martedì 28 ottobre 2008

Lettera aperta della RSU SLC-CGIL ai lavoratori del call center di Atesia Almaviva Contact

Cara lavoratrice e caro lavoratore,
ti scriviamo questa lettera aperta affinché tu possa sapere con chiarezza cosa sta succedendo, da qualche mese a questa parte, nel settore dei call center in out sourcing.
Come CGIL dobbiamo infatti denunciare che - mentre ci battiamo per chiedere più tutele e garanzie, per chiedere che tutte le aziende rispettino il CCNL e le leggi (a partire dalle circolari del Ministero del Lavoro n. 4 e n. 8 del 2008), cioè mentre ci battiamo perchè non via sia più una competizione fatta solo risparmiando su salario e diritti - altri sindacati con la complicità di Confindustria e di imprenditori senza scrupoli vanno minacciando il nostro posto di lavoro.
Come? Accettando di derogare in peggio al CCNL delle TLC, firmando accordi che permettono di sotto inquadrare i lavoratori (assumendo centinaia di giovani per attività sia in bound che out bound al 1° livello), accettando che diverse aziende non paghino le maggiorazioni in caso di lavoro supplementare o straordinario, ecc.
Come SLC-CGIL noi abbiamo sempre - con coerenza - portato avanti un'unica linea politica e sindacale, in azienda ma anche nel settore.
Perché siamo convinti che solo con regole uguali per tutti, con un costo del lavoro identico sia che si lavori al Nord come al Sud, in un grande gruppo o in un singolo call center si difende il posto di lavoro di tutti.
E’ infatti chiaro che se c’è qualche azienda che paga di meno i lavoratori, che li sfrutta andando oltre i limiti e le tutele poste dalla contrattazione collettiva, quell’azienda vincerà le commesse su cui noi oggi lavoriamo, mettendo a rischio i nostri posti di lavoro e ogni possibile ulteriore conquista di diritti e di salario aggiuntivo.
E’ per coerenza quindi che – a differenza di altri – non abbiamo firmato accordi in Abruzzo che stabilizzavano i contratti a progetto impegnati su attività in bound con tranche fino al 2010 (!!!); che non abbiamo firmato in Calabria e in Sicilia accordi che permettono di derogare alle tutele sull’orario di lavoro e di non pagare le maggiorazioni previste in caso di straordinario o supplementare. E’ per coerenza che non abbiamo accettato che Phonemedia assumesse centinaia di ragazze e ragazzi al 1° livello del CCNL (da più di trent’anni non si inquadrano più lavoratori al 1° livello, visto che per il CCNL questo livello corrisponde ad operai generici e donne di pulizia, non agli operatori di call center… leggetevi l’art. 23 del nostro CCNL e vedrete che un lavoratore part-time a 6 ore al 1° livello prende 550 euro lordi. Quindi guardate le nostre buste paga…).
Potremmo continuare così e raccontarvi che gli unici che continuano a fare esposti perché gli ispettori intervengano contro le imprese più scorrette, siamo solo noi. Che solo la CGIL tutti i giorni continua a denunciare i grandi committenti come Telecom, Enel, BT, Fastweb, Sky ecc. che assegnano le commesse con il sistema delle gare al massimo ribasso.
Del resto come CGIL non da oggi chiediamo:
1) il rispetto del CCNL per tutti i lavoratori, vera garanzia per spingere le aziende a scommettere sulla qualità e su nuovi servizi. Basta con chi vuole fare impresa risparmiando sulla nostra pelle, mettendo lavoratori contro lavoratori, giovani contro altri giovani, donne contro altre donne;
2) il rispetto delle leggi e delle circolari del Ministero del Lavoro per stabilizzare tutti i lavoratori che sono ancora precari;
3) la responsabilizzazione dei grandi committenti, che solo se troveranno tutte le aziende impegnate a garantire uguali costi del lavoro, saranno spinti a dare commesse basandosi sulla qualità, sulla professionalità degli operatori, ecc.;
4) l’ampliamento dei diritti in tutto il settore, a partire da una contrattazione aziendale da diffondere in tutte le imprese per premiare il lavoro, investire in formazione e in crescita professionale (cioè portando tutti gli operatori di call center, in prospettiva, verso il 4° e il 5° livello);
5) l’introduzione di clausole sociali nei cambi di appalto.

Queste sono state, del resto, le parole d’ordine con cui il 19 Settembre abbiamo scioperato e manifestato a Roma, contro le imprese scorrette, per i nostri diritti, per la ripresa delle ispezioni e per una maggiore attenzione alle nostre condizioni di vita e lavoro.
SLC-CGIL porta avanti queste battaglie nella nostra azienda e in tutto il paese, perché solo stando tutti uniti, solo costruendo solidarietà tra i lavoratori di tutte le imprese di call center, saremo più forti. Saremo più forti in vista del prossimo rinnovo del CCNL (che scadrà il 31/12/08) e saremo più forti nella nostra azienda.
Aiutaci a difendere i diritti di tutti. Stai con la CGIL, da 100 anni dalla tua parte.

Roma, 28/10/2008
RSU SLC CGIL di ATESIA – ALMAVIVA CONTACT

1978-2008, i trent'anni della legge 180

Trenta anni fa, nel maggio del 1978, veniva approvata la Legge 180, detta anche “Legge Basaglia”, dal nome del famoso psichiatra che la ispirò.
Gli Anni Sessanta del ‘900 sono stati gli anni dell’Antipsichiatria, il movimento scientifico e filosofico, che contestava alla radice l’idea che il disagio mentale fosse principalmente un disturbo organico. Secondo l’Antipsichiatria e Franco Basaglia il disagio mentale, invece, nasce – in individui predisposti e più vulnerabili – da situazioni di disadattamento ed emarginazione; la follia avrebbe dunque un’origine più sociale che individuale. Da questo punto di vista l’Antipsichiatria e la Legge 180 rientrano in pieno nel clima di un’epoca di critica generalizzata al sistema economico e sociale del tempo che tendeva ad annullare le proprie contraddizioni allontanandole e nascondendole in luoghi separati proprio come i manicomi.
La ragione per cui la Legge 180 è ancora famosa in tutto il mondo, nonostante sia stata duramente criticata, è la rivoluzionaria idea di chiudere i manicomi e di restituire dignità, diritti civili e costituzionali ai malati di mente che fino allora erano stati considerati soltanto soggetti pericolosi per sé e gli altri, incapaci di intendere e di volere. Secondo Franco Basaglia il manicomio non è un luogo di cura, bensì è anch’esso all’origine di quella follia che pretende di curare. Il “matto” non è tanto il portatore di un organo – il cervello – malato bensì un essere umano sofferente che soprattutto va ascoltato. Non si tratta più – come a lungo era stata la funzione della psichiatria - di “normalizzarlo” per renderlo docile e conformista membro della comunità; il malato è una persona, che mantiene i suoi pieni diritti civili. Con le parole dello stesso Basaglia: “un malato di mente entra in manicomio come persona per diventare una cosa, il malato, prima di tutto, è una persona, e come tale deve essere considerata e curata … Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”.
Per maggiori informazioni sulla figura di Basaglia e sulla legge 180 visita la nostra pagina di approfondimento.

