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sabato 28 agosto 2010

Il lusso della sicurezza



Le parole si dicono, si ritirano, si fraintendono e si smentiscono, ma in qualche modo sono sempre significative. Sembra, si dice, si dice che si dica, che il ministro Tremonti abbia affermato che la legge 626 che tutela la sicurezza sul lavoro sia per un Paese come l’Italia un lusso che non possiamo permetterci. Prontamente smentita dallo staff del ministro come sempre succede. Non ce l’ho col ministro, ma questo è proprio il modo di pensare che ha provocato e continua a provocare tanti morti, invalidi e feriti sul posto di lavoro. È un modo di pensare che accomuna molti imprenditori, politici, amministratori ma anche lavoratori e sindacalisti. Pensare che lavoro significhi soltanto produzione e alla fine soldi.
Il lavoro non è soltanto un modo come un altro per vivere, è un modo di vivere. È quello che ci organizza le giornate, è il posto in cui incontriamo la stessa gente tutti i giorni, e quello che raccontiamo ai nostri quando torniamo a casa. Il lavoro è vita e la qualità del lavoro è la qualità della vita. Vale per i lavoratori, per i padroncini e anche per gli imprenditori, in modi diversi, naturalmente. E se quegli orari sono infernali, se quel posto è brutto e pericoloso e se quando torniamo a casa siamo troppo stanchi per raccontare, allora è lì che va fatta la battaglia per migliorare il lavoro. Perché se il prezzo che devo pagare per vivere è finire al manicomio, in ospedale, su una sedia a rotelle o al cimitero, allora sì che il lavoro mi costa troppo. Che non produce abbastanza.
Ma se lavorare significa solo fare soldi, soldi e basta, magari in concorrenza con posti in cui il lavoro è quello degli schiavi, allora sì che la sicurezza dei lavoratori è un costo. Allora sì che la vita è un lusso.
Carlo Lucarelli
Fonte: http://www.unita.it


mercoledì 29 aprile 2009

Penalisti contro la 'salva manager': "E' da cancellare non da riscrivere"

Secondo i docenti che hanno sottoscritto il documento non basta l'impegno del ministro Sacconi: Si applicherebbe anche per il passato, ossia ai processi in corso, come Thyssen ed Eternit"

ROMA - "Qui non si tratta di riscrivere una norma, bisogna cancellarla". Contro la norma "salva manager" contenuta nel decreto correttivo al Testo unico sulla sicurezza del lavoro del governo, non usa mezzi termini il professor Giorgio Marinucci, ordinario di diritto penale all'Università statale di Milano. In particolare, bersaglio degli attacchi più duri è l'articolo 10 bis, che già si è attirato una valanga di critiche, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato, insieme al presidente della Camera, Gianfranco Fini, non aveva risparmiato strali proprio contro quella norma, duramente osteggiata anche dalla Fiom, perché sospettata di portare all'assoluzione dei dirigenti della ThyssenKrupp.

IL TESTO DELL'APPELLO DEI PENALISTI

Il professor Marinucci con una settantina di colleghi "professori di diritto penale e di altre discipline giuridiche", ha sottoscritto un appello a Napolitano per puntare il dito contro una norma che "esonera da responsabilità i soggetti (datore di lavoro e dirigenti) che rivestono posizioni apicali nell'impresa: non sarebbero più obbligati - dicono i firmatari del documento - ad impedire eventi lesivi o mortali nei luoghi di lavoro quando a concausare gli eventi siano condotte colpose di altri soggetti".

"Spogliando i soggetti che rivestono posizioni al vertice dell'impresa del loro indiscusso ruolo di garanti della vita e dell'incolumità fisica dei lavoratori", affermano i giuristi, "si apporta una profonda deroga alla disciplina generale della responsabilità omissiva, disciplinata dall'art. 40 comma 2 del codice penale, stabilendo che nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni ed all'igiene sul lavoro i vertici dell'impresa non sono più responsabili, quando l'evento morte o lesioni personali "sia imputabile" al fatto colposo del preposto, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori, del medico competente o del lavoratore".

Il timore è che venga meno il dovere di controllo da parte dei vertici delle aziende. Dunque, per i giuristi, quell'articolo non può essere riscritto, perché "finisce per creare una eccezione ad un principio del codice penale", sottolinea Marinucci, che porta come esempio la figura del direttore di giornale "che deve fare in modo di impedire reati a mezzo stampa", o il bagnino in piscina "che è garante della vita delle persone nella struttura". E nessuna legge può stabilire una deroga al principio del controllo.

I professori che hanno sottoscritto l'appello, ravvedono poi anche altri profili di illegittimità costituzionale. "In primo luogo per contrasto con l'articolo 76 della Costituzione, dal momento che la legge delega non faceva alcun riferimento ad una tale forma di limitazione di responsabilità per datori di lavoro e dirigenti, con conseguente eccesso di delega da parte del governo", poi verrebbero anche violati gli obblighi comunitari, limitando "l'esclusione della responsabilità del datore di lavoro alle sole ipotesi di intervento di fattori eccezionali ed imprevedibili". Infine per aver "irragionevolmente dato la prevalenza agli interessi del datore di lavoro rispetto a quelli dei lavoratori in un quadro costituzionale nel quale l'iniziativa economica è libera, a condizione però che non si svolga 'in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana'", così come recita l'articolo 41 della Costituzione.

