giovedì 27 maggio 2010

Profitto fino all’ultima goccia




Le ultime misurazioni riguardanti le risorse idriche risalgono al 1971 e i numeri usati e divulgati tuttora non sono altro che elaborazioni statistiche. In più, nel nostro paese non c’è nessun organismo che pianifichi e controlli la risorsa acqua. Sono i due grandi problemi che accompagnano il tema ora all’ordine del giorno, cioè il completamento della privatizzazione del servizio idrico locale, da cui partiamo per un ragionamento sull’acqua a tutto tondo.
Già prima del 2000, ai beni essenziali alla vita era stata attribuita una rilevanza economica e imprenditoriale e fra i soggetti candidati a gestire i servizi locali c’erano, in linea con le indicazioni dell’Ue, anche le società per azioni (Spa). Le modalità di affidamento dei servizi, compreso quello idrico, da parte degli enti locali erano quattro, anzi cinque:
1) tramite gara a una Spa;
2) senza gara a una Spa, purché una quota della Spa fosse stata messa a gara;
3) «in house», cioè con affidamento diretto anche a una Spa, purché quest’ultima fosse sotto il totale controllo del soggetto pubblico appaltante e lavorasse esclusivamente per questo soggetto;
4) affidamento diretto a un’azienda speciale;
5) infine, gestione in economia, di fatto tuttora possibile, riservata ai piccolissimi comuni, che non hanno uno specifico bilancio dedicato alle acque, e quindi sono di scarso interesse economico per i privati.
Con il testo unico sugli enti locali (legge 267 del 2000), i governi D’Alema e Amato, aprono le porte alla «spaizzazione»: la normativa conferma che i servizi pubblici locali possono essere gestiti da Spa o Srl a prevalente capitale pubblico o da Spa non necessariamente a prevalente capitale pubblico. Ma, in più, si afferma che le aziende speciali (che già agli inizi degli anni novanta avevano sostituito le vecchie municipalizzate, diretta emanazione degli enti locali) possono essere trasformate in società per azioni, di cui gli enti locali possono restare azionisti unici per un periodo non superiore ai due anni. La legge prevede cioè la trasformazione in Spa di aziende già «snaturate», ma che comunque erano ancora enti «strumentali» dell’ente locale, cioè a esso inscindibilmente collegati e di fatto dipendenti, e ricadenti nell’ambito del diritto pubblico. Il testo unico prosegue così nell’opera già avviata dalla legge Bassanini del 1997 e apre un’autostrada allo smantellamento della possibilità di mantenere di fatto il servizio idrico in capo al soggetto pubblico (la modalità 4). Questa opzione viene poi del tutto cancellata dal successivo governo Berlusconi con la finanziaria 2002 (legge 448 del 2001) e la legge n. 326 del 2003. Rimaneva in piedi la modalità 3 (affidamento «in house» anche a Spa, purché sotto il totale controllo dell’ente, quale unico committente) come ultima possibilità di mantenere pubblica la gestione del servizio idrico, tuttora prevista dalle regole europee. In modo beffardo, invece, l’attuale governo Berlusconi ha accampato proprio presunte norme comunitarie, inesistenti, per cancellare definitivamente questa modalità di affidamento. A stabilirlo è l’articolo 23 bis della legge 135 del 2009, impropriamente detto decreto Ronchi (Andrea, Pdl), da più parti giudicato incostituzionale: oggi una legge dello Stato non può imporre a un ente locale come organizzarsi, quale forma dare alle aziende o con quali modalità affidare i servizi pubblici. Ad oggi, però, in assenza di un pronunciamento della Corte costituzionale o di un verdetto popolare, tutte le concessioni scadono entro il 31 dicembre 2010 e per la gestione del servizio idrico non restano che le Spa, magari quotate in borsa. In barba alle scelte diametralmente opposte che stanno facendo altri paesi e città, come Parigi, che ha deciso di ripubblicizzare il servizio, in piena sintonia con le norme europee. Finora, però, abbiamo affrontato solo una parte del grande tema del governo dell’acqua. Il servizio idrico, infatti, si occupa praticamente solo degli usi civili, che coprono il 20 per cento dell’acqua consumata, quella potabile. Il resto delle risorse idriche è usato in agricoltura (50 per cento), industria (20) e per scopi energetici. Di questo ‘restante’ 80 per cento non si occupa praticamente nessuno, dicono alcuni esperti del settore, convinti che quando si parla di acqua si debba farlo a 360 gradi, sia perché esiste un equilibrio fra le parti, sia perché c’è il rischio costante di conflitti fra i diversi usi, a maggior ragione quando la risorsa è carente: e l’acqua, si sa, è una risorsa limitata da tutelare. Né può essere dimenticata l’assenza cronica di conoscenza, pianificazione e controllo pubblico sulle acque in Italia, che riemerge puntualmente a ogni emergenza o disastro, per poi essere accantonata di nuovo. Tutti i numeri che vengono citati, anche quelli appena evocati, sono approssimativi perché non esistono gli strumenti né le strutture che fanno questo lavoro: gli ultimi dati frutto di controllo e monitoraggio, insomma di una misura, risalgono alla conferenza sulle acque del 1971. Quindi i numeri che circolano, prodotti anche da prestigiosi istituti, non sono altro che elaborazioni statistiche, come sostiene anche l’Irsa, l’istituto di ricerca sulle acque del Cnr, che parla di conoscenze approssimative. Che sono tali anche in riferimento ai comportamenti illegali: per quanto riguarda i prelievi da pozzo, una stima di circa cinque anni fa dello stesso Cnr diceva che i tre quarti, in termini numerici, non sono censiti. Vuol dire che quasi certamente sono abusivi e il ruolo più rilevante lo gioca l’agricoltura. Quanti siano i prelievi da pozzo è difficile dirlo: si parla, solo nel nord Italia, di almeno un milione. Gli economisti del settore chiamano tutto questo «dissimmetria informativa», per cui chi gestisce un servizio, mettiamo una Spa, riesce con il tempo a conoscerlo esattamente, a saperne dati e numeri, a differenza di chi il servizio lo affida, cioè l’ente locale. In effetti, la fonte di quello che, per esempio, i romani sanno sull’acqua che usano è l’Acea, cioè la Spa a maggioranza pubblica e quotata in borsa e iscritta a Confindustria che gestisce il servizio per conto del comune. Fra i soci ci sono imprenditori come Caltagirone e multinazionali come la francese Gdf Suez, ma il Campidoglio sta esaminando la pratica di privatizzazione dell’Acea cedendo gran parte delle sue quote: la vicenda ha scatenato tali proteste che il sindaco Gianni Alemanno tirato il freno, almeno fino alle elezioni regionali (una scadenza che ha messo il silenziatore a un’infinità di temi «sensibili»). Qual è l’obiettivo di una Spa? Evidentemente guadagnare molto e distribuire dividendi ai soci. E come guadagna? Vendendo il più possibile (nel nostro caso acqua) e investendo (speculando?) su altri settori remunerativi. Quindi, non solo una Spa non punterà mai sul risparmio della risorsa acqua, anzi, ma non ha alcun interesse né a fare investimenti a medio-lungo termine per migliorare la qualità del servizio, né a offrire le conoscenze al soggetto pubblico o ai cittadini, peraltro impossibilitati a orientarne, o anche solo a discuterne, le scelte. A questo si aggiunge l’assenza totale di controlli pubblici, necessari quando a gestire il servizio è l’ente locale. E poi, chi dovrebbe fare il censimento e la lotta ai prelievi abusivi di acqua, agli sprechi, eccetera, che riducono la risorsa facendone fluttuare i costi? Nessuno se ne preoccupa.

di Anna Pacilli
Fonte: http://www.carta.org



domenica 16 maggio 2010

Teleperformance cosa vuol dire fare figli ai tempi del call center



Ogni favola che si rispetti dovrebbe avere un lieto fine. A trentadue anni Ferdinando Sorrenti pensava di avere trovato il suo. Dopo un diploma e 13 anni di precariato alle Poste Italiane, a farlo sognare ad occhi aperti è stato il richiamo di un posto fisso. Un contratto part time a tempo indeterminato offerto, tre anni fa, da un call center di Taranto, Teleperformance. Erano bastate sei ore di lavoro al giorno, pagate 7,5 euro l’una, perché Ferdinando e sua moglie provassero a scrivere la loro trama: un matrimonio e una bambina, Beatrice.

Ferdinando, a dire il vero, non è stato il solo a credere al lieto fine. I circa duemila impiegati della società, una volta ottenuto un contratto stabile, hanno immaginato una vita diversa. In 385, ad esempio, hanno deciso di avere figli. Trecento sono già nati, 85 lo faranno presto. Gli altri, più banalmente, hanno allargato i propri orizzonti. Mutui, auto, mobili, vacanze, magari una laurea. Ma la vita non è una fiaba. Non al sud, non a Taranto, tanto meno se lavori in un call center italiano. L’incantesimo si è rotto il primo aprile scorso. Quando Teleperformance ha aperto lo stato di crisi chiedendo 674 licenziamenti. Colpa di una circolare del dicembre 2008 a firma Maurizio Sacconi che ha riportato il settore agli albori, alla giungla, dove il più forte mangia sempre il più debole. E il più debole di solito è il lavoratore. E dove, naturalmente, non c’è spazio per i sogni.

Taranto è un posto duro. Quando arrivi ti accoglie l’Ilva e i suoi interminabili cancelli. Acciaio e fatica. Qui Teleperformance sbarca nel 2005. La città viene preferita a Catanzaro, poco collegata. La scelta di un centro del Sud, comunque, permette alla multinazionale francese, presente in 50 paesi, di usufruire di incentivi. «Uno, generale, legato al rilancio di zone sottoutilizzate», sostiene la Cgil locale, «è contenuto nella Finanziaria: 10mila euro a dipendente». L’altro glielo offre nel 2007 la regione Puglia: 6,8 milioni come supporto a 936 assunzioni.

Appena messo l’annuncio di assunzione, in poche ore nella sede di via del Tratturello Tarantino arrivano 800 curricula. Michela Miceli è una delle prime ad essere assunta nel giugno del 2005. «Mi ricordo anche la matricola: 0048». A 33 anni, una separazione alle spalle, l’arrivo del call center «è stata l’unica boccata d’ossigeno in una città difficile». A Taranto e provincia c’è fame di lavoro. Su 500mila abitanti i disoccupati sono circa 60-70mila. Ma forse più. Gli uffici del centro per l’impiego provinciali non conoscono neanche la cifra esatta. Quelli che bussano alla porta di Teleperformance sono quasi tutti diplomati e una larga fetta, circa il 30%, laureati. Moltissime donne, poi. Oltre il 70% delle assunzioni. Il call center, con i suoi duemila dipendenti, diviene ben presto la seconda industria per numero di occupati. Solo l’Ilva sfama più gente. «Per la prima volta - spiega Rocco Sorallo - ci è stata data la possibilità di fare qualcosa della propria vita». Come un figlio, ad esempio, a 36 anni. «Gabriele è nato una settimana dopo la regolarizzazione».