lunedì 27 ottobre 2008

Taranto, battaglia sui veleni dell'Ilva

Il ministero rimuove i tecnici anti-diossina
Sul loro tavolo c'era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d'Europa, l'Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell'attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. "Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine" attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola.
Che a questo punto ha deciso di fare da solo: nelle prossime settimane il governatore presenterà infatti al consiglio regionale una legge che imporrà all'Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia, la riduzione delle emissioni inquinanti. "Stabiliremo un cronoprogramma: più passa il tempo - dice Vendola - e più dovranno tagliare. Altrimenti saremo costretti a farli chiudere".
La decapitazione ministeriale dei tecnici è stata scoperta dai pugliesi il 15 ottobre. "Convocati a Roma ci siamo trovati davanti il nuovo presidente del nucleo di coordinamento scelto dal ministro Prestigiacomo - spiega l'assessore all'Ambiente, Michele Losappio - Stranamente, più volte e con grande enfasi, ha voluto sottolineare come le emissioni dell'Ilva siano tutte nei limiti dell'attuale normativa nazionale". "Per la prima volta poi - continua il direttore regionale dell'Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato - al tavolo c'erano anche i tecnici dell'azienda".
"Insomma l'aria sembra cambiata, almeno al ministero" dice invece Vendola, proprio lui che appena insediato aveva fatto proprio un piano industriale d'accordo con la famiglia Riva. L'Ilva effettivamente ha speso 300 milioni di euro per modernizzare gli impianti e ha dimostrato la possibilità di ridurre le emissioni. "Non ha mantenuto però molti degli impegni presi - continua il governatore pugliese - E soprattutto nel piano presentato al Ministero parla di riduzioni delle emissioni di diossina molto lontane rispetto alla nostra pretesa: indicano limiti tre volte superiori rispetto a quelli che noi chiediamo".
Ecco perché la Regione Puglia ha già annunciato che se le carte in tavola non cambieranno, esprimerà parere negativo al rilascio dell'Aia. Ma il parere non è vincolante. Da qui la decisione di intraprendere la strada della legge regionale. "Qui si vuol far credere - spiega ancora il presidente pugliese - che in realtà non c'è niente da fare. Che o c'è la fabbrica con tutti i suoi veleni, o c'è una salubrità mentale assediata dalla disoccupazione. Ci si mette davanti all'opprimente aut aut che o si muore di cancro o si muore di fame. Invece investendo nelle tecnologie quelle riduzioni possono arrivare. In caso contrario, meglio una vita da povero che una morte sicura".
L'Ilva negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi. "E approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d'Europa farà sempre più utili" dice Vendola. "In qualsiasi parte d'Europa, Slovenia esclusa, l'Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni" spiega il professor Assennato. "Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti".
Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. "Mai abbiamo avuto risposte. E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell'Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità".
Questo scontro istituzionale arriva dopo un altro, violentissimo, avvenuto quest'estate. Per motivare la richiesta di diminu-zione degli inquinanti, e in particolare del benzoapi-rene, l'Arpa pugliese aveva allegato una serie di analisi dell'Università di Bari. Soltanto da due anni, infatti, l'Agenzia regionale per l'ambiente sta monitorando l'Ilva. Il direttore regiona le del ministero, Bruno Agricola, ha sostenuto che "le campagne effettuate non pos sono essere ritenute valide". I criteri di rilevamento, nel 2005 e nel 2006, non avrebbero rispettato quanto previsto da una legge del 2007. In sostanza, avrebbero dovuto prevedere il futuro.
Giuliano Foschini
Fonte: http://www.repubblica.it

venerdì 24 ottobre 2008

Comunicato Rsu Slc Cgil Atesia/Fistel Cisl 24.10.2008

In data odierna si è svolto un incontro territoriale con la direzione aziendale, richiesto a seguito di un periodo di estrema confusione e incertezza che ha visto numerosi spostamenti di personale su diverse commesse, per la stragrande maggioranza a termine, nonché l’adozione da parte dell’azienda di un provvedimento di smaltimento ferie parziale. L’obiettivo era di avere risposte sulla situazione complessiva del centro produttivo di Roma e un chiarimento rispetto ad una pianificazione del lavoro nel medio periodo.
L’azienda ci ha posto una condizione di difficoltà legata al contesto complessivo economico, nonché ad un mercato sempre piu’ deregolamentato.
Il termine della commessa Tim out, una non possibile definizione dei volumi di traffico di Tim 119, l’incertezza sul territorio di Palermo legata alla commessa Alitalia (Alicos), nonche’ alcune difficoltà anche per la commessa Wind, definiscono un panorama nazionale delicato. A questo si aggiunge la non applicazione della circolare sulle stabilizzazioni e anche una criticità per tutto il settore IT.
Abbiamo continuato a chiedere quali siano gli strumenti e le strategie che l’azienda intende adottare per affrontare tale situazione e abbiamo chiesto dei provvedimenti concreti rispetto ad una gestione operativa sempre piu’ approssimativa e poco coerente.
La direzione afferma che ad oggi non ha la possibilità di un pianificazione del lavoro nel medio periodo, proprio in virtù della situazione contingente e che è nella necessità di affrontare le questioni di volta in volta.
Come rsu slc cgil/fistel cisl reputiamo incomprensibile pensare di gestire un azienda di 2500 persone senza una pianificazione poiché questo ricade sulle condizioni di vita dei lavoratori.
Pensiamo che qualunque provvedimento adottato che non sia supportato da un reale e concreto progetto a lungo termine sia necessariamente fallimentare e non risolutivo.
Ci auguriamo che le risposte che ci sono state fornite siano state parziali in previsione dell’incontro a livello nazionale che si terrà il 30 p.v. e nel quale chiederemo nuovamente risposte certe, convinti che una progettualità industriale esiste. Ma tale progettualità deve però necessariamente essere condivisa con le OO.SS. e i lavoratori tutti, cosa che attualmente non sta accadendo. In tale incontro ribadiremo che non siamo disposti a rinunciare agli avanzamenti fin qui faticosamente ottenuti con gli accordi siglati.
Rsu Slc Cgil/Fistel Cisl
Roma, 24 ottobre 2008

giovedì 23 ottobre 2008

Scuola. La Lega: "Per gli stranieri, test d’ingresso"

Un test d'accesso per gli studenti stranieri nelle scuole dell'obbligo e, in caso questo non venga superato, la frequenza in una "classe ponte", in cui si studierà l'italiano e si impartiranno lezioni di educazione. Un’educazione extrascolastica: alla legalità, alla cittadinanza, al sostegno della vita democratica, al rispetto delle tradizioni territoriali e regionali e per la "diversità morale e la cultura religiosa del Paese accogliente".
E’ quanto si chiede al governo con una mozione presentata alla Camera dal capogruppo della Lega Roberto Cota. Nella mozione appena presentata a Montecitorio si afferma che la scuola italiana dovrà essere in grado di supportare una "politica di discriminazione transitoria positiva" nei confronti dei minori immigrati "avente come obiettivo la riduzione dei rischi di esclusione". Una volta immessi di nuovo nel circuito scolastico normale - spiega il documento -, disponendo di una maggiore conoscenza dell'italiano e delle tradizioni locali, gli studenti stranieri correranno meno il rischio di venire esclusi.
Secondo la Lega, infatti, meno studenti stranieri ci sono nelle scuole italiane e meglio è anche ai fini di una loro accoglienza nella società. La densità della presenza di alunni con cittadinanza non italiana in piccole scuole - si legge nel testo della mozione - sembra non favorire livelli elevati di esiti positivi. La presenza di "molte diverse cittadinanze nelle scuole" rappresenta, per gli esponenti del Carroccio, "un fattore condizionante del complesso sistema educativo e formativo che influenza l'intera classe".