A poco sono valse anche le rassicurazioni del ministro del Welfare. Maurizio Sacconi, impegnato anche oggi pomeriggio in una riunione sull'argomento davanti alla Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Sacconi si è detto pronto a riscrivere il testo "affinché ne sia chiara la finalità" e per definire "con certezza qual è l'ambito dell'eventuale concorso di colpa dell'imprenditore rispetto ad una responsabilità che si è rivelata prevalente nei sottoposti, dal direttore di stabilimento al preposto alla sicurezza fino anche allo stesso lavoratore".

Ma il professor Marinucci e i suoi colleghi, ricordano che "la progettata modifica normativa si applicherebbe non solo per il futuro, ma anche per il passato", ossia ai processi in corso, compresi quelli alla Thyssen e alla Eternit, "trattandosi di una disciplina più favorevole". Insomma si tratta di una norma che non può essere 'riscritta', ma che va completamente cancellata.

di Giovanni Gagliardi
Fonte: Repubblica.it



lunedì 15 dicembre 2008

Fincantieri, chiusa la maxi inchiesta. La Procura chiede 14 rinvii

TRIESTE - Gli ultimi quarantadue la bestia se li è divorati tra il 1999 e il 2007. Morti di amianto. Morti per le polveri che come proiettili silenziosi volavano nei cantieri di Monfalcone. E si ficcavano nei polmoni di chi veniva mandato al macello per costruire navi. Quarantadue croci, che si aggiungono in un "cimitero" che ne ospita già 900. Tante sono le vite spezzate, in trent'anni, in Friuli Venezia Giulia, dalle fibre killer dell'asbesto. Una pioggia cancerogena che ha investito operai e tecnici, impiegati - da dipendenti o da esterni - nello stabilimento goriziano di Fincantieri. Una scia impressionante di omicidi. Firmati dalla bestia sempre con la stessa sigla: mesotelioma maligno (pleurico, pericardico e peritoneale). Il peggiore dei tumori, quello che chiamano "sentinella" perché indica l'esposizione del malato alle polveri di amianto.
Gli ultimi quarantadue l'hanno respirato per almeno vent'anni. Nell'arco di tempo che va dal'65 all'85. Poi se ne sono andati come tutti gli altri: coi polmoni lacerati. Lavoravano tutti nello stesso colosso navale. Ma loro, i 42, e chissà poi magari altri ancora, la giustizia che non hanno avuta da vivi, l'avranno adesso. Hanno un nome e un volto le persone accusate di avere lasciato che la bestia - l'amianto che uccide - si infilasse nei bronchi delle vittime. Sono quattordici alti dirigenti (sarebbero quindici, uno è morto) di Fincantieri nel periodo in cui l'azienda pubblica si chiamava ancora Italcantieri. Il procuratore generale della corte d'appello di Trieste, Beniamino Deidda - recentemente nominato con lo stesso incarico a Firenze - è pronto a chiederne il rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo. Con un'inchiesta "ciclopica" e fulminea, unica in Italia, la Procura rompe il silenzio e l'immobilismo che da dodici anni si erano posati sui morti dell'amianto.
Dal '96 a oggi una sfilza di denunce di decessi sui quali "indagare" giaceva negli armadi del tribunale di Gorizia. Ma nessun processo era mai stato chiuso. Un buco nero nella storia delle stragi sul lavoro; faldoni accatastati negli uffici dei magistrati tra le proteste dei parenti delle vittime; la procura di Gorizia - fino a quest'estate titolare delle indagini - cinta d'assedio da parlamentari e associazioni in un generale clima di sfiducia nell'azione della magistratura. Finché Deidda decide di avocare a sé l'inchiesta. E' il giugno del 2008. "Bisognava invertire la tendenza, dare un segnale forte e farlo in fretta - dice il procuratore -. Tra tutti i decessi più recenti, abbiamo individuato i 42 casi che ci sembravano più eclatanti, che gridavano giustizia".