Il posto «fisso» arriva per tutti dopo l’11 aprile 2007. Dopo, cioè, che azienda e sindacati firmano un accordo che recepisce la circolare 17 del 2006, voluta dall’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, con la quale si impone la stabilizzazione dei precari «in bound» dei call center. Sono i lavoratori che rispondono alle chiamate. Nell’intesa si va oltre. Teleperformance stabilizza anche chi lavora «out bound», cioè i dipendenti che fanno campagne informative, che chiamano i potenziali clienti. «Per noi - ci dice Cosimo Caforio, 49 anni, sposato con due figli e 18 anni di lavoro da contabile alle spalle - è stata una conquista». Durata poco, però. «L’azienda - racconta Andrea Lumino della Slc Cgil di Taranto - inizia subito ad accusare un calo di commesse». Secondo Teleperformance l’accordo fa aumentare i costi di lavoro del 30%.

Questo perché pochi altri gruppi in Italia seguono l’esempio francese. Nel settore si viaggia sempre con contratti a progetto da 2,5 euro l’ora. Nonostante una seconda circolare Damiano, dell’aprile del 2008, l’orologio torna indietro. Sacconi, nel dicembre dello stesso anno, cancella la precedente normativa. Niente stabilizzazioni. Di più. La circolare consente alle aziende di tornare alla logica dei massimi ribassi per ottenere appalti. Vince, cioè, chi propone un prezzo più basso. E come si fa? Sottopagando i lavoratori, cancellando tutele e diritti. In questo mercato - dove si arriva anche a sospendere un’asta, quella di Poste Italiane, per eccesso di ribasso - Teleperformace annuncia lo stato di crisi.

Per molti lavoratori il lieto fine si dissolve nel giro di un giorno di aprile. Valeria Leopardi, a 33 anni ha acceso un mutuo da 130mila euro, Maria De Giorgio, a 47 anni, ha due figli e un marito precario da mantenere, Simona Tempesta, 37 anni e una laurea, una bambina da sfamare, Deborah Matarrelli, 35 anni, un’auto da pagare, Domenico Perelli, 31 anni, una laurea da conseguire, Tatiana Sisto, 23 anni, una vita da immaginare. Tutti, comunque, ripongono i sogni nel cassetto. La rabbia è talmente alta che al primo sciopero convocato dai sindacati, il 30 aprile scorso, partecipa il 98% dei lavoratori. Imbufaliti non solo per la mobilità, che sarà discussa a breve davanti al ministero del Lavoro, ma anche perché Teleperformance continua a lavorare: con una società satellite, la Ob.Tel. Che però offre contratti a progetto da due euro l’ora. Come nel resto della provincia. Dove l’attività di call center, come spiega Amedeo Pesce segretario generale della Slc-Cgil della città, «si svolge nei garage e nei sottoscala». A Taranto, al sud, nei call center non esistono le favole. E tanto meno il lieto fine.

15 maggio 2010

di Roberto Rossi

Fonte: http://www.unita.it


sabato 1 maggio 2010

Una volta tanto si distingue la destra dalla sinistra



Un emendamento presentato dall’ex ministro Damiano ha generato un fatto nuovo e chiarificatore nel dibattito in corso circa l’ammissibilità dell’arbitrato nelle controversie di lavoro che, come si sa, rappresenta il punto più delicato del cosiddetto collegato lavoro che ha meritato le censure del capo dello Stato e il conseguente rinvio alle camere. Il problema, si ricorda, è questo: secondo il testo del collegato lavoro sarebbe possibile già nella lettera di assunzione inserire una clausola per la quale il lavoratore si obbliga a non portare davanti al giudice, ma davanti ad un collegio arbitrale, le controversie che dovessero insorgere in futuro con il datore di lavoro, con la possibilità ulteriore che il collegio arbitrale decida non in base al diritto, ma in base all’equità e dunque anche derogando a norme di tutela del lavoro che dovrebbero, invece, essere inderogabili.
L’unica ridicola garanzia della effettiva volontà del lavoratore di assumere una simile decisione suicida era, secondo il testo originale del collegato, che la clausola compromissoria sarebbe dovuta passare da una commissione di certificazione la quale avrebbe dovuto accertarsi della reale volontà del lavoratore. Il capo dello Stato stesso ha notato che al momento dell’assunzione il lavoratore è debolissimo, nel senso che pur di reperire un’occupazione firmerebbe qualsiasi cosa e dichiarerebbe sicuramente di essere ben contento di privarsi della possibilità di ricorso al giudice ordinario e della garanzia delle norme inderogabili.
Si è osservato ironicamente che anche quando si monacavano a forza le figlie delle famiglie patrizie il vescovo chiedeva sempre se erano contente di prendere i voti e la risposta era invariabilmente positiva.
Dopo l’importante intervento del capo dello Stato si è cercato da parte della maggioranza e dei sindacati “collaborativi” di apprestare un qualche rimedio che consisterebbe nella previsione che la clausola compromissoria potrebbe essere stipulata non al momento dell’assunzione, ma solo una volta superato il periodo di prova o, se il periodo di prova non è previsto, dopo 30 giorni dall’inizio del rapporto di lavoro. E’ chiaro che si tratta di un rimedio che non rimedia nulla, sia perché una buona metà dei lavoratori italiani non gode dell’articolo 18 e dunque anche una volta trascorso il periodo di prova la situazione di sudditanza psicologica verso il datore di lavoro rimane per loro invariata, sia perché anche per gli altri, è davvero incredibile che non appena superato il periodo di prova il lavoratore cominci a opporre al datore di lavoro un rifiuto in relazione, ad eventualità solo future, perché ciò significherebbe sicuramente “compromettere” il clima senza un interesse concreto.
L’emendamento proposto dall’ex ministro Damiano tocca invece il cuore del problema e lo risolve perché afferma che la commissione deve appurare la volontà del lavoratore di andare o no dall’arbitro invece che dal giudice, solo dopo che la controversia è effettivamente insorta. Il che dal punto di vista tecnico significa che non si deve più parlare di clausola compromissoria bensì di compromesso, ossia di accordo per affidare la decisione all’arbitro, raggiunto dalle parti volta per volta, ma dopo e non prima che la controversia sia nata. Il che ovviamente garantisce piena libertà della scelta. E’ curioso che un certo numero di giuristi e avvocati del lavoro, infinitamente minore però di quello che ha recentemente sottoscritto un appello per una coerente traduzione in norma dei rilievi del capo dello Stato, abbia cercato di appoggiare il testo del collegato lavoro insufficientemente corretto dal governo nel modo che si è detto.
Gli stessi dichiarano di credere che l’arbitrato possa rappresentare un adeguato strumento aggiuntivo per la giustizia del lavoro, ma ciò non sarà mai vero finché non vi sarà una reale libertà del lavoratore. Cosa possibile solo se all’arbitrato si arriva dopo che è sorta la lite come previsto dall’emendamento Damiano, oppure con una clausola compromissoria unilaterale, che cioè consenta al solo contraente debole, ossia il lavoratore, di scegliere comunque, all’occorrenza, se andare dall’arbitro o dal giudice, così come suggerito dall’appello sottoscritto da centinaia di giuristi. Si tratta ora di riprendere il discorso davvero e di approfondirlo non solo sul punto dell’arbitrato che è comunque essenziale, ma anche sul precariato (articolo 32 del collegato) e sulle cosiddette clausole generali (articolo 30) temi non meno importati e gravi.
Bisogna sottolineare che una volta tanto sul tema del lavoro, si comincia a distinguere la destra dalla sinistra.

di Piergiovanni Alleva
Fonte: http://www.liberazione.it


sabato 17 aprile 2010

Comunicato Segreteria Territoriale Slc Cgil (16.04.2010)



La scelta di aderire alla CGIL nasce dai valori e dai principi fondanti della nostra organizzazione sindacale:

democrazia solidarietà diritto al lavoro alla salute alla tutela

La CGIL difende spesso da sola i diritti e la dignità dei lavoratori e da sola spesso si trova nelle battaglia a difesa di questi:

Da sola si è schierata contro la riforma del modello contrattuale (siglata da CISL e UIL) che di fatto vede l’indebolimento del CCNL con l’inserimento del principio di deroga alla normativa contrattuale e i famosi enti bilaterali che declinano il ruolo del sindacato a mero ente di servizi indebolendone il compito rivendicativo

La CGIL si sta schierando contro il DDl Lavoro che aggira l’art.18 per dire No alla controriforma del diritto e del processo del lavoro” – Con una mobilitazione nazionale il 26 aprile-
La sola CGIL è a fianco di quei lavoratori che per difendere il loro posto di lavoro sono costretti a barricarsi nelle aziende e a salire sui tetti.

Da sola la SLC-CGIL sta facendo una battaglia per l’inserimento delle CLAUSOLE SOCIALI nel CCNL (e da sola si è battuta per questo nel recente rinnovo contrattuale) che imporrebbe ai committenti la responsabilità dei lavoratori in caso di cambio di commessa

La SLC-CGIL ha intrapreso una campagna CONTRO le DELOCALIZZAZIONI (spostamento delle attività in paesi in cui il costo del lavoro è più vantaggioso Tunisia Romania etc) il nuovo spettro del nostro settore e non solo.

La sola SLC-CGIL ha avviato decine di vertenze CONTRO GLI APPALTI ILLECITI E LA INTERPOSIZIONE DI MANODOPERA muovendosi tra le spire di una legislazione carente e che non tutela i lavoratori ma troppo spesso le aziende (Sogei Acea Poste).

La sola SLC-CGIL in Almaviva C. ha combattuto per ottenere il pagamento totale dei rol nel rispetto del CCNL.

La sola SLC-CGIL in Almaviva C ha rilanciato la vertenza per le 6 ore avviando in questi giorni una raccolta firme da consegnare all’azienda.

Molte altre (troppe aggiungiamo) sono le vertenze che la CGIL segue da sola anche oggi che si sta svolgendo il XVI° Congresso

Per noi la tutela dei lavoratori la difesa dei diritti e’ fare politica per noi questa è l’ideologia da perseguire


Roma 16 aprile 2010
Segreteria Territoriale Slc-Cgil



mercoledì 31 marzo 2010

giovedì 25 marzo 2010

Rai per una notte

Rai per una notte

Dati ufficiali dell'evento streaming più grande della storia di questo paese cui il nostro blog ha avuto il piacere di dare il suo piccolo contributo:
  • Hits sul sito, dal momento della pubblicazione a oggi: 20 Milioni, picco di 2.573 Hits/secondo

  • Contemporaneità massime stream Live: 114.162,

  • Hits Totali stream live: 1.9 Milioni,

  • Visitatori Unici: 395.460

  • Picco Visitatori Unici: 123.539

lunedì 22 marzo 2010

25 marzo: Rai per una notte





Cari amici,
grazie alla vostra straordinaria partecipazione stiamo raggiungendo l’obiettivo di 50.000 sottoscrizioni. Ma il tempo è sempre meno e abbiamo bisogno di un ultimo sforzo da parte vostra, dato che siamo ancora a

-15.000
Michele Santoro





25 marzo: Rai per una notte



giovedì 4 marzo 2010





12.3.2010: Sciopero generale della Cgil



12 MARZO 2010

SCIOPERO GENERALE DELLA CGIL


LAVORO FISCO CITTADINANZA

CAMBIARE SI PUO’


Il Governo nega la crisi e promette che nessuno “verrà lasciato indietro”. Intanto cresce la disoccupazione, si licenziano i precari, si moltiplicano le vertenze sull'occupazione, aumentano gli appalti al massimo ribasso e le risposte continuano a non essere date.