Fonte: http://www.stranieriinitalia.it

A questo proposito vedi anche l'intervista de Le Iene del 21 ottobre 2008

venerdì 17 ottobre 2008

Io cavia nel call center: cronaca di una vita precaria

Cronista assunto per una settimana come operatore per 4 euro l'ora
MILANO - Sono l'operatore 172. Ho risposto a un annuncio su Internet spedendo via e-mail il mio curriculum, e dopo il colloquio sono qui, con le cuffie in testa e il microfono che mi sfiora le labbra, a proporre a decine di titolari di partite Iva di lasciare Telecom e passare a Infostrada. Ho lavorato una settimana alla Mastercom, azienda di telemarketing e teleselling nella zona industriale di Assago, hinterland di Milano, un cubo di vetri a specchio e cemento a pochi passi dalla tangenziale Ovest, costola di un gruppo in espansione con nuove sedi a Roma e Benevento.
Dopo la selezione, ho trascorso giorni in azienda senza aver firmato nessun contratto. Ho visto i 1200 euro lordi assicurati dai selezionatori, al colloquio e nei primi due giorni di formazione, diventare 800 al mese lordi (appena 640 netti), mentre le provvigioni promesse si sono ridotte in ventiquattr'ore della metà. Ho conosciuto universitari che non ce la fanno a pagarsi gli studi, ragazzine appena diplomate reduci da altri call center, segretarie trentenni licenziate e sostituite da giovani con contratto da apprendista, laureati con titoli improvvisamente inutili. Tutti senza altra chance che essere qui.
Mi pagano 4 euro netti l'ora. Contratto di collaborazione occasionale per trenta giorni, poi a progetto. Otto ore al giorno - 4 e mezzo il part time - di fronte a un monitor che passa in automatico i dati degli abbonati Telecom da contattare. Promettono un mensile di 1200 euro e provvigioni di 20 (contratto Voce) e 25 euro (contratto con Adsl) per ogni nuovo cliente rubato alla concorrenza.
"Qualcuno qui guadagna più di me - spiega Massimo, il selezionatore, al colloquio -. La media dei contratti di ogni operatore è di 3,9 al giorno". Nessuno però spiega il trucco contabile: il calcolo dell'azienda è su 30 giorni lavorativi perché alla Mastercom si lavora dal lunedì al venerdì. Così trenta giorni, il loro "mensile", corrispondono a sei settimane. Un mese e mezzo. E i 1200 euro promessi diventano nella realtà 800 euro al mese. Lordi. Appena 640 netti. Pagati a 60 giorni. Una cifra che nessuno pronuncia mai, un equivoco che gli altri 16 ragazzi che entrano con me in azienda capiranno molto tardi.
Alla Mastercom il turnover di operatori è continuo: ogni lunedì entrano tra i dieci e i venti nuovi lavoratori, altrettanti abbandonano. Con me ci sono quattro ragazzi e 12 ragazze. Dai 19 anni di Antonella e Giovanna, appena uscite dalle superiori, ai 38 di Carla e agli "oltre 40" di Alessandra, che s'imbarazza a rivelare l'età e a dire che sta provando a riprendere a lavorare dopo nove anni, dopo un divorzio. Ci sono anche 4 stranieri: Frida che viene dal Ghana e Salomon dal Camerun, Betsy dall'Ecuador e Lidia dal Venezuela. Tutti ventenni, seconda generazione di famiglie arrivate in Italia quando loro erano bambini. Sono i nuovi italiani: scuole a Milano, ottimo italiano, ambizioni di un futuro diverso da quello dei genitori.
Molti arrivano dai call center di Monza, Cesano Boscone, Milano città, "dove si lavora 24 ore su 24, dal lunedì alla domenica, come robot". O da centri commerciali, ristoranti, locali nel cuore della movida milanese dove "una notte di lavoro, dalle 19 all'alba viene pagata 50 euro in nero a fine serata".
I primi due giorni di formazione - non retribuiti, anche se è a tutti gli effetti attività lavorativa che dev'essere pagata dal datore di lavoro - sono una full immersion di marketing e psicologia della vendita. Con qualche trucchetto per produrre di più. Uno riguarda il modem per Internet. "Si può noleggiare o acquistare - spiega chi ci istruisce - . Al telefono col cliente, abbassate la voce come se state rivelando un segreto poi sussurrate: "Guardi, glielo dico senza farmi sentire sennò mi licenziano. Lo compri, costa solo 17 euro, le conviene piuttosto che pagare 3 euro ogni mese. In realtà lo state fregando. Presto si romperà, e l'azienda non ha nessuna voglia di fare manutenzione".
Le ore passano tra simulazioni di telefonate, studio delle obiezioni che riceveremo, illustrazione dei contratti da proporre. "Dovete essere lo specchio dell'altro. Capire i desideri dell'acquirente, agire sulla parte emotiva - ci dicono - . Fare come scrive Pirandello. Cambiare ogni volta maschera. Se ci pensate, noi vendiamo sempre qualcosa: le idee, la nostra immagine, le nostre scelte".
Fino al mercoledì, terzo giorno di lavoro, nessuno vede un contratto. Così nel cortile nascono complicati dibattiti sullo stipendio, con i telefonini che si trasformano in calcolatrici. L'atrio all'ingresso è l'unico spazio all'aperto. È qui che si fa pausa per caffè e sigarette. Qualcuno dell'azienda ci vede e ci rassicura, almeno sulle provvigioni: "20 euro per contratto voce, 25 Adsl". Poi si passa in sala training e da mezzogiorno iniziamo a fare le prime telefonate. "Ricordate Full metal jacket? - dice Alex, il nostro team leader - Il soldato diceva "Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Senza il mio fucile io sono niente". Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio".
Con il nostro fucile, siamo operativi davanti ai pc senza aver firmato nulla. Come se paga, provvigioni e condizioni contrattuali fossero una variabile indipendente dal nostro lavoro. Ma ecco, due minuti prima della pausa pranzo, quando non vogliamo far altro che scappare a mangiare, arrivano i moduli per la firma. "È il contratto standard dei collaboratori occasionali" spiegano a chi si dilunga a leggere. Molti capiscono solo ora che i 1200 euro di stipendio coprono sei settimane di lavoro e non un mese. E che non è detto che le nostre provvigioni saranno di 20 e 25 euro: la terza pagina da firmare è un elenco indistinto di gettoni da 5 a 25 euro.
Per tutto il pomeriggio di mercoledì, le nostre telefonate raggiungono il segmento di clienti Telecom ULL (Unbundling local loop), quelli che sono rimasti sempre fedeli all'ex monopolista e a cui si propone il distacco totale dalla vecchia Sip. Poi, all'improvviso, giovedì, il nostro team leader blocca tutto. "Siete un gruppo molto affiatato, l'azienda vuole scommettere su di voi. Da ora chiamerete un'altra categoria di clienti".
Soddisfatto dei complimenti, tutto il gruppo - tranne tre che restano sui vecchi contratti - inizia a chiamare i "silenti", i clienti che ai tempi delle prime liberalizzazioni sono passati a Infostrada pur dovendo pagare doppio canone, e che per questo sono rimasti a Telecom. "Si tratta di convincerli a tornare", ci dicono. Partiamo con le telefonate ai Wrl (clienti fuori copertura). Per scoprire, soltanto il giorno dopo, che per questi contratti le provvigioni non sono di 18 e 25 euro ma 8 e 12 euro. Meno della metà. Nessuno ce lo dice. "Per ora è cosi" rispondono quando chiediamo spiegazioni. Ma nessuno ribatte.
E nessuno reagisce alle proteste delle persone a casa, alle offese e alle minacce di denuncia. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere più forti delle difficoltà. Mi metto in contatto con un clic con ogni partita Iva che appare sul monitor. Da Bolzano a Siracusa, chiamo tappezzieri e pizzerie, parrucchieri e macellai, studi di architetti e avvocati, profumerie e scuole guida, imprese edili e meccanici.
"Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno" rispondono all'Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. "Siete ossessivi" dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. "Bombardate dalla mattina alla sera" si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l'ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a "rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati".
I miei colleghi che misurano ogni euro del loro lavoro, si accorgono così che non è tanto facile acquisire clienti. Anche se per giorni ci hanno ripetuto il numeretto magico di 3,9 contratti stipulati ogni giorno da ogni operatore. Tra mercoledì e venerdì facciamo tre contratti. Lunedì, ultimo giorno di lavoro, un paio. In fondo alla sala, sulla lavagna c'è il nome di ognuno di noi: in rosso c'è l'obiettivo che si è dato prima di partire, accanto uno smile per ogni contratto realizzato.
In queste sale non c'è il rito motivazionale che si vede in Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sul mondo dei call center, ma a ogni contratto concluso dai nuovi, c'è in sala training l'applauso dei colleghi. E così avviene nella sala grande se qualcuno raggiunge il numero di contratti per ottenere il bonus in busta paga. Un concetto ce l'hanno spiegato subito: serviamo solo se vendiamo. Perché la somma dei nostri contratti fa il risultato del team leader, i loro risultati sono il target della Mastercom col committente, Wind-Infostrada.
"Ma se l'azienda fissa gli obiettivi, mette a disposizione le sue strumentazioni e gestisce turni e assenze, si configura una posizione da lavoratore dipendente", spiega Davide Ferrario, del Nidil, il sindacato dei precari della Cgil. Dopo una settimana, il mio gruppo non esiste più. Eravamo in 17 il primo giorno, siamo rimasti in 5. L'ultimo contratto che vedo è di Luca, rimasto in sala training una settimana in più, mentre quelli arrivati con lui sono già nella sala grande. È stato 15 giorni in attesa di questo momento: contratto Adsl a una romena di 18 anni. A fine giornata, tira fuori il telefonino e immortala l'evento. Fa una foto alla lavagna col suo nome accanto al disegno di un visino sorridente.