Con una squadra di consulenti medici del lavoro (Gino Barbieri, Donatella Calligaro, Umberto Laureni, Enzo Merler, Anna Muran, Stefano Silvestri), si inizia a mettere le mani nella montagna di carte accumulate negli anni. Dal primo settembre a oggi: quattro mesi di sequestri di documenti (molte carte sono risultate "introvabili" negli uffici di Fincantieri, soprattutto quelle riguardanti gli appalti con le ditte esterne), interrogatori (90 le testimonianze messe a verbale, familiari delle vittime e ex colleghi), verifiche e controlli incrociati. Alle 4mila pagine del fascicolo delle indagini preliminari, si aggiunge una corposa consulenza tecnica. Documenti di cui Repubblica - ora che le indagini si sono concluse - è venuta a conoscenza. Settecento pagine sono dedicate alla "Ricostruzione dello stato di salute dei lavoratori e delle condizioni igieniche nelle lavorazioni del cantiere navale di Monfalcone in relazione all'esposizione ad amianto".
L'ingrandimento della Procura riguarda il periodo 1965-1985, quello in cui si è fatto un uso massiccio di amianto per la coibentazione delle navi. Che avveniva soprattutto a spruzzo. Nelle fasi di allestimento, quando si rivestivano le pareti delle imbarcazioni, le fibre si sprigionavano dappertutto. Venivano inalate da saldatori, carpentieri, falegnami, tubisti, elettricisti, coibentatori e anche impiegati tecnici. La loro tomba, molti anni dopo, si rivelerà la stessa: i cantieri di Monfalcone. Dei 42 morti al centro dell'inchiesta (l'età media è di 65 anni), 21 erano dipendenti di Fincantieri, gli altri lavoravano per ditte esterne appaltate.
I dirigenti dell'azienda si sono giustificati dicendo che in quegli anni non potevano sapere che le polveri di amianto provocassero tumori. Una difesa che potrebbe avere scarsa o nessuna importanza. Stando a molte sentenze della cassazione, infatti, non è rilevante che i singoli imputati conoscessero la cancerogeneità dell'amianto. Comanda, in ogni caso, una norma in vigore dal '66 che vieta la diffusione delle polveri sul luogo di lavoro. Dalle carte dell'inchiesta emergono con forza le responsabilità da parte dei vertici di Fincantieri tra '65 e '85. La loro leggerezza in un'epoca, per di più, nella quale "più vivace si faceva il dibattito sulla pericolosità dell'amianto e sulla sua possibile sostituzione". Nelle officine di Monfalcone, secondo l'accusa, "le condizioni lavorative riguardo all'igiene degli ambienti sono state per un lungo periodo (dall'immediato dopoguerra alla metà degli anni '80) ben al di sotto degli standard richiesti per la lavorazione in presenza di sostanza cancerogena". Non solo. "Sono mancati, o sono stati utilizzati in modo carente, specifici interventi di prevenzione": estrattori d'aria e sistemi di aspirazione localizzata, protezioni individuali "non idonee e il cui uso non è stato in alcun modo imposto o regolamentato".
La più grande impresa di costruzioni navali italiana si è, in sostanza, lavata le mani di fronte a rischi che i suoi dipendenti correvano ogni giorno e che non potevano essere ignorati". Per questo - è una delle conclusioni cui giunge l'indagine - "le direzioni sono venute meno all'obbligo di informazione e formazione, così come i dirigenti e i preposti". Da qui l'accusa di omicidio colposo plurimo. La difesa dei quattordici imputati - che hanno tra i 70 e gli 80 anni - avrà ora venti giorni di tempo per chiedere nuovi interrogatori o impostare accordi per eventuali patteggiamenti. Poi il procuratore Deidda presenterà la richiesta di rinvio a giudizio. In Italia l'utilizzo di amianto è vietato per legge dal '92. I controlli oggi sono severissimi in ogni luogo. Ma in questa storia alla Erin Brockovich - che sembra solo all'inizio - pare di capire che della polvere killer si parlerà ancora a lungo. Appena qualche giorno fa, Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, dopo aver lanciato la proposta di creare un fondo di risarcimento per le vittime dell'amianto, ha chiesto la depenalizzazione dell'omicidio colposo e delle lesioni colpose derivante da esposizione.