La prima richiesta della CGIL al Governo, a Confindustria e a tutte le imprese è fermare i licenziamenti.

E' necessario affrontare le vertenze, impedire la chiusura delle aziende, definire strumenti di politica industriale, avviare subito un piano per la ricerca e un piano per il Mezzogiorno. Una risposta immediata della CGIL è una prima restituzione di 500 euro per il 2010 di quanto già lavoratori e pensionati hanno pagato in più.

E' necessario ridurre le tasse per lavoratori e pensionati, attraverso la lotta all'evasione e all'elusione fiscale, la tassazione come in Europa delle rendite finanziare, dei grandi patrimoni e delle stock option, attraverso l'abbassamento della prima aliquota al 20%.

E' necessario costruire un futuro per il Paese attraverso politiche di accoglienza e lotta alle nuove schiavitù.

PER QUESTE RAGIONI LE LAVORATRICI E LAVORATORI DELLE AZIENDE TLC ED I CALL CENTER SCIOPERERANNO PER 8 ORE.

Per un futuro migliore e più giusto, contro le delocalizzioni, contro la precarietà, per introdurre clausole sociali generalizzate, per un rilancio industriale del settore.


domenica 28 febbraio 2010

"Giudizio universale”....Call center, addio Italia

L’altra faccia delle vicende Eutelia e Phonemedia: le grandi aziende chiudono in Italia e aprono all'estero. Così, nonostante la crisi, i gestori di telecomunicazioni aumentano i fatturati. Per dipendenti e utenti, però, nessun guadagno

Chiamano dall'altra parte dell'Adriatico per proporre in un italiano stentato tariffe telefoniche agevolate. Si presentano come Antonio o Giovanni, ma in realtà bastano poche frasi per comprendere che quel ritornello lo hanno imparato a pappagallo e che sulla loro carta di identità alla voce “nato a” figurano piccoli e grandi cittadine di paesi come l'Albania e la Romania, dove il costo del lavoro è pari circa ad un quarto di quello italiano. Nelle aziende telefonano in orario di ufficio, nelle abitazioni ad ora di pranzo o di cena. Si qualificano come operatori delle grandi compagnie nazionali, ma la cornetta la alzano da Tirana, Bucarest o Tunisi.

È in questi mercati del lavoro low cost, infatti, che grandi gestori delle telecomunicazioni stanno progressivamente sbarcando, con una sempre meno silenziosa politica di esternalizzazioni e delocalizzazioni. In pratica, buona parte delle attività che fino all'altro ieri erano svolte nei call center nostrani (contratti commerciali, pratiche amministrative, mero telemarketing) vengono affidate ad imprese di outsourcing italiane e poi, tramite subappalto delle stesse, verso aziende già operanti in Romania, Albania, Tunisia, Turchia, persino Sud America.

Il processo è iniziato da mesi in modo sotterraneo, con un capillare battage di annunci di lavoro pubblicati dalle aziende sui quotidiani dei paesi cosiddetti emergenti. Mentre in Italia vive in sordina, con le compagnie telefoniche che tacciono, e solo i sindacati e le associazioni dei consumatori – tempestate dalle segnalazioni di molti cittadini infastiditi dall'invadenza di questo meticcio telemarketing – impegnati a contrastarlo.

Lo scandalo delle “scatole vuote” rimbalzato sulle cronache con le cessioni dei call center di Eutelia ed Agile, insomma, è solo la punta dell'iceberg. La reazione a catena che verrà scatenandosi nei prossimi mesi resta ancora sotto traccia come in una sorta di Giano bifronte: da una parte il progressivo svuotamento dei call center italiani con migliaia di posti di lavoro a rischio, dall'altra il continuo avvio di nuove postazioni nelle aree dell'Europa orientale, africane o sudamericane dove nascono, seppur prive di tutte le minime tutele sindacali, nuove opportunità di lavoro per centinaia e centinaia di giovani.

A formare le nuove leve con missioni in loco, indovinate un po', gli italiani altamente specializzati che paradossalmente rischiano di perdere il posto. A dispetto delle norme (la delibera 79/2009) appena stilate dall'Agcom, l'autorità garante per la comunicazione, che imporrebbero alle imprese delle telecomunicazioni maggiore trasparenza nella gestione e nello sviluppo delle licenze, e più attenzione nella qualità dei servizi erogati ai consumatori, la deregulation è ormai sfrenata.

Per questo motivo la Slc-Cgil e la Federconsumatori, sguinzagliando i propri delegati nelle diverse compagnie telefoniche e incontrando i “formatori” che le società mandano nei nuovi mercati, hanno dato vita ad un vero e proprio lavoro investigativo da cui emerge che il settore sta vivendo di fatto su una bomba ad orologeria la cui miccia è data dalla corsa all'abbattimento dei costi. Se Federconsumatori è allarmata soprattutto per la perdita di qualità dei servizi e per la violazione della privacy degli utenti, la Cgil ha davanti a sé lo spettro di quella che rischia di diventare una nuova ondata di licenziamenti. Per questo motivo ha avviato una campagna nazionale, che però non trova molta eco sulla stampa, con cui chiede la moratoria di tutte le delocalizzazioni del settore, in particolare delle attività di customer care e di back office.

Il segretario nazionale Slc-Cgil, Alessandro Genovesi, parla di 4mila posti a rischio in Italia e, anche se le loro strategie di mercato sulla carta non hanno nulla di illegale, mette sul banco degli imputati per comportamenti poco trasparenti le grandi compagnie telefoniche nazionali: da Telecom a Vodafone, passando per Wind, H3G, Fastweb, Bt Italia e Sky che, tramite esternalizzate come Comdata, Almaviva Teleperformance o E-care (che a loro volta si affidano a piccole società all'estero), creano una rete di matrioske in cui è difficile distinguere responsabilità e catena di comando. Le motivazioni? “Aumentare gli attuali profitti a vantaggio degli azionisti, come risposta ad un calo dei guadagni”. Con un piccolo grande nonsense: il settore continua, nonostante la crisi che tenta di cavalcare, a generare profitti e liquidità (+1% di fatturato nel 2009).

A chi vive questi nuovi operatori dall'accento straniero come inopportuni molestatori, sciacalli della privacy e “ladri” di numeri di telefono non liberamente concessi, ci sentiamo di dare dunque un consiglio: munitevi di dizionario. E cercate alle voci “dumping”, “outsourcing” e “delocalizzazione”. I termini sono da globalizzazione cattiva (proprio come il colesterolo), ma dietro pulsano vite reali: dipendenti italiani che nella migliore delle ipotesi verranno ceduti a società esterne e, nella peggiore, prima sfiniti con contratti di solidarietà, cassa integrazione e mobilità incentivata, poi licenziati per essere rimpiazzati da nuovi “schiavi” del profitto dotati di microfono e cuffiette ed educati prima alla gentilezza e poi all'insistenza per un minimo premio di produzione.
Per dirla con Rita Battaglia, vice presidente di Federconsumatori, “una nuova guerra fra poveri è scoppiata”. Però, è l’amara profezia, non ci saranno vincitori, ma solo perdenti.

Articolo tratto da http://www.giudiziouniversale.it
Titolo originale: Call center, paradisi telefonici
di Alessandra Testa
Fonte: http://www.rassegna.it


mercoledì 24 febbraio 2010

Phonemedia, sì al primo commissario; il tribunale dà ragione ai lavoratori


La protesta dei dipendenti Phonemedia Raf
Azienda commissariata, beni e liquidità congelati, l'amministratore escluso da qualsiasi attività di gestione. Il tribunale di Novara - presidente Quatraro, giudice delegato Filice - ha accolto le istanze dei lavoratori di Phonemedia e a 48 ore dall'udienza sull'istanza di insolvenza ha emesso un verdetto che dà qualche speranza ai settemila dipendenti dell'ex colosso dei call center passato nelle mani del gruppo Omega.

Il tribunale ha disposto il commissariamento della società Raf - ramo di Phonemedia da cui dipendono direttamente i contact center di Novara, Trino Vercellese, Gaglianico (Biella) e Monza - , il sequestro dell'azienda con il congelamento di tutti i crediti e le disponibilità liquide e il blocco di ogni attività societaria. I giudici novaresi hanno quindi nominato un custode-amministratore giudiziario al quale sono affidati tutti i poteri, ordinari e straordinari, per la gestione e l'esercizio dell'impresa, a partire dall'attivazione urgente delle pratiche per ottenere la cassa integrazione straordinaria per i dipendenti di Raf spa. Al contempo, i giudici hanno decretato la sospensione dell'amministratore Claudio Marcello Massa da ogni attività inerente la società, dedicando molto spazio alle esigenze cautelari che hanno portato all'immediata estromissione degli amministratori dalla gestione dell'azienda.

"La sentenza non fa che confermare la giustezza dell'impostazione nazionale della vertenza - commenta in una nota la segreteria nazionale della Slc-Cgil - rendendo, finalmente, giustizia ai lavoratori della RAF e, presto a quelli, di tutto il gruppo Phonemedia. Con questa sentenza si è definitivamente dimostrata l'inaffidabilità della proprietà palesando, se ancora ce ne fosse bisogno, la strumentalità delle azioni effettuate sino ad oggi dal gruppo Omega comprese le raffazzonate e tardive richieste di apertura di ammortizzatori sociali e la strumentale dichiarata volontà di predisporre un concordato".

La Cgil-Slc confida che nel fatto che la sentenza di Novara venga presto seguita da provvedimenti identici nei confronti delle altre controllate Phonemedia-Omega per le quali sono state presentate identiche istanze di commissariamento. A doversi pronunciare sono infatti ancora i tribunali di Pistoia e Vibo Valentia. Nel primo caso, Omega sta trattando una cessione del call center Answers con la formula dell'affitto di ramo d'azienda alla Call & call. Nel secondo caso, il verdetto del tribunale di Vibo deciderà sulla Multi media planet, controllata Phonemedia-Omega che gestisce i call center di Bitritto (Bari) e Trapani. Tutte le istanze di insolvenza sono state presentate perché l'azienda non ha più pagato gli stipendi dal mese di settembre.