di SANDRO DE RICCARDIS
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 16 ottobre 2008

Comunicato Rsu Cgil Cisl Uil del 16/10/2008

Ancora false soluzioni

In data odierna, a seguito dell’incontro tenutosi tra l’Azienda e la RSU, è emerso uno stato di difficoltà dovuto al fatto che gli effetti della chiusura di una importante campagna quale TIM OUT (risalente a luglio!!!) che impegnava circa 300 operatori, non sono stati ancora riassorbiti dalle attività suppletive che sono subentrate.
A fronte di tale emergenza la direzione aziendale ha anticipato la possibilità di richiedere, ancora una volta, un piano ferie forzato, che riguarderà altri settori oltre a quelli già interessati (Tim Out, Tim 119, Tim Business) nella fattispecie Sky Out.
Constatiamo, purtroppo, che come sempre l’Azienda fa ricadere il rischio di impresa solo ed unicamente sui lavoratori.
L’assenza di un piano industriale, di una pianificazione del lavoro e della gestione del personale, portano l’Azienda ad adottare azioni apparentemente risolutive, che amplificano il disagio dei lavoratori e dimostrano una totale assenza di lungimiranza delle attività nel medio e lungo periodo.
Inoltre, tali soluzioni, vengono applicate dall’Azienda in maniera unilaterale senza un confronto, con le rsu, mirato all’individuazione di soluzioni alternative, condivise, e di minore impatto.
Pretendiamo una maggiore chiarezza e condivisione dei percorsi. Non avalleremo ulteriori provvedimenti di tale “carattere”. Ci adopereremo con forza, affinché tale confronto venga comunque attivato in tempi brevi.

Roma 16/10/2008
RSU Atesia/ Almaviva C
Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom uil

martedì 7 ottobre 2008

Comunicato Cgil Cisl Uil del 7.10.08 su Alicos

ALICOS: PRIORITARIO SALVARE L’OCCUPAZIONE

Nella giornata del 6 ottobre a Roma si sono incontrate le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL e le Segreterie Nazionali di CGIL, CISL e UIL, con i massimi vertici dell’azienda Alicos e del gruppo Almaviva.
Durante l’incontro è emerso che:
- l’azienda Alicos ha una capacità economica ridotta e potrà garantire al massimo fino a metà novembre gli stipendi;
- è necessario che entro poche settimane si giunga ad avere rassicurazioni in relazione ai crediti vantati verso Alitalia, nonché un nuovo accordo commerciale con Cai;
- va in ogni caso garantita nella fase di passaggio la continuità del servizio e il pagamento a vista dei servizi svolti per Alitalia.
La situazione economica di Alicos – ci ha comunicato la proprietà e il management – vede infatti un’esposizione debitoria di 3,5 milioni di euro verso le banche, oltre che verso Almaviva che sta in queste settimane anticipando risorse.
Qualora i 7 milioni di euro dovessero essere svalutati dal commissario straordinario, l’azienda finirebbe in automatico in procedura concorsuale ai sensi dell’art. 2247 del Codice Civile, non potendo pianificare una strategia di rientro dai debiti verso le banche e i fornitori.
Al contempo, vista la strategicità dei servizi offerti (mediamente 2 milioni di chiamate all’anno, 500 mila biglietti venduti, ecc.) e l’alta qualità degli operatori da tutti riconosciuta, Alitalia ha deciso di continuare a pagare a vista i servizi, anche se per un tempo limitato e su cui non si ha la minima visibilità (generando ciò, ulteriori incertezze).
Si tratta di capire, oltre alla questione del recupero dei crediti, se quindi la CAI sia intenzionata o meno a stipulare un nuovo accordo commerciale con Alicos al fine di garantire anche per i prossimi anni il servizio (e quindi la commessa).
A fronte di questa situazione, come Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL, insieme alle Segreterie Nazionali di CGIL, CISL e UIL, abbiamo sottolineato prima di tutto che il mantenimento dei livelli occupazionali, per un grande gruppo come Alamaviva, non può essere vincolato esclusivamente ad una difficoltà economica di 7 milioni di euro, a fronte di un fatturato complessivo di centinaia di milioni. Chiare devono essere infatti le responsabilità di tutti, a partire dall’azienda.
Quindi come Sindacato abbiamo deciso di:

1) richiedere un incontro immediato con il commissario straordinario di Alitalia, Dott. Fantozzi, al fine – nel quadro complessivo delle scelte sui crediti – di avere visibilità e certezze sul debito che la compagnia ha verso Alicos, nonché avere garanzie certe sul prosieguo, in questa fase di passaggio, delle attività svolte dall’azienda palermitana;

2) richiedere un incontro con i rappresentanti di CAI (anche in sede congiunta con Alitalia). La Cai in queste ore sta, infatti, definendo i dettagli del nuovo piano industriale, ed è nostro interesse sapere se, a fronte di un servizio necessario quale quello del call center e della biglietteria, la nuova compagnia aerea intenda mantenere un rapporto commerciale con Alicos, garantendo anche nel futuro l’occupazione. Garantire infatti la commessa per il futuro è la condizione essenziale per ogni possibile difesa dell’occupazione.
Per intanto, proprio perché consapevoli che la maggior forza negoziale di Alicos verso Alitalia e Cai è data dalla capacità di mantenere buoni livelli di servizio e continuità nell’erogazione, invitiamo le strutture territoriali di categoria e confederali, le RSU ed i lavoratori al massimo di mobilitazione fuori dai turni di lavoro, organizzando presidi sotto la Regione e sollecitando le istituzioni locali, i parlamentari nazionali e membri di governo siciliani a fare sentire la propria voce nei confronti di Alitalia, Cai e Governo Nazionale.
Nelle prossime ore sarà inoltre comunicata una data ravvicinata per una riunione delle RSU di Alicos, da tenersi a Palermo con le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL.
Roma, 3 Ottobre 2008
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL
Le Segreterie Nazionali di CGIL, CISL, UIL

Comunicato Cgil Cisl Uil del 3.10.08 su Alicos

ALICOS: FUTURO DEI 1600 LAVORATORI DI PALERMO E’ TEMA DI RILEVANZA NAZIONALE. IN TROPPI SOTTOVALUTANO DRAMMA SOCIALE IN CORSO.