Autore: Paolo Berizzi
Fonte: http://www.repubblica.it

domenica 14 dicembre 2008

Quegli operai vanto dell'Italia traditi da silenzio e indifferenza

TRIESTE - "Vivere di cantiere", è scritto sui murales dedicati al secolo di vita della fabbrica navale di Monfalcone, fondata nel 1908. Da mesi tappezzano ogni angolo della città. Segnano l'ultimo angolo a Nord del Mediterraneo, ieri spazzato dalla bora sotto le Alpi innevate. Niente ricorda che di cantiere si può morire. Niente sui Caduti sul lavoro, precipitati dalle impalcature, ustionati o bruciati vivi dal 1908 a oggi. Niente, soprattutto, sulla strage da amianto che fa di Monfalcone qualcosa di infinitamente peggio di Marghera o della Thyssen di Torino.
Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2016 millecento. Ne partono al ritmo di venticinque all'anno, dall'inizio degli anni Settanta, e le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. Forse la più orrenda strage aziendale italiana. Certamente la più sottovalutata.
Ma il peggio non è l'enormità del numero. È l'enormità del tradimento. L'imbroglio consumato nei confronti di uomini che hanno fatto il vanto dell'Italia, uomini segnati da un patriottismo aziendale unico. Dalmati, friulani, sloveni del Carso, goriziani, triestini e istriani. Cinquantamila in un secolo, dei cantieri e dell'indotto. Ondate di gente che arrivava ai cancelli in treno, a piedi, in bicicletta. Un'epopea. Il cantiere ha varato quasi mille navi, e la nave non è un'automobile: è un oggetto irripetibile, il riassunto di un'arte. Gli uomini che l'hanno fatta ne seguono per la vita le rotte sul mappamondo. La mostrano con orgoglio a figli e nipoti, la raccontano per lasciare un segno di sé. "I malati venivano da noi con la foto delle navi fatte da loro" racconta Valentino Patussi, dell'Ufficio medicina del lavoro di Trieste, incaricato delle indagini dalla Procura.
Monfalcone non è Genova né Castellammare. È nata tutta dai cantieri. Prima del 1908 era solo acque salmastre e zanzare; poi, con capitale austriaco, è nata la città. Una "company town" a pieno titolo. Totale la sua simbiosi col cantiere; e totale, di conseguenza, il suo strazio e il disincanto di oggi. Ma poi c'è anche l'enormità del silenzio. Quello di un'azienda, una provincia, una regione che rimuove i morti, li ignora persino nelle celebrazioni del centenario mentre l'allarme serpeggia ovunque, anche su Internet, con terribili richieste dagli operai di mezza Italia.
La sottovalutazione e il mancato allarme durano dagli anni Sessanta e sono continuati anche dopo la bonifica degli impianti, mentre gli operai del cantiere e delle ditte in appalto entravano in agonia senza sapere perché, muti di fronte a quella parola, "mesotelioma", che li inchiodava dopo decenni di salute apparente. Oggi si sa che qualcuno sapeva; era stato informato che l'amianto è una bestia che non perdona e il mesotelioma, quando lo scopri, ti ammazza in sei mesi. I polmoni ti strangolano come una garrota e la diagnosi precoce serve solo ad avvelenarti il tempo che resta. In caso di amianto il miglior referto è semplicemente sapere più tardi possibile.
E così gli uomini che hanno "vissuto di cantiere" sono morti senza copertura Inail, senza assistenza legale, senza interesse della politica e persino della giustizia che per dodici anni ha ricevuto denunce di morti sospette senza chiudere fino ad ora nessun processo. Per questo la Procura generale ha rotto gli indugi e svolto un'indagine-lampo unica in Italia.
C'è voluto un giudice perché il Friuli-Venezia Giulia sapesse di questa tragedia, e per far capire che non affrontare l'emergenza significava semplicemente non governare. Non si poteva più ignorare che a Monfalcone e Trieste gli esposti al rischio sono diecimila, per l'effetto congiunto del porto e dei cantieri. A livello regionale, il top in Italia.
Ma se i morti sono un esercito, per i vivi è in atto un micidiale conto alla rovescia. Un gioco dove la paura distrugge prima della malattia; una roulette russa in cui ci si conosce tutti e alla fine ci si incontra ai funerali. È perfido l'amianto. In greco vuol dire "il candido", e in una straziante poesia Massimo Carlotto lo descrive come neve che incanta i bambini. La mamma sbatteva la tuta del papà per toglierne la polvere a fine lavoro, i fiocchi volavano come a Natale e la pestilenza entrava nei familiari. Ma amianto vuol dire anche "l'incorruttibile", perché non si consuma mai. Tu muori, il corpo si dissolve, e le fibre restano lì per sempre. Qui accade in concentrazioni mostruose, quasi come nella miniera di Barangero in Piemonte, dove si consumò la prima strage. Ma sì, dicono amaramente i superstiti, il cimitero è solo una discarica autorizzata di amianto. Ora che si è scavato nella Fincantieri come mai in passato, l'azienda - inchiodata da prove inconfutabili - parla di depenalizzare il reato e compensare le famiglie con un fondo nazionale. Come dire: il costo è di tutti e la colpa di nessuno. Un classico finale all'italiana.
Ma chi ha sofferto non ci sta. "Altro che malattia sociale!", quasi piange Rita Nardi, vedova di Gualtiero, morto alla vigilia di natale del '98 dopo mesi da incubo. "Questi li hanno ammazzati come conigli per un tozzo di pane".

Autore: Paolo Rumiz
Fonte: http://www.repubblica.it

mercoledì 27 agosto 2008

Epifani: "Lavoratori, aria esagerata; così si nascondono i veri problemi"