A Catanzaro, la sentenza novarese è stata "festeggiata" da un centinaio di lavoratori del call center Multivoice a un incontro con il sindaco Rosario Olivo, il quale ha espresso soddisfazione e assicurato il sostegno del Comune anche nel prosieguo della vertenza.

di SALVATORE MANNIRONI
Fonte: http://www.repubblica.it


martedì 23 febbraio 2010

Comunicato Segreteria nazionale Slc Cgil (23.02.2010)

CALL CENTER: AVVIATO TAVOLO DI SETTORE.
PER SLC-CGIL SERVONO FATTI CONCRETI IN TEMPI BREVI

Venerdì 19 febbraio si è svolto il primo incontro del tavolo nazionale sui call center presso il Ministero dello sviluppo Economico. Al tavolo, richiesto espressamente al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, On. Letta, dalle OO.SS durante l’ultimo incontro a Palazzo Chigi sulla crisi del gruppo Omega (vertenze Phonemedia\Agile), hanno partecipato le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL, i rappresentanti dei Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Assocontact, Confindustria e Regione Calabria.
Dopo il processo di stabilizzazione, con la conseguente normalizzazione delle condizioni di lavoro del settore, il mondo dei call center sta affrontando ora un processo di ristrutturazione molto profondo, in parte causato da crisi aziendali specifiche, in parte da debolezze strutturali intrinseche al settore.
Nell’illustrare il quadro della situazione le OO.SS. hanno posto l’attenzione su alcuni punti in particolare, sottolineando, in particolare come SLC-CGIL, l’importanza che il tavolo produca risultati in tempi brevi e possa essere un utile accompagnamento a risolvere casi aperti come quelli di Omnia, Phonemedia (pur nel rispetto del tavolo specifico presso la Presidenza del Consiglio), Ratio Consulta, ecc.
Per quanto riguarda la tenuta complessiva del settore, l’auspicio delle OO.SS è che il tavolo congiunto possa verificare le disponibilità delle Istituzioni ad interventi che possano ridare strumenti di supporto alle imprese del settore. Strumenti che potranno essere di natura fiscale o sotto forma di incentivi. In particolare come SLC-CGIL abbiamo chiesto ai rappresentanti ministeriali di verificare l’opportunità di dedicare parte dei fondi destinati al rilancio dell’economia a quelle aziende che, nel rilevare commesse da imprese in crisi, si facciano carico dell’occupazione dei lavoratori (di fatto un’agevolazione all’applicazione di clausole sociali).
Un altro elemento di forte preoccupazione espresso dal sindacato riguarda l’assenza di forme strutturate di ammortizzazione sociale per il settore. In particolare si è posto l’accento su un elemento nuovo, emerso proprio durante la gestione della crisi dei call center del gruppo Phonemedia: l’inefficacia della legislazione in materia di ammortizzatori nel caso di “scomparsa” della proprietà. La drammatica condizione delle migliaia di lavoratori Phonemedia ha evidenziato il rischio che si possano venire a creare situazioni di stallo legislativo nel quale, in assenza di una azienda che attivi la richiesta di ammortizzatori, diventa molto complicato portare concreti sostegni al reddito ai lavoratori. Auspicio del Sindacato è che il tavolo ministeriale possa affrontare il tema degli ammortizzatori provando a superare l’attuale contraddizione per la quale, oggi, alcuni call center possono accedere alla Cassa Integrazione perché iscritti all’INPS sotto la categoria “industria”, mentre la stragrande maggioranza, essendo iscritta come “servizi”, può contare solo sugli strumenti in deroga (con le difficoltà e le lungaggini dell’erogazione della CIG che lo strumento della deroga comporta).
Sempre riguardo la tenuta del settore, si è posta l’attenzione sull’urgenza di far ripartire l’attività ispettiva, anche in relazione all’annunciato rilancio degli “indici di congruità”. A riguardo è stato richiesto ed ottenuto che, nel prosieguo dei lavori, partecipino anche i responsabili dei servizi ispettivi del Ministero del Lavoro.
Altro punto sul quale il tavolo dovrà provare a rimettere in moto un percorso di confronto è quello fra la domanda e l’offerta, ovvero fra gli outsourcer e i committenti (compresi quelli pubblici e partecipati dal Ministero delle Finanze). E’ interesse di tutti i soggetti interessati che la competizione avvenga sempre più sulla qualità e sempre meno su politiche ribassiste. Perché ciò avvenga è indispensabile il coinvolgimento dei committenti, a cominciare da quelli pubblici o a partecipazione pubblica.
L’incontro è terminato con la determinazione, da parte di tutti i partecipanti, a dare un ritmo serrato ai lavori del tavolo, dividendo i prossimi incontri sulle seguenti tematiche:
1) Orientamento della domanda (committenti)
2) Qualificazione dell’offerta (rapporto tecnologia\lavoro, qualità)
3) Fiscalità
4) Quadro legislativo (ammortizzatori sociali, politiche ispettive).

Come SLC-CGIL abbiamo chiesto che gli incontri siano fissati rapidamente per produrre orientamenti – ci auguriamo condivisi – da tradurre in interventi rapidi. Sarà nostra cura tenere le lavoratrici ed i lavoratori informati su tutte le evoluzioni del confronto.

Roma 23 Febbraio 2010
La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL


martedì 16 febbraio 2010

Fisco: CGIL, al via mobilitazione 'Per un fisco giusto' fino a sciopero 12 marzo



CGIL, in Italia si paga una tassa in più: quella sull'evasione. Sono circa 3mila euro l'anno che ogni contribuente onesto paga in più del dovuto
È partita oggi dalle Marche l’iniziativa della CGIL ‘Per un fisco giusto’. Da oggi e per le prossime settimane, fino allo sciopero generale del 12 marzo, l’organizzazione sindacale porterà in giro per l’Italia le sue proposte di riforma fiscale e sulle quali il sindacato ha aperto una vertenza con il governo per realizzare un sistema all’insegna di un fisco più giusto.

In sintesi, la confederazione di Corso d’Italia propone la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, con un bonus di circa 500 euro da erogare entro la primavera e poi strutturalmente con 100 euro medi mensili di riduzione del prelievo fiscale per i prossimi 3 anni, insieme alla riduzione della prima aliquota Irpef dal 23% al 20%. “Senza squilibrare i conti pubblici - ha affermato il segretario confederale della CGIL, Agostino Megale, nel presentare la campagna - si può istituire un sistema fiscale che rilanci progressività ed equità come fattori di coesione sociale, di crescita e di sviluppo economico, attraverso una maggiore tassazione delle rendite, delle transazioni finanziarie internazionali e delle ‘grandi ricchezze’”.

Il dirigente sindacale ha, inoltre, messo in rilievo come sia “ormai passato oltre un mese da quando è stata inviata formalmente al governo la richiesta di aprire un tavolo ma non ci è ancora giunta alcuna risposta”. Per questo, osserva il dirigente sindacale, “si rafforzano ulteriormente le ragioni del nostro sciopero generale, in programma il prossimo 12 marzo, affinché il governo si renda conto che la ragione principale della bassa crescita della nostra economia risieda nella totale assenza di qualsiasi progetto di politica industriale, di sostegno all’occupazione e di riforma fiscale”. Su quest’ultimo punto la CGIL ha anche avviato una campagna di comunicazione ‘Più evadono, più paghi’ all'insegna di un fisco giusto con un messaggio chiaro: “In Italia - ha concluso Megale - si paga una tassa in più: quella sull'evasione. Sono circa 3mila euro l'anno che ogni contribuente onesto paga in più del dovuto”.




lunedì 8 febbraio 2010

Così i call center rischiano il crac

Incentivi in scadenza, migliaia di posti in bilico. La Cgil: «E' una bomba che sta per scoppiare».
Phonemedia, Omnia Network. Sono i campi di battaglia, le trincee che si sgretolano di un modello di lavoro, quello dei call center, che da simbolo dell’esasperazione dello sfruttamento, unico sbocco per disoccupati e «bamboccioni» in fuga forzata dalla famiglia, aveva anche saputo alzare la testa e cercare di diventare «lavoro vero». Sotto i colpi della crisi, dei cambi di proprietà, degli appalti al ribasso spinto, ora queste due aziende si sono dissolte, lasciando a terra oltre 10 mila persone. A Trino Vercellese, Novara, Ivrea. A Palermo, Catanzaro, Bari, Napoli, Milano, Cagliari. Stipendi non pagati da mesi, sedi chiuse per sfratto, dipendenti nell’assurda situazione di non potersi nemmeno licenziare, perché la mancata retribuzione non è ritenuta dall’impresa ipotesi di «giusta causa». Oppure, perché non possono mostrare a un giudice il cedolino dello stipendio.

Sono in atto vertenze in tutt’Italia. Proteste, occupazioni, manifestazioni. Per Phonemedia i sindacati hanno presentato istanza d’insolvenza al tribunale di Novara, e richiesta di commissariamento. Per Omnia Network, a Milano, c’è un’istanza di fallimento avanzata da alcuni creditori. Le due aziende hanno richiesto, nelle ultime ore, la cassa integrazione. In deroga, a rotazione. Ma i sindacati non ci stanno. «Siamo arrivati a un punto di non ritorno per i call center», dice Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil. «O si punta a trasformarlo davvero in un’industria, oppure si precipita nell’abisso». Perché Phonemedia e Omnia Network sono soltanto i casi più macroscopici. Nell’ombra, navigano gli altri. «Cooperative non riconosciute, sottoscala dove si continua a sottopagare gli operatori, se va bene con contratti a progetto. Ma in alcuni casi non li pagano proprio. Anzi, addirittura li derubano: non versano i contributi all’Inps, non effettuano i versamenti per l’assistenza sanitaria, s’impossessano del quinto dello stipendio» dice Renato Rabellino, segretario di Slc-Cgil Piemonte.

Una giungla. Che travolge tutto e tutti, anche quelle aziende - perché ci sono anche queste - virtuose. Che assumono con contratti regolari, che offrono servizi di alto livello. Che hanno per committenti multinazionali, grandi aziende, banche. Su cinquanta-sessanta marchi presenti sul mercato italiano, per un totale di almeno 50 mila addetti calcolano i sindacati, quelli virtuosi sono una quindicina. Tra questi, un leader da 180 milioni di fatturato, due o tre gruppi da 50 milioni, altrettanti sui 30 milioni, poi i più piccoli, destinati a uscire da un mercato sempre più difficile. «Abbiamo tre ordini di problemi da risolvere» dice ancora Miceli. «C’è quello dei riders, gli imprenditori che si sono gettati nel business in tempi più floridi, mettendo su call center per guadagnare in tempi brevi e a scopi speculativi. Non hanno puntato sulla qualità, e al momento della contrazione del mercato sono saltati. Non prima di aver rastrellato tutto il denaro possibile ed essersi lasciati dietro le spalle migliaia di posti di lavoro in dissoluzione».

Poi, c’è la crisi del settore. «Cala la domanda, calano gli ordini, cala il valore delle commesse». Gli appalti sono tirati al ribasso, le grandi concessionarie spingono i fornitori a puntare sull’estero, a delocalizzare per abbassare i costi. «Su questo fronte è meno peggio che in altri comparti, perché l’italiano non è parlato ovunque, ed è ancora un valore aggiunto» spiega Miceli. «Sì, però anche i gruppi italiani, come ad esempio Telecom, dovrebbero rifiutarsi di veder finire i call center in Tunisia», denuncia Rabellino.