Garantire il futuro dei 1600 dipendenti di Alicos, call center di Palermo che lavora per Alitalia, è una questione di rilievo nazionale. Oggi sono a rischio tutti e 1600 i posti di lavoro. Si tratta di giovani ragazze e ragazzi con un contratto a tempo indeterminato, molti neo genitori che a Palermo difficilmente potranno trovare un nuovo lavoro.
Siamo cioè alle prese con un dramma sociale di proporzioni enormi e che in troppi stanno sottovalutando.
Come Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL, insieme alle Segreterie Nazionali di CGIL, CISL e UIL siamo già impegnati a fare il massimo, per ottenere da tutte le parti in causa le necessarie garanzie. Garanzie tanto sui crediti passati che sulla continuità dei rapporti commerciali con la nuova compagnia aerea.
Già lunedì, al riguardo, è in programma un incontro con la proprietà di Alicos e del gruppo Almaviva al fine di fare un punto sui diversi problemi aperti. Quindi, subito dopo l’incontro, sarà convocata una riunione con le RSU, non escludendo che dopo il confronto di lunedì possano essere chiesti specifici tavoli con i diversi soggetti in campo sulla vicenda Alitalia.
Per intanto invitiamo le RSU ed i lavoratori di Alicos a mettere in campo tutte le possibili azioni di sensibilizzazione verso la Regione e l’opinione pubblica, con manifestazioni e presidi a fine turno presso le principali istituzioni locali.

Roma, 3 Ottobre 2008
Le Segreterie Nazionali
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

giovedì 18 settembre 2008

Comunicato 18.09.08

Spett.le Almaviva Contact spa
Spett.le Atesia spa

Oggi dobbiamo rilevare che quanto ci siamo detti presso l'UIR durante la discussione su fusione:

- la mancanza di corrette relazioni industriali;
- comunicazioni fatte alla Rsu tanto per farle, per poi disattenderle;
- modifiche di orari di lavoro, spostamenti di risorse e uscita di commesse che può essere ritenuto un cambiamento strutturale della condizione del lavoro fatte senza gli adeguati passaggi con le Rsu e le Ooss,
si ripropongono ancora più violentemente, nonostante il vostro impegno verbale di ieri.
Le Rsu stamattina hanno comunicate a RU Atesia che lì dove si è ridotto il personale (INPDAP) c'è una richiesta aziendale, oltretutto nel giorno dello sciopero, di supplementari e straordinari. La cosa è stata rilevata dalla stessa responsabile che ha affermato essere stata decisione dell'operativo in piena autonomia.
Dopo aver avuto quindi un confronto stamattina, alle ore 15,30 RU ha contattato le Rsu cercando qualcuno per ogni sigla per dare una comunicazione urgente!
A questo metodo, se ieri non fossimo stati sufficientemente chiari, abbiamo detto di no; oggi la Rsu ha scelto di non presentarsi alla convocazione e di inviarvi questa lettera.
Chiarendo ancora una volta che o si instaurano corrette relazioni industriali o ad ogni atto aziendale ci sarà una risposta altrettanto forte e contraria a partire da domani.
Slc Cgil Roma Sud
Rsu Slc Cgil Atesia/Almaviva Contact

venerdì 12 settembre 2008

Il 19 settembre scioperiamo perché nel nostro futuro di lavoratori non ci siano più incertezze

IL 19 SETTEMBRE 2008 PARTECIPIAMO TUTTI ALLA
MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEI LAVORATORI DEI CALL CENTER

- Per la difesa occupazionale dei lavoratori a tempo indeterminato nei call center

- Perché i committenti assegnino le commesse solo a chi ha lavoratori subordinati e rispetta il CCNL ed il testo unico sulla sicurezza

- Per il rispetto delle circolari del Ministero del Lavoro con maggiori e più seri controlli sulle aziende

- Per stabilizzare gli oltre 30.000 lavoratori ancora con contratti di collaborazione e per cancellare il lavoro nero nel settore

- Per l’introduzione di clausole che salvaguardino i lavoratori in caso di perdita di commesse
IL 19 SETTEMBRE

SCIOPERA

Perché nel nostro futuro di lavoratori
non ci siano più incertezze

RSU Atesia/Almaviva C
SLC CGIL-FISTEL CISL-UILCOM UIL

Flop per lo «sportello Biagi»:spesi 4 milioni di euro, solo 32 occupati.

Fallito il progetto che doveva dare lavoro ai milanesi più sfortunati. Dopo tre anni l'esperienza si è chiusa. Spesi 4 milioni di euro

Tre anni per trovare lavoro a 32 persone. E il tutto spendendo quattro milioni di euro dei sette stanziati. Gli sportelli Marco Biagi dovevano dare uno stipendio ai milanesi più sfortunati. Quelli a cui la città del lavoro volta le spalle: ultracinquantenni licenziati, disoccupati da almeno un anno, persone sole con figli a carico ma senza un impiego. Dopo tre anni l'esperienza si è chiusa. In modo deludente. Gli «sportelli Marco Biagi» non esistono più. Le vetrofanie con il nome del giuslavorista ucciso dalle nuove Brigate rosse sono state tolte nel marzo scorso dalle sedi di via Savona e via Satta, a Quarto Oggiaro.
La sperimentazione era stata lanciata esattamente tre anni prima — il 14 marzo 2005 — dal sindaco Gabriele Albertini. «Con gli sportelli Marco Biagi ancora una volta Milano si conferma sede dell'innovazione in materia di lavoro — disse l'allora ministro del Lavoro, Roberto Maroni —, vogliamo replicare questa soluzione in altre regioni ». Nella sostanza l'obiettivo era ricollocare a tempo indeterminato 500 disoccupati «difficili» e coinvolgerne in progetti di riqualificazione altri 4.500. Il tutto con l'aiuto di sette agenzie per il lavoro (società private autorizzate dal ministero del Lavoro a intermediare manodopera) selezionate tramite concorso.
Le cose sono andate diversamente. Alla fine dei sette miliardi stanziati (5 e mezzo dal ministero del Lavoro e 2 dalla regione Lombardia) ne sono stati spesi poco meno di quattro. I soldi sono serviti a pagare le strutture, le agenzie del lavoro, i dipendenti del Comune. Ma anche a dare 400 euro al mese ai lavoratori coinvolti nel progetto in cambio della disponibilità a seguire corsi formazione. Al momento di tirare le somme, però, solo 32 hanno conquistato il posto fisso grazie agli sportelli. Gli altri (circa 2.300 persone) si sono dovuti accontentare nella migliore delle ipotesi di qualche contratto a termine. E il tutto in una città dove il tasso di disoccupazione è da anni sotto la soglia fisiologica del 4 per cento. E in cui ogni anno le agenzie del lavoro in affitto trattano un centinaio di migliaia di curriculum.
Da alcuni mesi sindacato e Comune discutono di un nuovo progetto su cui dovrebbero essere investiti i soldi non spesi dagli sportelli Marco Biagi (circa un milione e mezzo di euro). Si tratterebbe di una rete di sportelli in grado di orientare i milanesi nel vasto mondo dei servizi forniti dal Comune. «L'esperienza degli sportelli Marco Biagi è stata quantomeno deludente — valuta Antonio Lareno, segretario della Cgil che partecipa alla trattativa sulla sulla loro riconversione —. Il 23 settembre è previsto un incontro in Comune per mettere a punto il nuovo progetto. È forse l'ultima opportunità per dimostrare che questa città è in grado di produrre iniziative utili per i cittadini».