"C'è un clima che non mi piace. Si licenzia gente che guadagna 1500 euro al mese, mentre manager che non hanno brillato nella gestione delle aziende tornano a casa ricoperti d'oro...". Guglielmo Epifani è preoccupato. Non bastasse la prospettiva di un autunno difficilissimo per l'economia e le famiglie italiane, ora c'è anche il caso dei licenziamenti alle Ferrovie ad angustiare gli ultimi giorni di ferie del leader della Cgil. "Non mi stancherò mai di ribadirlo: il sindacato non difende fannulloni e lavoratori scorretti, che peraltro danneggiano prima di tutto i propri colleghi. Abbiamo ben chiaro qual è il giusto equilibrio tra rivendicazione dei diritti e rispetto dei doveri. Così come l'esigenza di lasciarci alle spalle ogni esperienza di sindacato consociativo. Ma ora ci troviamo di fronte ad un clima esagerato, come a voler scaricare sui lavoratori la responsabilità delle cose che non vanno nel Paese e che, nel caso delle Fs, sono una politica generale del trasporto sbagliata, l'inefficienza dei servizi, l'assenza di trasferimenti da parte dello Stato, la minaccia della concorrenza".
Crede davvero che ci sia tutto questo dietro ai licenziamenti decisi dai vertici delle Ferrovie? Nel caso degli otto dipendenti di Genova l'azienda parla di infrazioni molto gravi. Non sarebbe un errore in certe eventualità usare il guanto di velluto?
"Se è stato alterato il rapporto tra ore lavorate e timbratura del cartellino si tratta di un'infrazione grave, passibile di licenziamento. Se, invece, i lavoratori hanno solo chiesto ai colleghi di timbrare al posto loro il cartellino ma senza assentarsi dal lavoro, allora si tratta di un caso che andrebbe affrontato con sanzioni meno pesanti".
Che idea si è fatta dell'altra vicenda, quella del macchinista licenziato per aver denunciato possibili rischi sulla sicurezza dei treni?
"Lì qualcosa evidentemente non torna, come dimostrano anche le reazioni degli schieramenti politici e degli osservatori imparziali. Come fanno Cipolletta e Moretti a parlare di lesione dell'immagine dell'azienda quando i veri problemi sono altri? Che dire, allora, della pulizia dei treni e delle inefficienze del servizio? Come si fa a licenziare una persona che, magari esagerando, non fa altro che difendere gli interessi degli utenti? E se poi accade un incidente che fine fa, davvero, l'immagine dell'azienda? La linea adottata dai vertici delle Fs inverte causa ed effetto ed è controproducente, anche se mi sembra dettata dalla voglia di spostare l'attenzione dai problemi reali".
Secondo l'amministratore delegato Moretti bisogna attraversare il guado che separa il pubblico impiego da una vera impresa. Lei non teme di ancorare il sindacato a posizioni anacronistiche?
"Guardi, le Fs sono passate nel giro di pochi anni da 200mila a meno di 100mila dipendenti. E' stata la più grande ristrutturazione aziendale nella storia del Paese ed è stata fatta con il consenso del sindacato. Se ora l'esigenza è quella di diffondere il più possibile la cultura del dovere, mi chiedo perché non si cerchi un rapporto positivo con i sindacati piuttosto che risolvere il tutto sul fronte degli attacchi individuali".
In realtà non si tratta solo di un caso Fs. Ormai da qualche mese in Italia ha trovato solide radici la riflessione sulla licenziabilità dei lavoratori, nel solco delle misure varate dal ministro della Funzione Pubblica, Brunetta. Non crede che nel Paese sia ormai un sentire comune l'esigenza di rivalutare concetti come meritocrazia ed efficienza?
"Già ho detto come la penso sul ruolo del sindacato nella lotta ai fannulloni e alle irregolarità. D'altro canto, nella pubblica amministrazione i licenziamenti di lavoratori per giusta causa ci sono sempre stati, senza che nel Paese si scatenassero particolari dibattiti. Ma ora esiste un clima generale alimentato da anni di campagna ideologica contro la pubblica amministrazione, motivata in fondo dagli interessi di chi vuole mettere in discussione i servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola".
Non pensa che sinistra e sindacato si siano inseriti con ritardo e con qualche contraddizione in questo dibattito?
"Non abbiamo chiuso gli occhi. E' evidente che esistono sacche di inefficienza e forti esigenze di modernizzazione. Ma mi sembra che Brunetta abbia lisciato il pelo a questo comune sentire usando però strumenti indifferenziati che penalizzano anche chi ha sempre fatto il proprio dovere, cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori: ci sono dipendenti pubblici che negli ultimi anni non hanno mai fatto un giorno di assenza per malattia e che se lo fanno ora si vedono decurtare lo stipendio...".
Che autunno attende i lavoratori italiani? Il governo non prevede di integrare la manovra economica varata a luglio, anche se la congiuntura internazionale continua a peggiorare...
"E' vero, l'esecutivo tende a minimizzare. Ma sarà un autunno difficile. Dopo la pubblicazione dei pessimi dati sul Pil nella Ue molti governi europei hanno interrotto le ferie per riunioni d'urgenza sulle contromisure da adottare di fronte alla crisi. Il nostro, invece, non ha dato segni di vita. Davanti ai venti di recessione, dimostra che l'unica cosa che gli sta a cuore è il federalismo. Mi dispiace anche per l'enfasi dimostrata dal ministro Sacconi per i dati sull'aumento delle ore di straordinario determinato dalla defiscalizzazione: in realtà il vero problema è lo spaventoso incremento delle ore di cassa integrazione nelle aziende! Il fatto è che le misure del governo nel breve periodo hanno effetti depressivi, perché non sostengono i redditi e gli investimenti oltre a tagliare fondi per settori chiave come la ricerca e l'innovazione".
Il sindacato ha già prefigurato una mobilitazione in vista di settembre. Vi spingerete fino allo sciopero generale?
"In effetti ci sono forti rischi per la coesione sociale, con l'aumento della precarietà per i giovani e l'ulteriore abbandono del Sud. Noi chiediamo al governo di cambiare la politica economica, con un vero sostegno al reddito di famiglie e pensionati, detrazioni al lavoro dipendente, restituzione del fiscal drag. L'indicazione che arriverà la valuteremo unitariamente con Cisl e Uil: è chiaro che riteniamo necessarie risposte nel segno dello sviluppo e della giustizia sociale. Le prossime settimane saranno decisive".

