadute ci saranno soprattutto sui cittadini». I medici ospedalieri sono già sul piede di guerra: a ottobre hanno annunciato uno sciopero di tre giorni.
«Questo è un atto di irresponsabilità grave, in particolare nei confronti delle donne e dei soggetti deboli», ha dichiarato Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva. I livelli essenziali di assistenza, aggiunge, «sono fondamentali per garantire l'unitarietà del sistema e dunque, con questo atto, si aggraveranno, di fatto, le disuguaglianze dei cittadini a seconda della regione di residenza.
«Abbiamo ascoltato con estrema attenzione e forte preoccupazione le parole del sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, secondo il quale il ritiro dei Lea è stato un atto dovuto». Lo hanno detto le portavoci del Forum del Terzo Settore, Maria Guidotti e Vilma Mazzocco, preoccupate che la «versione più leggera dei Lea che il governo intende presentare a settembre» possa rappresentare «un ulteriore passo verso un sistema di sanità pubblica sempre più privata». Già ora, aggiungono Guidotti e Mazzocco, «non riusciamo a identificare quali possano essere le voci che il sottosegretario ritiene così poco rilevanti da poter essere eliminate nella nuova stesura». Ad ogni modo, concludono le portavoci, «noi ci aspettiamo che i Lea vengano garantiti, che non ci sia un taglio dei diritti, che la riforma dei sistemi di welfare venga definita con le parti sociali e che non ci siano più provvedimenti a carattere emergenziale posti all'ultimo secondo in Finanziaria».
«Dal governo ancora brutte notizie sul piano delle politiche sociali, dalle conseguenze gravissime», ha detto Michele Mangano, presidente nazionale dell’Auser, secondo il quale la revoca dei Lea «rappresenta un’ulteriore mazzata alla sanità pubblica. Un bel regalo estivo agli italiani soprattutto a coloro che si trovano in condizioni di disagio e fragilità». E oltre al taglio dei Lea, il governo prepara tagli ai posti letto negli ospedali, la diminuzione degli organici, blocco del turn-over e nessun futuro per 12.000 precari che lavorano nelle strutture ospedaliere, tagli ai fondi destinati alla sanità, perché il Patto per la salute, sottoscritto con le Regioni, è stato ridimensionato.

Paolo Andruccioli
Fonte: www.rassegna.it

venerdì 18 luglio 2008

Dichiarazione di Morena Piccinini Segretaria Confederale CGIL

I provvedimenti varati dal governo avranno un impatto assai negativo sui servizi socio-sanitari.
Non è solo il sindacato a denunciarlo. Proprio in queste ore tutti i presidenti delle Regioni affermano che la manovra finanziaria decisa dal governo rischia di mettere in ginocchio il Servizio Sanitario Nazionale. C’è innanzitutto la questione del ticket di € 10 sulle visite e gli esami specialistici. Il Ministro Tremonti vuole scaricare sulle Regioni e sui cittadini l’onere di recuperare le risorse necessarie a cancellare quel ticket. Da parte nostra ribadiamo ciò che da sempre sosteniamo: il ticket è iniquo e va cancellato. La copertura finanziaria per cancellarlo era già un impegno a carico dello Stato in coerenza con il “Patto per la salute”. Per il governo, poi, l’accesso al finanziamento integrativo per gli anni 2010 e 2011 per quelle Regioni che dovessero sforare i tetti di bilancio è condizionato ai tagli delle spese per il personale e al pagamento di eventuali ticket da parte dei cittadini, anche quelli attualmente esenti! A pagare, insomma, devono essere i lavoratori, i cittadini e le Regioni.
La manovra finanziaria, inoltre, prevede per gli anni 2010 e 2011 tagli alla sanità che possono arrivare fino a 9 miliardi di euro. È evidente che con tali scelte, se dovessero essere confermate, renderebbero impossibile per tutte le Regioni, anche quelle storicamente più virtuose, programmare una efficace rete di servizi socio-sanitari di qualità. Il governo sceglie così la strada del conflitto istituzionale con le Regioni e gli enti locali e colpisce attraverso i tagli uno dei servizi essenziali per i cittadini.
Non faremo mancare il nostro impegno e la nostra iniziativa per contrastare queste scelte.
Roma, 16 Luglio 2008
Morena Piccinini