Fonte: http://www.corriere.it

giovedì 11 settembre 2008

I call center scendono in piazza

Il 19 lo sciopero nazionale:
«Trentamila ancora a progetto, intervenga il ministro Sacconi».
Sono ancora 30 mila i lavoratori precari nei call center, e chi ha un posto fisso è a rischio proprio per questo. Le aziende continuano a fare dumping scaricando i costi sui cocoprò: il nuovo uso è offrire ai committenti pacchetti «due in uno», prezzi stracciati sul personale subordinato grazie ai ricchi margini praticabili sugli atipici. E così i lavoratori a progetto restano tali, quelli a tempo indeterminato non riescono ad evolversi (niente integrativo, niente miglioramenti normativi o retributivi), mentre sono in difficoltà le imprese che hanno già regolarizzato il personale, con relativo rischio esuberi per migliaia di dipendenti. Un quadro che è velocemente peggiorato con il nuovo governo, e con il nuovo ministro del Lavoro - Maurizio Sacconi che ha trascurato del tutto il settore e messo nel cassetto le attività ispettive. Gli ispettori del lavoro sono ormai fermi da mesi, da prima dell'estate: dall'insediamento dell'esecutivo Berlusconi. Così gli operatori - tutti, anche quelli che hanno il posto fisso scendono in piazza per la prima manifestazione nazionale: sciopero l'intero turno e corteo a Roma il 19 settembre (10,30 Piazza Repubblica). Alla vigilia di una manifestazione così importante, non potevamo mancare l'appuntamento con la lista dei «buoni» e dei «cattivi»: le aziende che - virtuosamente - hanno stabilizzato il personale, e quelle che invece ancora resistono, perpetuando la condizione di precarietà per i propri operatori. Ci ha fornito un elenco - sommario, per ovvie ragioni di spazio - Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil: «Dal 2007, a partire dalla stagione che è seguita alla prima circolare Damiano - spiega - sono stati stabilizzati in tutto circa 24 mila operatori. Lo hanno fatto imprese come Almaviva, Comdata, Teleperformance, Be2win, in parte anche Omnia e Transcom. Dall'altro lato, ci sono aziende che continuano a fare concorrenza sleale grazie a un grosso numero di cocoprò: Phonemedia (circa 1000 a progetto), Des Solutions (200-300), Datel-Telic del Gruppo Abramo (500-600), Omnia Network (circa 1000), Call&Call (a Locri oltre 500)». Ma non è solo «colpa» delle aziende che offrono servizi in outsourcing , le responsabilità ricadono anche sui committenti, che «sguazzano» nelle offerte al massimo ribasso, e poi sul governo, che ha troncato di netto il lavoro del precedente esecutivo, stoppando di fatto l'attività ispettiva. E, come se non bastasse, c'è un «giallo» che resta per il momento irrisolto: ben 8 mila verbali ispettivi, realizzati negli ultimi due anni, sono chiusi nel cassetto. Nessuno ne conosce il contenuto, non si sa che esito avranno. «Chiediamo al ministro Sacconi di aprire subito il tavolo con le parti sociali - dice Genovesi E poi devono ripartire gli ispettori. Inoltre chiediamo che anche i committenti si responsabilizzino, tutte quelle compagnie delle tlc - ma non solo - che danno commesse con lavori a progetto: Telecom, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, ma anche Sky, Enel, Eni, Mediaset, per non parlare di municipalizzate come Acea e Aem Milano, o le Ferrovie». Il sindacato si muove anche sul fronte contrattuale: le tlc vanno al rinnovo a fine anno, e Slc, Fistel e Uilcom - organizzatrici della protesta del 19 - chiederanno di inserire delle clausole sociali che permettano di mantenere costi del lavoro congrui anche nei cambi di appalto, in modo da non gettare gli operatori in una costante ansia da «concorrenza sui prezzi». Non a caso, la prima manifestazione dei lavoratori dei call center non riguarda solo chi è in outsourcing (cioè appaltato), ma anche gli interni delle grosse compagnie, come Tim. Va ricordato che è in vigore una seconda circolare Damiano, del marzo scorso, importante perché includeva di fatto tra gli aventi diritto al lavoro subordinato anche i cosiddetti outbound (cioè gli operatori che fanno le telefonate): se ad esempio c'è un maxi-cervellone che smista le telefonate, facendole «cadere in cuffia» (come accade praticamente nella grandissima parte dei call center), senza che dunque il lavoratore possa stabilire chi chiamare e con quali criteri; se ci sono sistemi di verifica sulle turnazioni (e anche questo accade spesso), quel lavoro è subordinato e non può essere inquadrato a progetto. «Gli outbound non ancora stabilizzati , circa 30 mila - conclude Genovesi - ricadono quasi tutti sotto queste condizioni, dunque adesso è il momento di riconoscerlo: le aziende, i committenti, il governo e gli organi ispettivi devono fare la loro parte». Quanto ai 24 mila che sono già stati stabilizzati celebre il «caso Atesia» - dopo diversi sacrifici sul pregresso, hanno potuto parzialmente recuperare perché aziende come Almaviva, Comdata e Teleperformance hanno fatto accordi di secondo livello, con avanzamenti e premi di risultato. Ma sono tutte conquiste a rischio - incluso a volte lo stesso posto di lavoro - se tante altre imprese continueranno con il lavoro cocoprò e la concorrenza sleale. Grazie al recente «milleproroghe», si può ancora stabilizzare, con relativi incentivi, fino al 30 settembre.
Antonio Sciotto
Fonte: http://www.ilmanifesto.it

Dopo tanto parlare di sicurezza, governo spiazzato dagli ultrà

DI QUESTO CALCIO POSSIAMO BENISSIMO FARE A MENO
Come ha scritto Claudio Magris, «è giusto punire le violenze di rapinatori e terroristi, ma occorre punire più duramente chi delinque in nome di una squadra di calcio, con l'aggravante dei motivi futili e abbietti».
Dopo le devastazioni e le violenze con cui i tifosi del Napoli hanno tenuto a battesimo, domenica 31 agosto, il nuovo campionato di calcio, mettendo a ferro e fuoco la stazione del capoluogo campano, si è deciso di proibire loro le trasferte. Buona decisione. Ma limitata e tardiva. Nel novembre 2007, dopo la domenica di follia, per la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, raggiunto da un colpo di pistola di un agente di polizia in un autogrill vicino ad Arezzo, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive aveva già proposto di vietare le trasferte di massa dei tifosi organizzati.