Fonte: http://finanza.repubblica.it 20.08.08

domenica 10 agosto 2008

Morti sul lavoro o sulle strade. Quelle vittime di serie B

Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di "paura", per esempio, oggi pensiamo immediatamente all'incolumità personale. E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli "altri" per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all'impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda "visibile" la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall'efficacia che realmente sono in grado di garantire. Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari. L'esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l'incidente (auto) stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all'industria dell'auto. Casi eccezionali, per le proporzioni dell'evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all'emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità. Quanto agli incidenti sul lavoro (fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide. Come ha rammentato di recente il Censis, rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c'è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle "morti del sabato sera". Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine. Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d'Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi). Circolare è altrettanto - forse più - pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D'altronde, chi si sentirebbe "colpevole", peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a "evadere" le tasse. Per legittima difesa. Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli "altri". (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità. E' probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è "socialmente" sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha "senso". Come un male incurabile. Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno "senso". Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare "irregolarità". Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati "criminali". Ciò che fanno non è ritenuto un atto "criminoso". Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori "non in regola". E nessuno invoca l'intervento dell'esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d'altronde, non sono considerati tali).
Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l'opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po' di rabbia e tanta rassegnazione.

di ILVO DIAMANTI
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 7 agosto 2008

In Italia più morti bianche che omicidi

In Italia le morti bianche e il numero delle vittime della strada superano di gran lunga i decessi legati alla criminalità o ad episodi violenti. I morti sul lavoro in particolare sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi.
È questo l'allarme che lancia il Censis, specificando che nel 2007 le morti legate al lavoro nel nostro Paese sono state 1.170, di cui 609 per infortuni stradali, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro o in strada durante l'esercizio dell'attività lavorativa. E l'Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, un dato che supera di gran lunga quello registrato in altri Paesi europei anche più popolosi del nostro come Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era maglia nera in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c'è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
E nonostante i decessi sul lavoro e quelli legati a incidenti stradali superino quelli legati alla criminalità, nel nostro Paese, sottolinea il Censis, «gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità». Il numero degli omicidi in Italia continua a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle cittá italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.

Fonte: Il corriere della sera

Leggi il comunicato stampa del Censis

domenica 27 luglio 2008

Sentenza-amianto a porto Marghera

Martedì 22 luglio il giudice monocratico penale Barbara Lancieri, del Tribunale di Venezia, ha emesso una sentenza di condanna a carico di alti dirigenti della Fincantieri, responsabili della morte di 14 persone – undici operai e tre donne, mogli di tre di loro – che, senza alcuna difesa maneggiavano amianto (o asbesto, dal greco, che significa indistruttibile) un minerale la cui estrazione e utilizzo è messa al bando in Italia dal 1991, ma da almeno 50 anni sotto sorveglianza, per gli effetti cancerogeni irrimediabilmente mortali.
I dirigenti condannati – 21 anni di carcere complessivi per omicidio colposo – sono sette, tra i quali compare anche l'attuale presidente della Fincantieri Corrado Antonini.
Si tratta di una sentenza di grande importanza, per due motivi: rivela, in tre anni di dibattimento e trenta udienze, uno scenario raccapricciante dominato da malattie dal decorso straziante, e morte successiva dovute all'uso dell'amianto; uno scenario che dal territorio veneziano induce a spostare l'attenzione in altre zone del paese, dove l'amianto ha trovato impiego in molti settori e falcidiato vite umane.
L'altro motivo, che pone questa sentenza quale punto avanzato della giurisprudenza, è che gli imputati sono stati chiamati a rispondere e condannati per la morte di tre donne, vittime conseguenti dell'attività dei loro congiunti. Cioè, non sono state aggredite dalle fibre d'amianto in fabbrica, ma in casa, dove lavavano sciorinavano stiravano le tute da lavoro dei loro mariti.
Ci si poteva anche sedere mentre per una ventina di minuti è andata avanti la lettura della sentenza, ma tutti sono rimasti in piedi ad ascoltare in silenzio. Conclusa la lettura c'erano degli occhi lucidi, e un sentimento di sollievo. Non c'era chi non ricordasse che in questa stessa sala, in quest'aula bunker, sette anni fa, venne letta la sentenza Petrolchimico , che come un frantoio schiacciò un'aspettativa collettiva profonda di giustizia, assolvendo inaspettatamente tutti gli imputati. Certo non è acqua passata.
Gli imputati, l'hanno già detto, ricorreranno in appello, ma intanto dovranno sganciare, più o meno subito, provvisionali decise dal giudice per un totale di circa tre milioni di euro. Anche questo elemento, pur non essendo il rimedio alla vita perduta, incoraggerà i più restii a reclamare un loro diritto. La sentenza infatti ha tolto il cappello alla punta dell' iceberg .
Breda-Fincantieri ha alle proprie dirette dipendenze 1180 lavoratori, ma gestisce 2600/3000 lavoratori distribuiti in 500 aziende d'appalto; una massa difficile da controllare; prevalgono operai bangladesci, croati, rumeni e del nostro meridione. Le condizioni di lavoro sono critiche sia dal punto di vista sanitario che della sicurezza.

di Enzo Manderino – Megachip
Fonte: http://www.megachip.info/index.php
Altri articoli sulla sentenza:
- Amianto, condannati i vertici della Fincantieri. (http://www.gazzettino.it)
- Breda, morirono per amianto. (L'Unità)

- Inail: Rapporto annuale sull'andamento infortunistico nel 2007

lunedì 14 luglio 2008

Prova antincendio 11.07.08

In merito alla prova antincendio del 11/07/2008 si sono evidenziate moltissime criticita’ ed impreparazioni ad un evento in “teoria” pianificato:
• LA SIRENA ANTI INCENDIO NON HA FUNZIONATO
• LE PORTE ANTI INCENDIO IN ALCUNI LOCALI NON SI SONO CHIUSE (es. stabile Roma tre)
• I LAMPEGGIANTI NON SI SONO ATTIVATI
• NON TUTTI I SETTORI ERANO A CONOSCENZA DELL’EVENTO
• LE SCALE DI EMERGENZA SONO OSTRUITE ALCUNE ADDIRITTURA DA TRAVI DI FERRO.