Infine, la questione della stabilizzazione dei posti di lavoro. Nel 2006 la «circolare Damiano» ha stabilito anche per le Tlc, anche per i call center (inbound), il divieto dei contratti a progetto. Lo Stato ha introdotto incentivi, sgravi contributivi per le aziende che trasformavano queste posizioni in contratti a tempo indeterminato. Sgravi pieni al Sud. Si spiega così perché sono sorti come funghi call center nel Mezzogiorno. «Abbiamo stabilizzato 25 mila posizioni», dice Miceli. Ma adesso la festa è finita. «Gli incentivi sono in scadenza». Che succederà, se non saranno prorogati, a Catanzaro, Bari, Cagliari, Palermo? «Ci sono città che sono bombe sociali pronte a scoppiare. E non solo nel Sud. A Ivrea, ad esempio, che rischia di diventare una Sheffield» avverte Miceli.

Ecco il punto di non ritorno. Il bivio. I sindacati hanno convinto il governo ad aprire un «tavolo dei call center». Il 12 febbraio, la prima riunione presso il ministero dello Sviluppo economico. Il 22 la seconda. «Chiediamo una proroga degli sgravi contribuitivi», dice Miceli. I riders finirebbero espulsi dal mercato, le aziende virtuose avrebbero interesse a farsi carico dei «cocci» lasciati da questi ultimi, altri lavoratori senza futuro potrebbero, per la prima volta, ambire ad un contratto serio. A un lavoro vero.

di Fabio Pozzo
Fonte: http://www.lastampa.it

sabato 6 febbraio 2010

XVI Congresso Slc Cgil: Assemblea congressuale

ASSEMBLEA SLC-CGIL
IN OCCASIONE DEL XVI° CONGRESSO CGIL SI INDICONO LE ASSEMBLEE CONGRESSUALI CON ORDINE DEL GIORNO:

XVI° CONGRESSO CGIL
VOTAZIONE RISERVATA AGLI ISCRITTI DEI DOCUMENTI CONGRESSUALI - DEI DELEGATI AL CONGRESSO - DEL COMITATO DEGLI ISCRITTI

08 FEBBRAIO
10.00-11.30
12.00-13.30
16.00-17.30
17.30-19.00
SEDE VIA LAMARO

09 FEBBRAIO
11.00/12.30
15.30/17.00
SEDE CASAL BOCCONE

Sostengono la prima mozione "I diritti e il lavoro oltre la crisi":
Pompeo Scopino
Norma Coccia
Alessandro Spinedi
Furgiuele Gian Paolo
Agostini Emanuela
Agnese Topa
Pasquale Mazzitello
Valentina Tropeano
Bartolomeo Bull

Sostengono la seconda mozione: "La Cgil che vogliamo":
Cosimi Barbara
Montesi Massimiliano
Coco Piero
Moretti Ilaria
Iaccarino Stefania
Amodio Gaetano
Pani Marcello
Taddei Fabio
Marotta Giuseppe
Sbardella Barbara
Lo Russo Mariolina
Montalto Elisabetta


LA SEGRETERIA TERRITORIALE
SLC-CGIL ROMA SUD



venerdì 5 febbraio 2010

Gli "okkupati" di Phonemedia, da 130 giorni senza stipendio

La protesta degli operatori del colosso nel settore dei call center con l'incubo del fallimento. Coinvolti Sette mila lavoratori, da Catanzaro a Novara
MILANO - Sette mila lavoratori, da Catanzaro a Novara, senza stipendio da quattro mesi. Sono gli operatori di Phonemedia, azienda fondata nel 2002 da Fabrizio Cazzago e diventata nel giro di pochi anni un colosso nel settore dei call center, almeno così sembrava: clienti come Telecom, Enel, Vodafone, Avon, Seat ma anche Regioni, Asl e Comuni. Tutto pare andare per il meglio, tanto che l'azienda arriva ad aprire succursali fino in Argentina e in Albania; ma a fine 2008, complice la crisi economica, qualcosa cambia: gli stipendi iniziano a essere pagati in due tranche, Cazzago si sfila e a luglio 2009 cede Phonemedia nelle mani di Omega Spa, già nota per altre acquisizioni come quella di Agile, finita con un migliaio di licenziamenti.

LA PROTESTA - Non basta: i lavoratori denunciano ritardi nel pagamento dei contributi, il mancato versamento del Tfr e, da settembre 2009, cominciano a non ricevere più un euro. Il lavoro c'è, le commesse non mancano, eppure nessuno li paga e allora inizia la protesta: i dipendenti occupano con le brande le sedi di lavoro. A Novara l'occupazione dura ormai da più di due mesi. Per gli operatori niente mobilità e, finora, niente cassa integrazione nonostante - notizia delle ultime ore - Omega, dopo la richiesta di insolvenza avanzata dai sindacati, abbia dato la propria disponibilità a discutere la cig a livello regionale: un 'ipotesi che allarma ancora di più i lavoratori, perché avvicinerebbe una possibile istanza di fallimento.


G. Alari e G. Gaetano
Fonte: http://www.corriere.it


lunedì 11 gennaio 2010

Nei ghetti d'Italia questo non è un uomo. (Adriano Sofri)


Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d´asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d´amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L´Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l´elemosina di un´attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all´ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra - “A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.
Nei ghetti d'Italia questo non è un uomo.(Adriano Sofri)

lunedì 21 dicembre 2009

Mobilità sostenibile: Bologna batte tutti

La patria dei motori, l'Emilia Romagna, ha la città più "eco-mobile" d'Italia: Bologna, che aveva già vinto nel 2007, si aggiudica per la seconda volta il trofeo italiano della mobilità sostenibile scalzando Parma prima lo scorso anno.

Un primato importante, ottenuto grazie a un trasporto pubblico che funziona, a importanti innovazioni nella gestione della mobilità, a una quota significativa di auto a basso impatto ambientale, allo smog sotto controllo. Nella "top ten", che vede sul podio tutte città del centro-nord, tranne Bari al nono posto (ma era settima lo scorso anno), ci sono Firenze che guadagna il secondo posto, seguita da Parma, Trento e Milano, che guadagna ben nove posizioni rispetto al 2008. Seguono Venezia, Reggio Emilia, Padova, Bari e Modena. Fanalini di coda nella classifica della mobilità sostenibile, Taranto, Sassari e Catania.

La graduatoria delle città italiane alla ricerca della mobilità sostenibile è contenuta nel terzo rapporto "Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città", elaborato da Euromobility con il contributo di Assogasliquidi e Consorzio Ecogas e con il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Gli indicatori di cui si è tenuto conto per stilare la classifica sono stati in particolare le innovazioni introdotte per la gestione della mobilità (car sharing, bike sharing, piattaforme logistiche per le merci, mobility manager, ecc) e la loro efficacia; lo stato di salute delle città in relazione alla presenza di auto di nuova generazione o alimentate a combustibili alternativi (Gpl, metano); l'offerta di trasporto pubblico, le piste ciclabili, l'adozione di strumenti di gestione e di pianificazione del traffico. Le 50 città monitorate sono tutti i capoluoghi di Regione, i due capoluoghi delle Province autonome e le città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti.

"Questo terzo rapporto - ha detto Lorenzo Bertuccio direttore scientifico di Euromobility - ha registrato qualche passo in avanti sulla strada dell'eco mobilità. In un anno si è assistito infatti ad una grande diffusione del bike sharing e ad un boom delle auto a gas e metano. E' importante che si continui a spingere il pedale dell'innovazione per avviare una nuova cultura della mobilità che renda più vivibili le nostre città. Purtroppo la fotografia dell'Italia che emerge dal rapporto è quella di un Paese a due velocità: un centro nord che segue l'innovazione e un sud, tranne rare eccezioni, che arranca".

L'IMPORTANZA DELLA BICI
Il capoluogo lombardo è la città più attiva nell'adottare misure di mobilità alternativa come il bike sharing, il servizio comunale di bicicletta condivisa. In Italia sono 23 le città in cui è attivo il bike sharing elettronico (a tessera magnetica) o meccanico (a chiave codificata). Nelle 13 città che usano il sistema elettronico gli utenti sono aumentati del 206,5% con un vero e proprio boom a Milano con 12.346 utenti (quadruplicati rispetto all'anno precedente) e Roma con 8.700 utenti (anche qui quasi quadruplicati). Le new entry della bicicletta condivisa sono Bergamo, Genova, Udine, Terni e Siracusa. Il numero maggiore di biciclette a Milano (1.400), che distanzia nettamente Roma (150) e Siracusa (130), seconde e terze classificate. Fra chi ha scelto il sistema meccanico, in testa Modena con 272 bici. Secondo un'indagine commissionata da Euromobility, un italiano su 5 conosce questo servizio, mentre quasi un italiano su 4 utilizzerebbe le biciclette condivise se fossero disponibili nella propria città.

CAR SHARING E MOBILITY MANAGER
Anche il car-sharing, l'auto condivisa, trova sempre più fan con un aumento degli utenti del 15,14% rispetto all'anno precedente. Milano è in testa per numero di utenti (4.097, rispetto ai circa 2.800 dell'anno precedente), seguita da Venezia con 3.065. In controtendenza Rimini che ha sospeso il servizio.
Parallelamente cresce anche il numero delle auto disponibili: +12,9%. le città che possono contare sulla flotta maggiore di auto condivise sono Milano e Torino (133 e 119 auto rispettivamente). I mobility manager sono poi presenti in 41 città. Le città, tutte del centro-sud, in cui mancano sono Campobasso, Cagliari, Catanzaro, L'Aquila, Latina, Pescara, Livorno, Sassari e Taranto.

TRASPORTO PUBBLICO
La migliore offerta di trasporto pubblico locale (vetture per chilometre in proporzione agli abitanti) si registra a Milano, Venezia e Roma; la peggiore a Siracusa, Messina e Latina.

IL GAS
Boom delle auto a gas nelle 50 città, grazie anche agli incentivi. Le auto a Gpl sono aumentate, rispetto all'anno precedente, del 14,77% e quelle a metano del 29,29%. Le città che vanno a tutto gas sono Ravenna, Bologna e Ferrara con una media superiore al 12%. Fanalini di coda in questa classifica Trieste, Aosta e Udine che non raggiungono neanche il punto percentuale.

LATINA E ROMA LE PIU' TRAFFICATE
Il tasso di motorizzazione, un indicatore molto importante che misura la consistenza della flotta veicolare in rapporto alla popolazione residente, resta in Italia il più alto d'Europa (61,32 auto per 100 abitanti contro la media europea di 46) ed è anche in lieve aumento rispetto all'anno precedente (61,01) con il 20% delle città esaminate che lo hanno aumentato.