Passano i ministri, cambiano i Governi, ma gli ultrà godono della stessa impunità. Dopo ogni domenica di fuoco, ci ritroviamo a riascoltare i soliti proclami baldanzosi dei politici, cui però seguono flebili provvedimenti, scarcerazioni a tempo di record, condanne simboliche. Il calcio non si tocca! Con i suoi colossali interessi economici, è meglio blandirlo, coccolarlo, perdonarlo e... magari comprarlo: i tifosi sono tanti, e votano (non sono rom o extracomunitari!).
Nel febbraio dello scorso anno, all’indomani dell’uccisione dell’ispettore Raciti nel derby Catania-Palermo, il presidente della Lega calcio Matarrese, a chi invocava di bloccare il campionato o giocare a porte chiuse, aveva replicato: «Lo spettacolo deve continuare. Questa è un’industria tra le più importanti d’Italia, che paga i suoi prezzi». Ma può una società civile offrire al "dio calcio" morti, feriti, treni devastati e città messe a soqquadro?
A maggior ragione oggi, con un Governo che ha vinto le elezioni sulla sicurezza e fa della "tolleranza zero" la sua missione. Che stecca, però: davvero strano che si sia fatto sorprendere dai gravi fatti di Napoli! Sarà perché troppo impegnato a censire e schedare rom o a respingere gli immigrati, additati come "il pericolo numero 1" del Paese? Non sarebbe meglio per la sicurezza, contrastare più duramente la violenza che prospera impunita e tollerata attorno al calcio? Perché questa "zona franca"? Né si può essere forti e arroganti con i deboli (rom e immigrati), e pavidi e impotenti con chi tiene in scacco lo Stato e detta le sue leggi in vaste zone del Sud (vedi camorra, ’ndrangheta e mafia).
Eppure, i dati della stagione calcistica 2007-2008 sono pesanti: 144 incontri con incidenti, 161 feriti tra i tifosi, 200 tra le forze dell’ordine, 292 arresti, 999 denunce. Ma guai a chiamarla emergenza! Il giocattolo calcio non si tocca, neppure se il capitano della Nazionale campione del mondo, Fabio Cannavaro, dice: «Io oggi non porterei i miei figli in uno stadio italiano».
Per far apparire più sicure le nostre città ci si è inventato di tutto: dal censimento dei rom ai tremila soldati sparpagliati su tutto il territorio nazionale. Forse, sarebbe meglio se il volenteroso Maroni censisse questi violenti e incivili ultrà, e prendesse loro le impronte digitali. E arrivasse a sciogliere le tifoserie organizzate, anche se ciò può dispiacere ai padroni del "circo calcistico", tra i quali si nascondono complici, favoreggiatori e pavidi. Perché non andare a lezione da chi questi problemi li ha affrontati meglio di noi? In Inghilterra, ad esempio, gli hooligans sono stati ridotti a "merce da esportazione".
Infine, se si pensa che per gli immigrati la clandestinità sia un’aggravante, dovrebbe esserlo altrettanto la violenza per chi trasforma le manifestazioni sportive in guerriglia. Se il calcio è quello visto alla prima di campionato, possiamo benissimo farne a meno. Oltretutto, costi e stipendi dei calciatori (anche mediocri) sono ormai "immorali": un vero schiaffo alla povertà del Paese.

Fonte: Famiglia Cristiana on line
Leggi il commento all'articolo di Famiglia Cristiana su http://www.corriere.it

venerdì 5 settembre 2008

Comunicato 04.09.08 (matrici Tim out)

A seguito della riorganizzazione del settore Tim out che ha visto un notevole peggioramento delle condizioni di vivibilità e lavorative dei colleghi e che ha portato ad una variazione sostanziale e certamente negativa delle matrici, in più incontri le Rsu hanno proposto una serie di modifiche che potessero in qualche modo migliorare le condizioni di lavoro. E’ stato proposto all’azienda:
• diminuzione del numero dei sabati e delle domeniche lavorative
• riduzione delle settimane in turno pomeridiano in particolare trasformazione delle 5° riga da PM ad AM
• variazione di ingresso/uscita nella 4° riga di matrice
E’ stata inoltre segnalata la difficoltà nel fare i cambi turno.
Per quanto riguarda gli ultimi due punti l’azienda si è resa disponibile solo a posticipare l’ingresso dalle 9.00 alle 10.00 del lunedì nella quarta riga di matrice e a concedere 5 cambi d’ufficio al mese per persona di cui uno nei week end.
La richiesta di variazione dei sabato e domenica lavorativi non è stata accolta per il momento, ma l’azienda si è impegnata, dopo la prima settimana di esercizio delle matrici, a valutare la possibilità di cambiare la quinta riga da PM ad AM e ad aumentare un riposo il sabato.
Le Rsu si impegnano a porre attenzione a tale verifica e a richiedere un ulteriore incontro al fine di risolvere le criticità esposte.
Continueremo a porre attenzione, così come fatto fino ad ora, nei confronti di questo gruppo di lavoratori che da molto tempo vivono una condizione di incertezza e instabilità
Roma, 04/09/2008
Rsu Slc-Cgil/Fistel-Cisl/Uilcom-Uil

giovedì 4 settembre 2008

Comunicato 04.09.08 (Tim out)

In data 4 Settembre si sono incontrate le OO.SS. e i vertici aziendali per definire la questione inerente il personale proveniente dal settore TELESELLING operante nel settore TIM OUT.
Le RSU hanno esposto le difficoltà incontrate dai suddetti lavoratori che, a partire dalla stipula del contratto a tempo indeterminato hanno vissuto sulla loro pelle, in quanto avendo diritto ad una fascia oraria mattutina sono stati costretti ad aderire ad una fascia pomeridiana.
Considerando le criticità che l’azienda ha esposto sul settore TIM OUT (riduzione del 70% dei volumi) e la necessità di impiegare risorse sulla nuova commessa EDISON nella fascia pomeridiana, l’azienda ha finalmente accolto la richiesta fatta dai lavoratori e dalle RSU impegnandosi per iscritto a dare seguito all’accordo del 18 settembre 2007: il 1° dicembre 2008 tutte le risorse PRO-TEMPORE TIM OUT e CONSIP passeranno definitivamente in fascia antimeridiana 7:00-16:00 per un totale di 65 colleghi.
Le RSU pur consapevoli di un ulteriore sacrificio richiesto dall’azienda ai suddetti lavoratori, rilevano con soddisfazione che il risultato ottenuto è comunque vincolante per l’azienda e in quanto tale IRREVOCABILE.
Roma, 04/09/2008
Rsu Slc-Cgil/Fistel-Cisl/Uilcom-Uil

Comunicato 03.09.08 (settore IT)

In data 3 settembre 2008, si è tenuto un incontro tra le RSU Atesia/Almaviva Contact e la RU/IT al fine di far presente le numerose criticità riscontrate nel settore.
Sono state affrontate problematiche relative a:
- Reperibilità
- Livelli inquadramentali
- Condizioni Lavorative ( sottostaffaggio del personale)
A fronte delle richieste avanzate dalle RSU, l’Azienda si è posta con un atteggiamento di totale chiusura, non prendendo in considerazione alcune delle proposte necessarie al miglioramento della condizione lavorativa del settore.
In tale sede è stato comunicato alle RSU che a far data dal 1° Ottobre 2008, l’Azienda Almaviva Contact S.p.A. inizierà un processo di fusione per incorporazione di Atesia S.p.A.
Davanti ad un tale atteggiamento di chiusura, riteniamo di dover dare un forte segnale di risposta.
Questa Azienda deve imparare a valutare i propri lavoratori, riconoscendo loro la professionalità e la disponibilità che quotidianamente dimostrano nello svolgimento delle loro mansioni.
Nei prossimi giorni indiremo una assemblea specifica per il settore, al fine di condividere percorsi di lotta e di rivendicazione che portino a risposte concrete.
Roma 3 Settembre 2008
RSU ATESIA/ALMAVIVA CONTACT

martedì 2 settembre 2008

Guardiani del Paradiso: utopia o realizzabile realtà?