Riteniamo, inoltre, che l’orario previsto per tale simulazione (8 di mattina), non dia la giusta percezione di ciò che potrebbe accadere in orari dove il personale è presente in modo massiccio in azienda.
Chiediamo che tale prova venga ripetuta in tempi brevissimi e che sia effettivamente funzionale alla salvaguardia di tutti i lavoratori in caso di evento reale.
Abbiamo così appreso in data 11/07/2008 di non essere assolutamente preparati in caso di incendio, e vi sollecitiamo a prendere tutti quei provvedimenti per consentire quantomeno le misure minime di sicurezza in un luogo di lavoro che arriva a ospitare più di 2000 persone.
Roma, 14/07/2008
RLS ALMAVIVA C./ATESIA
SLC-CGIL

martedì 1 luglio 2008

Comunicato incontro 27.06.08

A seguito della richiesta d’incontro presentata dalle OO.SS. e dalle RSU alla direzione aziendale di Atesia per discutere dei numerosi disagi e criticità riscontrate sul posto di lavoro, in data 27/06/08 si è svolto un confronto tra le parti che ha visto un’ampia discussione sulle numerose tematiche da noi esposte. Molti i temi affrontati e le questioni sollevate:
• la necessità di più corrette relazioni sindacali, nel rispetto dei lavoratori e dei doverosi passaggi con i loro rappresentanti. A tal proposito si è infatti anche ribadita la necessità di un’aula in cui svolgere le assemblee più adeguata alla numerosità dei dipendenti presenti in Atesia ;
• ambiente e sicurezza che si traduce in interventi volti alla risoluzione delle problematiche ambientali (ambienti di lavoro con pessima climatizzazione, sale break). In questo ambito dobbiamo rilevare che, anche a seguito dei precedenti interventi delle RLS (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), alcune azioni sono state compiute da parte aziendale: si è data avvio alla sostituzione dei monitor, la sala break per il pranzo è stata ampliata, si sta cercando di trovare una soluzione definitiva al problema di clima interno.
• la centralità della formazione e della cura della formazione e dell’informazione per tutti ma soprattutto per lo staff.
• errori in busta paga, con una maggiore rapidità gestionale.
• i livelli inquadramentali sia degli operatori che dei team leader che debbono essere riavviati.
• la reperibilità del personale di staff, nonché la disomogeneità dei trattamenti contrattuali dello stesso personale di staff.
• le numerose lettere di contestazione, molte volte frutto di una cattiva comunicazione.
• si sono chiesti chiarimenti per l’avvio della nuova sede e trasferimenti; a questo l’azienda ancora oggi non sa dare risposta certa mancando la definizione col committente degli staffaggi, si sta però operando nella direzione degli avvicinamenti per coloro che abitano in prossimità.
• l’utilizzo di personale somministrato in alcuni casi senza dare continuità alle prestazioni degli dipendenti.
• i “demansionamenti” del personale di staff.
• la variazione d’orario che riguarda il personale part time verticale notturno in servizio su Tim119 e le continue riorganizzazioni e trasferimenti da un servizio all’altro, pratiche che vanno superate attraverso una diversa gestione delle risorse. Non ultimo, è stato affrontato il tema degli orari di lavoro e l’annosa questione di una flessibilità che possa sostenere la richiesta di un mercato sempre più dinamico e frenetico senza distruggere l’impianto delle macrofasce e stravolgere continuamente le vite di tutti. In commissione orari si valuterà, con una “ritrovata” disponibilità da parte aziendale, pur nell’essenziale e non derogabile mantenimento delle fasce orarie, una soluzione che risponda alle esigenze commerciali dell’azienda ma che possa essere anche premiante da un punto di vista economico per il lavoratore “disponibile” (peraltro abbiamo l’obbligo di evidenziare che la direzione aziendale non ha richiesto uno smantellamento delle fasce orarie).
Tutte queste questioni altro non sono che il prodotto di un passato difficile e complicato. La volontà sindacale è quella di rispondere attraverso incontri specifici e a breve termine alla complessità dei problemi; in questo senso, anche a seguito dell’accordo nazionale su estensioni orarie e premio di risultato, abbiamo avuto un’apertura da parte della nuova direzione aziendale. La risposta ai bisogni dei lavoratori potrà avvenire così attraverso un percorso condiviso, questo anche perché l’azienda ha sottolineato la centralità del benessere dei lavoratori per il raggiungimento di obiettivi economici che danno ricchezza all’azionista ma anche ai suoi dipendenti. Da parte nostra ci sarà tutto l’impegno e la costanza necessari per trovare soluzioni che saranno poi valutate dalle lavoratrici e dai lavoratori. Calendarizzeremo, così come deciso di comune accordo, degli incontri specifici sui diversi temi nei quali ci aspettiamo risposte concrete, nel rispetto dei reciproci ruoli.
Come Rsu, anche forti da una più numerosa e compatta rappresentanza, consegnataci dalle lavoratrici e dai lavoratori nelle recenti elezioni sindacali, siamo pronti a trovare soluzioni sempre consapevoli che se necessario saremo pronti a riaprire il conflitto se non ci verranno date in tempi certi risposte concrete ed efficaci.
Roma 27/06/2008
Rsu Atesia Slc Cgil/ Fistel Cisl/Uilcom Uil
Rsu Almaviva Contact Slc Cgil/ Fistel Cisl