Eppure il traffico e l'uso privato dell'auto vengono percepiti dagli italiani come le cause principali dell'inquinamento ambientale. Le città con più auto sono Latina con circa 72 auto ogni 100 abitanti (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente), Roma con più di 70 auto per 100 abitanti e Potenza (70). Nella classifica delle città virtuose Venezia, naturalmente, oltre a Genova, Bolzano e Bologna. Napoli continua a svettare nella classifica negativa delle auto inquinanti (Euro 0) con più del 30% in circolazione, seguita da Catania, circa il 30%. E sono proprio le città del sud che presentano il maggior numero di immatricolazioni euro 0. Quanto allo standard emissivo Euro IV, le città di Aosta, Brescia e Roma mostrano le percentuali più alte (il dato di Aosta è però falsato perchè molte società di autonoleggio immatricolano qui le autovetture della propria flotta). Ma qualcosa sta cambiando nei comportamenti degli italiani: da un sondaggio commissionato da Euromobility emerge, infatti, che 9 italiani su 10 tengono conto dell'ambiente quando acquistano un nuovo veicolo.

ARIA BUONA A GENOVA
Il rapporto esamina anche la qualità dell'aria delle città italiane per quanto riguarda le pericolose polveri sottili, PM10. Nel 2008, complice la metereologia (è piovuto molto), si è assistito a un miglioramento generalizzato nei livelli di PM10 in tutte le città, tranne a Siracusa dove l'aria è addirittura peggiorata. La città siciliana ha registrato infatti una media annuale di PM10 di 85 microgrammi al metro cubo (poco più di 70 l'anno precedente) e per 321 giorni in un anno (282 giorni l'anno precedente) ha superato i limiti di 50 microgrammi al metro cubo previsti per questo inquinante (la legge prevede solo 35 superamenti). Le città migliori sono Campobasso e Reggio Calabria con solo 12 giorni di superamenti, mentre per quanto riguarda la media annuale di PM10, l'aria più buona tira a Genova con una media di 20 microgrammi di PM10 al metro cubo.

Fonte: http://www.repubblica.it

domenica 20 dicembre 2009

Comunicato Rsu Slc Cgil Almaviva C. (18.12.09)


Comunicato ROL


A dispetto di alcuni comunicati usciti in questi giorni sulla questione pagamento Rol IN CUI SI PARLAVA a sproposito DI SALDI O PERCENTUALI l’azienda ci ha comunicato che procederà al pagamento del totale delle richieste di monetizzazione Rol pervenute alla data del 15 Dicembre.

Tale risultato è stato possibile grazie alla costanza, alle numerose pressioni e alle varie iniziative per ultima la messa in mora, della SLC CGIL.
Ringraziamo tutti i lavoratori che in prima persona si sono esposti e hanno contribuito così ad un risultato collettivo.


Roma, 18 dicembre 2009
Rsu Slc Cgil Almaviva C.


martedì 15 dicembre 2009

Comunicato Segreteria Nazionale Slc Cgil sulle delocalizzazioni

Care/i compagne/i,
nei giorni scorsi la segreteria nazionale della Slc/cgil ha cercato di rendere evidente, attraverso una nota la situazione di mercato dei call center in outsourcing nel nostro paese, evidenziando anche il nuovo fenomeno delle delocalizzazioni.
Si tratta di una prima documentazione utile per completare una riflessione sul mondo dei call center e sui temi che stanno alla base dei segni preoccupanti di crisi ormai quotidiani.
Nei prossimi mesi si profila, proprio nel mondo dei call center, un quadro pesante che rischia di essere devastante, soprattutto nel Mezzogiorno, perché ormai si incrociano tre questioni importanti: il calo della domanda telefonica, la stretta sui costi e, nel corso del 2010, l’esaurimento degli incentivi sull’occupazione che graveranno per il 27% sul costo del lavoro nel mezzogiorno e per l’11% al Nord, solo in riferimento alle stabilizzazioni previste dalla“ circolare Damiano”. Com’è noto, nel Mezzogiorno, sono stati erogati bonus che hanno pesato per 7/8000 euro per chi era escluso dai benefici previsti dalla legge 407/90.
Il tutto accompagnato dal ritorno alle peggiori pratiche delle gare di appalto al massimo ribasso e dal comportamento irresponsabile dei grandi committenti, che sistematicamente rifiutano di affrontare il tema vero nel settore: l’inserimento di clausole sociali a livello di filiera.
L’incrocio e la contestualità di queste tre questioni, se non adeguatamente monitorate e governate, produrranno un cambiamento profondo ed un drastico taglio nel numero dei call center e dell’occupazione.
La tendenza dei grandi gruppi telefonici è quella, per fare fronte alla crisi, di
delocalizzare chiedendo agli outsourcer di produrre all’estero oppure di scaricare su società minori commesse e lavoratori da gestire al di fuori da regole e diritti acquisiti in questi anni.
In ogni caso la nostra preoccupazione è che il mondo dei call center possa rischiare un brutto passo all’indietro, alle condizioni precedenti alla circolare Damiano, che previde la stabilizzazione di 20000 lavoratori, aggravate, sul piano del modello, dalle delocalizzazioni ed al ricorso a vere e proprie ragnatele societarie tali da fare svolgere ai call center tradizionali la funzione di stazioni subappaltanti. Decine e decine di società a basso costo in grado di alimentare un secondo mercato del lavoro non garantito.

In questo senso ed in questa congiuntura sarebbe necessario un confronto con gli operatori telefonici in sede politica, che stiamo sollecitando, perché si possa mettere ordine attraverso un sistema di clausole sociali che impedisca il subappalto non autorizzato che ormai si sta imponendo “di fatto”.
Se non riusciremo a governare i processi di societarizzazione, infatti, rischiamo di assistere supinamente sia ai processi di delocalizzazione all’estero che al subappalto, nel mercato domestico, delle commesse.
Sarebbe il fallimento dell’idea che abbiamo perseguito in questi anni, di una
organizzazione su base sempre più solida del call center, in grado di offrire servizi sempre più sofisticati ed integrata con gli operatori di tlc, collocati lungo una scala di valore sempre più ampia.
In questi anni abbiamo favorito questa crescita combattendo il dumping e la concorrenza sleale, favorendo la crescita professionale di migliaia di lavoratrici e lavoratori, operando per favorire crescita e stabilità.
La crisi economica generale e la congiuntura di settore, dunque, rischiano di produrre disoccupazione di massa che nel mezzogiorno può trasformarsi in una vera e propria “bomba sociale” capace di mettere in ginocchio centri e città importanti, intere aree territoriali. Abbiamo denunciato più volte il rischio dello scoppio di una bolla territoriale pesante. Ma questo riguarda anche aree a forte intensità di presenza di call center in outsourcing nel resto del paese.
E’ necessario che il Governo Nazionale si occupi subito di questo tema e lo faccia inaugurando un confronto con imprese di call center, gruppi di tlc e sindacato poiché ormai si tratta di un tema di forte valenza politica. E’ ovvio che bisognerà trovare modi e forme perché il governo continui a sostenere la crescita di questo settore evitando di staccare la spina.
Chiediamo che possa avvenire al più presto e sosterremo con tutte le iniziative del caso la nostra richiesta di confronto per evitare che nei prossimi mesi succeda il peggio.

Roma, 15 dicembre 2009

Emilio Miceli Segretario Generale SLC/CGIL
Alessandro Genovesi Segretario responsabile Area TLC

lunedì 14 dicembre 2009

Comunicato Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL


COMUNICATO SINDACALE

Risultati votazione ipotesi di accordo per rinnovo CCNL

Al termine delle assemblee sui luoghi di lavoro e relative votazioni, i risultati a livello nazionale sono i seguenti:

Votanti: 23.897

Favorevoli: 20766 (86,9%)

Contrari 2748 (11,5%)

Astenuti/Nulle 383 (1,6%)

Pertanto l’ipotesi, come già preannunciato, si intende sciolta positivamente.

Ovviamente dovremmo lavorare per analizzare i diversi risultati e le legittime contrarietà di chi ha votato contro, così come dovremmo continuare a portare avanti le nostre battaglie su appalti, clausole sociali, ecc.

Infine una semplice constatazione rispetto a chi (UGL) – non avendo fatto neanche un’assemblea e avendo come al solito firmato un testo di accordo “fotocopia” di quello sudato e contrattato da CGIL CISL e UIL – si vanta di aver sciolto positivamente la riserva in contemporanea a noi.

Prendersi i meriti di un lavoro non fatto, sciogliere un’ipotesi senza aver fatto neanche un’assemblea, è un atteggiamento che squalifica chi lo porta avanti ed è una beffa per le tante lavoratrici e lavoratori del settore.

Roma, 11 Dicembre 2009
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL


martedì 8 dicembre 2009

Comunicato stampa Slc Cgil sulle delocalizzazioni


COMUNICATO STAMPA


TLC: SLC-CGIL “Aziende avviano delocalizzazioni. A rischio migliaia di posti di lavoro. Chiediamo a imprese e Governo una moratoria contro le delocalizzazioni”

“In queste settimane grandi aziende di TLC e Media stanno accelerando un processo di delocalizzazione di attività in paesi con minori salari e diritti, mettendo a rischio migliaia posti di lavoro”. Così denuncia in una nota, la Segreteria Nazionale di SLC-CGIL, il principale sindacato del settore.
“In particolare Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G e Sky stanno in questi mesi riducendo le attività nel nostro paese, affidando servizi di customer care e di back office ad aziende in Romania, Albania e Tunisia, con gravi rischi occupazionali e con una qualità offerta ai consumatori enormemente inferiore. Il fatto già in sé grave, diviene oggi drammatico in un momento di difficoltà del Paese e con decine di imprese di call center in Italia che hanno scommesso su una competizione basata sulla qualità e non sulla gara a chi paga di meno i lavoratori o con meno tutele. Imprese che oggi subiscono una doppia beffa, vedendo il lavoro dato in paesi dove i salari sono minimi ed i diritti quasi zero”.
“Altro che internalizzare il lavoro, come il Sindacato rivendica da anni per mettere in sicurezza Telecom e le altre grandi aziende di TLC. Siamo al doppio danno per i lavoratori dei call center di Telecom, Vodafone, Wind, H3G, SKY, ecc. : non solo le attività finora svolte vengono esternalizzate, ma a beneficiarne non sono neanche i figli o i fratelli che operano in altre aziende italiane. Siamo alle prese con una vera e propria strategia socialmente suicida, che priverà l’Italia di migliaia di posti di lavoro, in uno dei pochi settori che non risente della crisi”.
“Siamo ormai all’impresa irresponsabile, che non solo paga stipendi a 6 zeri ai propri manager anche quando i risultati non ci sono, ma che non si preoccupa minimamente dei danni sociali che reca al proprio Paese, in un momento in cui invece dovremmo tutti essere più solidali e più attenti a non far pagare la crisi ai soggetti più deboli”.
“Invitiamo per tanto le aziende in questione a dimostrare senso di responsabilità nel concreto, non spendendo solo qualche parola nei convegni o nelle trasmissioni televisive, ma scommettendo su uno sviluppo basato sulla qualità, sulla valorizzazione del lavoro e delle professionalità dei tanti lavoratori che, come unica colpa, hanno quella di pretendere un salario decente e un minimo di diritti”.
“Come SLC-CGIL proporremo nei prossimi giorni a Cisl e Uil di richiedere un tavolo specifico presso il Ministero del Lavoro e il Ministero delle attività produttive, dove consegneremo tutta la documentazione in nostro possesso. Come SLC-CGIL chiediamo alle imprese e al Governo di condividere una “moratoria” in materia di licenziamenti e di delocalizzazioni di attività oggi lavorate in Italia”.

5 maggio 2009
Slc Cgil



domenica 6 dicembre 2009

Tirana, Bucarest Tunisi. Call center italiano diventa «off shore»

Call center off shore. È il termine tecnico per definire la campagna di colonizzazione delle aziende di call center, che si stanno spostando dove il costo del lavoro è più basso. Un risiko telefonico che ha come obiettivo la conquista di Paesi come Romania, Tunisia, Albania, Turchia e Argentina. Il tutto a discapito di chi fa questo lavoro in Italia. Telecom, Vodafone, Wind, H3g, British Telecom, Fastweb, Sky, più in generale le aziende che rispondono alle telefonate dei clienti di questi grandi operatori, o lavorano già oltrefrontiera o hanno avviato i colloqui per selezionare personale che parli italiano.

Il dossier

Che ci fosse un flusso migratorio verso lidi dove l’operatore in cuffietta lavora per pochi soldi era nell’aria. Ora però è la Slc/Cgil a raccogliere il fenomeno in un rapporto dettagliato, curato dai delegati sindacali delle aziende di Tlc italiane. E non solo, visto che a dargli una mano ci hanno pensato anche - là dove presenti - i colleghi stranieri. Domani la Romania sarà chiamata al ballottaggio per l’elezione del prossimo presidente (sfida tra l’uscente Basescu e Mircea Geoana), nel frattempo è già stata eletta dalla aziende di call center miglior lido in cui mettere radici. Dal dossier Slc-Cgil emerge che tutti i grossi operatori di Tlc hanno qualcuno che lavora per loro tra Bucarest e dintorni. Wind, ad esempio. Il gruppo dell’egiziano Sawiris ha annunciato tre o quattrocento posti di lavoro tra la Romania e l’Albania. Non saranno i soli. H3G. La società lavora già circa la metà delle chiamate tra Tirana, Bucarest e Tunisi, con 400 operatori. E starebbe pensando di svilupparsi anche in Argentina. British Telecom. Almeno cento gli operatori che rispondono per conto della Tlc made in Uk, tra Romania e Albania. Vodafone/Tele2. Tramite i principali fornitori, che - segnala il sindacato - sono Comdata, Comdata Care, E-Care e Transcom, lavora già in Romania con 300 persone e starebbe sbarcando anche in Albania. Un Paese dove è presente Sky, con 300 dipendenti. E mentre Fastweb ha diverse attività in subappalto tra Albania e Romania, il marchio Telecom Italia sembra proiettato alla conquista di questo nuovo mondo: Slc-Cgil, stima 600 lavoratori pronti a rispondere per conto dell’ex monopolista tra Tunisia, Albania, Romania, Turchia e Argentina. L’azienda, interpellata, risponde: «Telecom non delocalizza. Se lo fanno, sono i nostri fornitori».

Ad ogni modo, questo flusso migratorio - avverte il sindacato che ha lanciato una campagna contro le delocalizzazioni - metterà a rischio nel 2010 4mila posti di lavoro. «Andare all’estero è una scelta sbagliata - dice il segretario nazionale Alessandro Genovesi - per la scarsa qualità del servizio e l’incongruente rapporto costi/benefici. Le delocalizzazioni riducono l’occupazione in Italia e stressano la parte finale della filiera, favorendo gare d’appalto al massimo ribasso. Il tutto - conclude - non è in linea con le direttive dell’Agcom, che chiede trasparenza». Per questo il sindacato propone «una moratoria contro le delocalizzazioni» e un «avviso comune» che recepisca clausole sociali chiare per l’assegnazione degli appalti, a tutela di occupazione e salari. Al problema però non sembra insensibile neanche l’impresa. Umberto Costamagna, presidente di Assocontact, i call center riuniti in Confindustria, risponde: «Delocalizzare vuol dire perdere qualità. Anch’io anni fa sono andato all’estero con la mia azienda ma sono tornato. In un momento di crisi, tuttavia, capisco che possa sembrare una soluzione. Le nostre imprese soffrono: hanno bisogno di molto personale e sono schiacciate dall’Irap.

Autore: GIUSEPPE VESPO
Fonte: L'Unità

sabato 5 dicembre 2009

E' boom dei call center esteri. Spendi poco? Ti risponde Tirana

ROMA - Chiami da Benevento, da Aosta, da Roma e ti risponde Tirana o Bucarest. Le società di telefonia e in parte le tv italiane hanno all'estero una fetta dei call center, dislocati tra Albania, Romania e Tunisia.

Quanti operatori vi lavorano? "Noi stimiamo che siano 1500", dice Alessandro Genovesi della Cgil, "ma il numero raddoppierà e più tra fine anno e il 2010. C'è la crisi e le nostre aziende creano posti dove costano la metà. L'Argentina è la new entry". Ora la Cgil lancia un Sos. Chiede un rinvio di un anno. Vista la crisi che attanaglia l'Italia, andrebbero generati qui da noi i posti previsti per l'anno prossimo.

"Il problema - insiste sempre Genovesi - è anche un altro. Se a chiamare è un cliente che spende tanto, il numero lo porta a un call center di serie A, che è in Italia e ha solo dipendenti dell'operatore. Personale più pronto. Quando a chiamare è un cliente che spende poco, lo stesso numero lo instraderà verso un call center estero. Questi call center in trasferta sono fatti di lavoratori volenterosi, capaci anche di un buon italiano. Ma sono lontani e offrono un servizio ben diverso".

H3g - la società dei videofonini targati "3" - ha un sistema a stellette, come gli alberghi. I clienti a 5 stelle parlano con un call center italiano; i clienti ad una sola stella sono dirottati spesso verso l'estero. "E' legittimo", spiega un portavoce dell'azienda, "alcuni clienti fanno del telefonino della "3" la loro prima utenza. E' normale offrire loro un servizio attento. Ci sono clienti, invece, che hanno preso il telefonino della "3" per caso. Non lo usano, non lo ricaricano. Noi proviamo ad assisterli al meglio. Ma sono loro a non cercare un rapporto stabile con noi". H3g - conclude il portavoce - collocherà all'estero nuovi centralinisti ("è vero, c'è una ipotesi Argentina"), ma non saranno "più di 150".

Wind precisa: "Qui in Italia, la maggioranza degli immigrati sceglie noi. Se io ho un cliente rumeno in Italia, lo faccio parlare con un call center che è in Romania. Ci sembra corretto". Telecom fa sapere che tutte le aziende al mondo, in tutti i settori, tracciano un profilo dei loro clienti - un profilo di spesa - e si rapportano a loro con modalità diverse. E questo non significa farne consumatori di serie A o B. D'altra parte, Telecom affida a società esterne parte del servizio di call center: "Se queste aprono i call center a Tunisi, peraltro una minoranza, non possiamo impedirlo. A noi preme che questi lavoratori siano bravi".

Ma la Cgil tiene il punto: "Andremo dal Garante della Privacy. I miei dati privati non possono finire a Bucarest o Buenos Aires". Dal Garante, uno dei membri, Mauro Paissan, ammette: "L'allarme è fondato. Esistono norme italiane ed europee che regolano il trasferimento dei dati italiani all'estero. Verificheremo che siano rispettate. Riceviamo, poi, prime denunce. Alcune persone chiamano le nostre case, dall'estero, per proporci l'acquisto di prodotti italiani. Chi ha fornito a questi "venditori al telefono" i nostri numeri? E' in atto forse un commercio di dati su scala mondiale?".

Autore: ALDO FONTANAROSA
Fonte: http://www.repubblica.it

mercoledì 2 dicembre 2009

Verbale di incontro 1 dicembre 2009

Addi 1° dicembre 2009 presso la sede di Via Lamaro - Roma, si sono incontrate la Società AlmavivaContact Spa, rappresentata da Andrea Lucente, Natalia Cirillo, Marco Lupi e Simone Antonelli e le Rsu per discutere le tematiche relative a ROL/Ex festività residue al 31.12.2008 ed estensioni orarie stante quanto definito nell'incontro tra Direzione Aziendale e Coordinamento Nazionale del 28 luglio u.s.
Stante la natura degli argomenti, le parti hanno inteso definire quanto segue:

  • si procederà alla liquidazione, su richiesta dei lavoratori, da far pervenire entro il 15 dicembre, del 25% del residuo al 31.12.2008 del monte ROL/Ex festività complessivo ancora in essere al 31.10.2009

  • l'azienda incontrerà le RSU, il 18 dicembre 2009, per verificare l'entità delle richieste e, fermo il monte ore complessivo come sopra definito, determinare la percentuale liquidabile individuabile;

  • se il montante ore richieste sarà inferiore al 25% di cui sopra, l'erogazione avverrà in una singola soluzione a gennaio. Altrimenti per il 25% delle spettanze individuali il pagamento avverrà a gennaio e il conguaglio a febbraio;

  • l'azienda favorirà la fruizione delle ore rimanenti entro il 31.12.2010 con l'obiettivo aziendale dell'integrale smaltimento delle stesse;

  • nell'incontro del 18 dicembre verrà anche verificata la lista dei passaggi a 6 h quantificati in 35 unità





mercoledì 25 novembre 2009

Stress e lavoro

Fonte: http://www.rainews24.rai

Lo stress collegato al lavoro. Chi più chi meno, tutti nella vita abbiamo attraversato questa esperienza. E allora come è la situazione nel nostro paese? Ci sono degli indicatori per misurarlo? Che cosa dice la normativa? Il tema è sotto la lente dell'Ordine degli Psicologi del Lazio che da tempo sta monitorando la situazione per individuare strumenti per prevenire e arginare lo stress. In studio con Luce Tommasi il professor Francesco Avallone, docente di Psicologia del Lavoro all'Universita' La Sapienza di Roma, di cui è anche pro-rettore e Massimiliano Montesi, operatore di un call center e rappresentante sindacale Cgil. Anche nello spazio dedicato al nostro blog parleremo di sicurezza sul lavoro: lo stress professionale è infatti fra le cause principali dei milioni di incidenti che ancora oggi si verificano sul posto di lavoro. Josephine Alessio ha intervistato Marco Bazzoni, rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.




martedì 24 novembre 2009

Appello Alessandro Genovesi "Per un reale rinnovamento generazionale"


VERSO IL XVI CONGRESSO DELLA CGIL

APPELLO PER UN REALE RINNOVAMENTO GENERAZIONALE

“Servono fatti, non pugnette”
Paolo Cavoli – attore comico Zelig


L’Italia è un Paese malato perché è un paese vecchio. La classe dirigente politica, imprenditoriale e sindacale ha abbondantemente superato i 50 e i 60 anni ed è figlia - nella stragrande maggioranza dei casi - delle consorterie, delle burocrazie, delle reti familistiche. In Italia tutto si muove secondo il principio della coptazione basata sulla fedeltà al capo di turno e non sul merito, le differenze, le conoscenze, le intelligenze, la voglia di innovare e progettare il futuro. Di questo male oscuro soffriamo tutti, CGIL compresa.