lunedì 5 maggio 2008

Seminario su Testo unico salute e Sicurezza sul Lavoro

Camera del Lavoro Territoriale CGIL Roma Sud
Centro Studi Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro “Gastone Marri”
Via del Velodromo, 80
tel. 06.787810 - fax 06.7886623 - email cdlt_sud@lazio.cgil.it

Roma, 02.05.08
Alle Categorie della CdLT Roma Sud
Ai Servizi
e.p.c. Segreteria CdLTR Roma Sud

Si informano le strutture in indirizzo che sulla Gazzetta Ufficiale n. 101 (supplemento ordinario n. 108) del 30 aprile è stato pubblicato il D. Lgs. n. 81 del 09.04.08 (c.d. Testo Unico in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro), il testo si può scaricare dal sito http://www.gazzettaufficiale.it
Con l’occasione vi ricordo il seminario sulle novità introdotte da detto testo unico che si svolgerà mercoledì 7 a partire dalle ore 9,30 presso la sala dell’Hotel Arco di Travertino (via Collepardo, 10 – Metro A Arco di Travertino).
Cordiali saluti

p. Centro Studi Gastone Marri
Il responsabile
Riccardo Ferretti

D. Lgs. n. 81 del 09.04.08

mercoledì 23 aprile 2008

MORTI BIANCHE, ANCORA SEI VITTIME

"Cinque morti sul lavoro in un giorno sono davvero tanti. Eppure sono dentro la statistica! Forse molti ignorano che la statistica che parla di una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro è comunque sottostimata. Mancano quei lavoratori, non solo immigrati, che non sono registrati come tali, mancano quegli altri lavoratori che sono rimasti vittime di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal lavoro precedente. E muoiono anche altri lavoratori, vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai o a grande fatica riescono a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro" (continua..)
Autore: Fulvio Aurora - fonte: http://www.medicinademocratica.org

Quest’articolo è del 2000…ma potrebbe essere scritto oggi perché anche ieri ci sono stati 6 morti sul lavoro. Di seguito un articolo del 18.01.08

"La strage continua. Ancora morti per la società del profitto.
Questa mattina a Porto Marghera due lavoratori che stavano operando all’interno della stiva di una nave per caricare soia presso le banchine delle società CIA sono morti soffocati.
Le stive non erano state areate a sufficienza. Forse qualcuno aveva fretta di caricare ... si sono omesse delle procedure ... perchè il tempo è denaro. Quante centinaia di lavoratori dovranno ancora morire in questo modo stupido ed assurdo? Dobbiamo continuare a subire una società ed un modello di sviluppo dove tutto è sacrificabile in nome del profitto e dell’arricchimento di pochi? I responsabili verranno perseguiti e puniti davvero? Ma quanti hanno omesso di svolgere il loro ruolo di controllo e prevenzione?" (continua….)
Autore: Luciano Mazzolin – fonte: http://www.medicinademocratica.org

Qualcosa è cambiato a livello normativo; il 3 agosto 2007 è stato approvata la legge 123 “Misure in tema di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto della normativa in materia” ma solo con il clamore suscitato “dall'incidente” alla Thyssenkrupp di Torino e dallo stillicidio di vittime che ogni giorno si aggiungono a quanti hanno perso la vita sul lavoro o si sono gravemente infortunati si è riusciti a far approvare alcuni decreti attuativi della legge 123. Il Consiglio dei Ministri di martedì 1 aprile 2008, ha infatti approvato in via definitiva il decreto legislativo in tema di Salute e Sicurezza sul Lavoro (il cosiddetto "Testo Unico"). Ma tutto ciò non basta come dimostra purtroppo la cronaca tragica di tutti i giorni; anzi con la vittoria del centro-destra alle elezioni e l’enfasi posta in campagna elettorale solo sulla sicurezza nelle città e non sui posti di lavoro c’è il concreto rischio dell’approvazione di una controriforma della normativa in materia di sicurezza, della sua disapplicazione e dell’alleggerimento dei controlli. Per noi invece è inaccettabile la monetizzazione del rischio; pertanto chiediamo che:

  • la normativa sia migliorata (non peggiorata) e applicata in maniera rigorosa,
  • la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori sia una priorità in questo paese

Affinchè

nessuno non torni più a casa dal lavoro,

nessuno sia mutilato o menomato dal lavoro,

nessuno si ammali ancora di lavoro.

Obiettivo: morti, incidenti, malati di lavoro zero

Per approfondimenti sulla normativa in vigore: http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/PrimoPiano/20071221_Sicurezza.htm
http://www.amblav.it/testounico.asp

(a cura di marcello)