Siamo tutti presi dalla retorica dei “giovani e del rinnovamento”; scriviamo pagine piene di buone intenzioni, ma poi – scendendo per i rami dell’organizzazione, nelle Camere del Lavoro e nelle Federazioni provinciali di categoria - siamo poco impegnati, nel concreto, a sburocratizzare, a rinnovare segreterie e gruppi dirigenti, ad imporre un reale ricambio generazionale. Se mai la Conferenza di organizzazione aveva dato un impulso, questo non è mai stato messo in pratica: pochi sparuti casi di rinnovamento non sono diventati la regola, ma solo un’eccezione. Le scelte approvate nel documento e contenute nelle delibere sono state volutamente disattese e l’attuale gruppo dirigente della CGIL non è apparso essere in grado di fare alcunché affinché ciò non accadesse. Non vi è stata nessuna scelta politica chiara dell’organizzazione nazionale nel chiedere impegni precisi alle strutture rispetto a quanto deciso. Abbiamo lasciato sulla carta scelte che potevano dare un impulso vero e forte all’avvicinamento di giovani alla nostra organizzazione a tutti i livelli. Se per gli altri contenuti della conferenza abbiamo preteso dalle strutture un comportamento che rispettasse quanto assunto, lo stesso non abbiamo fatto sui giovani.

E’ opportuno fare scelte chiare che riguardano anche le piattaforme contrattuali e gli accordi che firmiamo. Non possiamo non dirci che anche su questo, nella maggior parte delle ultime vertenze e rinnovi contrattuali, abbiamo dato l’idea di non interessarci dei giovani e soprattutto dei precari. Stesso ragionamento possiamo farlo sulle politiche messe in campo sul tema previdenziale e sul welfare state nel suo complesso. Con troppa leggerezza infatti si è messa in campo una politica che inevitabilmente metterà a rischio le pensioni delle nuove generazioni. Troppo poco si fa per allargare un sistema di tutele volto all’inclusione dei soggetti più deboli e all’estensione di diritti di cittadinanza quali ad esempio il diritto all’abitare e alla assistenza per le giovani famiglie.

Prendiamone atto tutti insieme e comportiamoci di conseguenza. Partendo da noi: praticando quanto predichiamo.

L’età media dei gruppi dirigenti della CGIL è abbondantemente sopra i 50 anni; in molte strutture confederali e di categoria la regola degli 8 anni ha prodotto solo una costante moltiplicazione di incarichi o la rotazione tra strutture diverse delle stesse compagne e compagni; negli organismi direttivi, nelle segreterie nazionali e in quelle delle grandi realtà metropolitane il quadro è desolante.

Le difficoltà di questa fase, per la CGIL, i rischi di isolamento sono allora anche figli delle difficoltà generazionali, dell’incapacità di sbloccare l’organizzazione, di aprire un dibattito che impedisca che il prossimo congresso si riduca alla mera conta tutta interna ad una generazione.

Il congresso non è ancora iniziato e già si vedono prevalere modelli organizzativi, linguaggi e logiche vecchie e obsolete; soprattutto rischia di prevalere una dinamica che terrà ancora bloccata la nostra organizzazione nel suo rinnovamento generazionale. Come una Chiesa millenaria, di fronte alle profonde novità emerse dalla crisi produttiva, sociale e culturale degli ultimi anni, il rischio più grande che abbiamo di fronte è infatti la tentazione di richiuderci in vecchi riti, di serrare le fila, di auto assolverci.

Eppure una nuova generazione sta emergendo dai luoghi di lavoro, con un bagaglio di conoscenza, di voglia di sperimentare e di mettersi in gioco enorme: una generazione che facciamo fatica ad intercettare. E anche quando ciò avviene (penso all’esperienza personale fatta nei call center), producendo anche ottimi delegati e delegate, generosi e coraggiosi, non siamo poi in grado di offrire loro percorsi ed esperienze dentro l’organizzazione che siano positivi, che ne riconoscano valore ed originalità. Ragazze e ragazzi che già oggi, in moltissimi casi, risulterebbero più preparati e più capaci di tanti segretari e di tanti “dirigenti”.

Per queste ragioni ritengo non sia più il tempo solo dei “buoni propositi”, per queste ragioni ritengo che il prossimo congresso debba operare un “rinnovamento forzato” della nostra organizzazione, con strumenti chiari ed esigibili, con vincoli concreti e senza “scappatoie”.

In particolare propongo ai firmatari della mozione/mozioni un “lodo rinnovamento” che obblighi tutti i livelli dell’organizzazione a:

1) destinare in termini strutturali almeno il 5% delle risorse, a tutti i livelli della CGIL e delle categorie, alla promozione di quadri under 35. Sto parlando di ore di permesso, distacchi (totali o parziali), rimborsi, formazione mirata. Un 5% del bilancio da spendere, che va reso pubblico fino all’ultimo euro sui siti dell’organizzazione e che va certificato dalle istanze di controllo superiori;
2) definire in modo chiaro ed ineludibile nei regolamenti la scelta di destinare, in termini straordinari per i prossimi 2-3 anni, le risorse dei fondi di reinsediamento (qualche milione di euro) esclusivamente a progetti che mettano in capo a giovani quadri il rilancio della specifica struttura o presenza sindacale;
darsi il vincolo all’interno dello Statuto delle quote “verdi” del 20% per tutti i comitati direttivi a tutti i livelli dell’organizzazione;
3) darsi il vincolo statutario di inserire in ogni segreteria di struttura (che abbia una percentuale di iscritti giovani pari o superiore al 5%), a qualsiasi livello, almeno un componente under 35.

Personalmente voterò – e se qualche compagna o compagno dovessero chiedermi un parere – inviterò a votare per chi si riconosce in queste critiche e sosterrà questi punti programmatici. Basta con le parole e con i buoni propositi, servono scelte chiare e proposte che divengano vincoli positivi.

Alessandro Genovesi – Segretario Nazionale SLC-CGIL

Ps: per chi volesse sostenere questa proposta può scrivere a: rinnovamentocgil@libero.it


lunedì 26 ottobre 2009

Tlc: Slc Cgil, accordo importante per rinnovo

Venerdì 23 ottobre dopo un lungo braccio di ferro (che fino all’ultimo ha messo in discussione la firma di Slc Cgil a causa del tentativo di Asstel di introdurre deroghe al contratto) è stata siglata l’ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto nazionale delle telecomunicazioni. E' quanto si apprende da una nota del sindacato di categoria. “Il nuovo modello contrattuale, al di là dei tentativi goffi di Cisl e Confindustria e dei loro uffici stampa, non è passato”. Lo dichiara Alessandro Genovesi, Segretario nazionale della Slc Cgil.

La funzione del contratto di “garantire la certezza e l’uniformità dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori ovunque impiegati nel territorio nazionale” è stata rafforzata, così come la non derogabilità a livello aziendale delle “materie ed istituti già negoziati al primo livello”. La contro piattaforma di Asstel che chiedeva deroghe su orari, pause, inquadramento e mercato del lavoro è stata respinta. Poiché il nuovo modello contrattuale si basava proprio sul superamento del Ccnl è del tutto evidente che, propaganda a parte, politicamente il successo della Cgil è innegabile”.

“Il rinnovo del Ccnl - continua Genovesi - è un rinnovo pulito in ogni sua parte. Non solo per quanto riguarda il rapporto tra le fonti contrattuali, ma anche per gli enti bilaterali. Nascerà un Ente Bilaterale per la sanità integrativa che darà una copertura minima a tutti i lavoratori del settore che oggi ne sono privi (a partire dalle ragazze e ragazzi dei call center). Una sanità integrativa esplicitamente non sostitutiva delle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale, con 8 euro a carico delle imprese e 2 dei dipendenti. Nascerà inoltre un Agenzia Bilaterale per la Formazione che utilizzerà esclusivamente risorse interne al sistema. I consiglieri dell’Agenzia presteranno la propria opera in forma completamente gratuita.

Altri compiti impropri (a partire da eventuali sostegni al reddito dei lavoratori) non sono contemplati. Chi voleva dar vita ad Enti Bilaterali per l’erogazione degli ammortizzatori sociali dovrà rassegnarsi, il Ccnl delle Tlc non ne recepisce nulla”. “Avanzamenti significativi vanno registrati inoltre sul part-time, sia in termini normativi che economici (la maggiorazione del supplementare passa dal 15% al 20%); sull’apprendistato (con la specifica che i locali per la formazione interna devono essere distinti da quelli adibiti alla produzione). Sono state migliorate le norme sulle 150 ore e sui permessi esame (con un giorno in più retribuito) ed è stata portata dal 2° al 3° giorno di malattia la franchigia per il certificato medico (da consegnare solo al rientro).

E’ stata fatta chiarezza sull’inquadramento iniziale degli addetti al call center: di fronte alla giungla e al dumping operato (anche con accordi separati a livello locale) da parte di imprese scorrette che sottoinquadravano i lavoratori si è definito una volta per tutte che è il 3° livello quello di ingresso (con relativa sanatoria per tutti entro il 2010). Sarà possibile inquadrare al 2° livello, per un periodo iniziale, esclusivamente i lavoratori privi di esperienza professionale (da qui 3 possibilità: assunzioni con apprendistato, con contratto di inserimento, con un “2° formativo” a fronte di almeno 20 ore di formazione minima, con automatico passaggio al 3° e con la clausola di mantenerne in servizio a tempo indeterminato almeno il 70%). "Una norma chiara che da oggi renderà più agevole la battaglia sindacale (e giudiziaria) contro le imprese più scorrette”.

“Per quanto riguarda infine gli aumenti salariali – sottolinea Genovesi – si esce a regime (per una durata di 3 anni: 1 gennaio 2009 - 31 dicembre 2011) con 129 euro di aumento (45 a Gennaio 2010; 34 a Giugno 2010; 50 a Giugno 2011) e una tantum di 585 euro, tutto al parametro del 5° livello. L’aumento a regime dei minimi (il valore punto era di 17,01 euro) è del 7,6%". Dal punto di vista politico, insomma, "l’accordo è importante: perché giunge unitario dopo la presentazione di tre piattaforme separate; perché copre l’intera filiera Ict e guarda - tra sanità integrativa, mercato del lavoro, permessi, inquadramenti – tanto alle figure deboli che alla parte alta del settore. Perché soprattutto difende il contratto nazionale, la sua funzione solidaristica e regolatoria e rilancia quindi la funzione sindacale della CGIL". Ora i lavoratori saranno chiamati a votare l'ipotesi di accordo.


Fonte: http://www.rassegna.it