Mi presento, sono Raoul Simoni e sono nato, nel 1978, a Ferentino, un paese in provincia di Frosinone, la cosiddetta Ciociaria (messaggio di auto-promozione turistica a cura dell’assoc.cult. “terra e libertà”…ma questa è un’altra storia!!!).
Sono ormai sei anni che lavoro per il gruppo Almaviva come operatore di call center (centralino dell’università La Sapienza, Bnl e-banking, Acea, una cassa integrazione di sette mesi fortunamente pagata, Sogei ed ora Tim), e da sei anni viaggio tutti i giorni lavorativi con i mezzi pubblici (treno, autobus, metro).
Il termine “Guardiani del Paradiso” l’ho trovato all’interno di alcuni moduli d’insegnamento per laboratori di educazione ambientale sul sito dell’Arpalazio (www.arpalazio.it): ci sono dati tecnici, la storia della sostenibilità e consigli pratici per migliorare le nostre cattive abitudini.
In questi tempi di continue emergenze di vario tipo (climatico-ambientale, la sempre presente sete e fame della maggior parte della popolazione mondiale) e di difficoltà sociali ed economiche sempre più frequenti nei cosiddetti paesi civili (tranne rare eccezioni, fortunatamente), questo materiale mi ha offerto spunti e stimoli per capire meglio il presente e ripensare il mio futuro.
Quello che mi ha colpito di più è stato ritrovare un’economista studiato al liceo classico: François Quesnay, il maggior rappresentante della fisiocrazia, la dottrina che considerava la terra come la fonte primaria della ricchezza. Ogni volta che nei tg sentivo parlare di libero mercato delle merci e non della natura (da cui prendiamo tutto ed a cui restiamo scorie tossiche) e degli uomini (che di quelle merci sono i realizzatori, e molte volte non gli utilizzatori), la cosa mi stonava non poco: un pò di armonia l’ho trovata nella storia della sostenibilità, che ha “inizio” (prima dell’industrializzazione, tutti erano più in pace con la natura di noi oggi) con la dottrina della fisiocrazia, datata 1750 circa.
Già 250 anni fa, come anche in altri periodi storici, il genere umano avrebbe potuto vivere e far vivere meglio le generazioni future:come faccio a far parte ed a correre (se non morire) per questo modello economico che non pensa ai propri figli?
Da un paio d’anni, grazie soprattutto ai consigli di mio fratello maggiore, molto più pragmatico di me, sono passato dalle parole ai fatti: cerco di stare attento all’acqua che utilizzo (noi ne siamo composti la 70%), spengo le luci quando non mi servono (led degli elettrodomestici compresi)…anche a lavoro…
Nella vita mi sono sempre lamentato ed ho passato periodi a dormire per non pensare, ma vi posso assicurare che cambiare (cattive) abitudini, soprattutto per una buona causa, non è così difficile:

«Per noi i guerrieri non sono quello che voi intendete.
Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro.
Il guerriero per noi è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri.
È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può
provvedere a se stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell'umanità.» (Toro Seduto o Tatanka Iyotake o Tatanka Iyotanka o Ta-Tanka I-Yotank)
Il vero paradiso per me è quello che mi permette di vivere oggi: il sole, l’aria, l’acqua ed i frutti della terra, amore umano compreso...io a trent’anni, fortunatamente, ho scelto da quale parte stare. E voi????

sabato 30 agosto 2008

Clandestini nel suo capannone: nei guai un assessore leghista

Predicano bene, ma razzolano molto male. I leghisti urlano contro l'immigrazione clandestina e nel frattempo sfruttano gli stessi immigrati per arricchirsi.
Faceva così anche Roberto Zanetti, assessore della Lega alle Attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, comune in provincia di Vicenza. Nel capannone di sua proprietà la Guardia di Finanza di Bassano del Grappa ha scoperto un laboratorio di confezionamento di abbigliamento con nove cinesi costretti a lavorare in condizioni pietose.
L'assessore adesso cerca di difendersi dicendosi sconcertato. «Questa storia mi toglie 10 anni di vita, io non ne sapevo niente».
Dopo aver effettuato una serie di controlli nei giorni precedenti, i finanzieri della Compagnia di Bassano sono entrati in azione all'una di notte di mercoledì. Nell'immobile c'erano 9 asiatici. A finire in manette sono state la donna cinese che gestiva il laboratorio, immigrata regolarmente in Italia, e due operai sui quali pendeva già un provvedimento di espulsione, arrestati per violazione della legge (pensa un po') Bossi-Fini. Tre erano regolari, di altri tre non avevano documenti.
Gli operai lavoravano giorno e notte in mezzo a puzza e rumore. Ma nel capannone erano completamente segregati dormendo in due stanzette nascoste dietro un armadio con un solo e lurido wc. Gli otto vivevano come schiavi: lavoravano tutta la notte, non uscivano mai. La "direttrice", almeno, aveva una camera tutta per sè.
«Quando siamo arrivati hanno iniziato a correre e a gridare, ma la cosa che ci ha colpito di più - spiega il capitano Danilo Toma della compagnia di Bassano del Grappa - è stato il doppio fondo che abbiamo trovato su un muro. Da una botola si accedeva alle stanze, di cui una piccolissima, pochi metri quadri con i letti ammassati e un puzzo incredibile».
Per quanto riguarda la posizione dell'assessore, il capitano spiega: «Come il fratello, al momento non è indagato, anche perché il contratto di affitto era regolare». Difficile però credere che la famiglia Zanetti non fosse al corrente di cosa stesse accadendo nel capannone. «La casa dei Zanetti dista poche centinaia di metri», osserva il capitano. In più, non è la prima volta che nel profondo Nord est leghista vengono scoperti laboratori clandestini: «Di casi simili anche in zona ne abbiamo scoperti parecchi», ricorda il capitano.
Zanetti da parte sua cerca di difendesi. «La cinese titolare - spiega Roberto Zanetti - era venuta da noi la scorsa primavera; era stata costretta ad abbandonare la precedente sede, ne cercava un'altra e aveva saputo del nostro capannone. Era iscritta alla Camera di Commercio e, a quanto ci constava, i suoi dipendenti erano a posto con il permesso di soggiorno. Insomma, sembrava tutto in regola e abbiamo perfezionato la locazione, alla luce del sole».
Peccato che "alla luce del sole" però non lavorassero i cinesi. E Zanetti ne era al corrente. «Parevano invisibili - continua l'assessore vicentino - lavoravano di notte, come formiche, non disturbavano. Cosa combinassero là dentro, non lo sapevamo: avevano messo subito le tende alle finestre e non aprivano a nessuno. Consideravamo l'affitto che ci pagavano una sorta di compensazione: in fondo, è proprio per colpa della Cina che abbiamo cessato la nostra attività originaria».
È rimasto «sorpreso e sconcertato» anche il sindaco leghista di Cartigliano, Germano Racchella, nell'apprendere che il capannone dove è stato scoperto un laboratorio cinese clandestino è di proprietà di un suo assessore. «Una bella mazzata - commenta il primo cittadino - Sono sorpreso più come leghista che come sindaco», dice orgogliosamente. Racchella non ha ancora sentito il suo assessore e collega di partito Roberto Zanetti e non lo farà prima di sera. «Ho convocato una riunione - spiega il sindaco - vedremo cosa uscirà dall'incontro».

Fonte: http://www.unita.it

venerdì 29 agosto 2008

Manifestazione nazionale dei lavoratori dei call center del 19.09.08

Manifestazione nazionale dei lavoratori dei call center del 19.09.08

• A difesa dell’occupazione e per la stabilizzazione di tutti i lavoratori del settore
• Per una crescita di qualità contro il dumping delle imprese che ricorrono a lavoro nero e al lavoro precario
• Per l’applicazione e il rispetto delle circolari del Ministero del Lavoro a partire da quella sul lavoro in outbound
• Per maggiori controlli ispettivi e per dare attuazione ai circa 8 mila verbali che hanno sanzionato l’uso illegittimo di altrettanti contratti a progetto
• Per una maggiore responsabilità dei committenti, che non devono dare commesse a chi non ha lavoratori subordinati e non rispetta il CCNL
• Per introdurre nel settore clausole sociali di tutela occupazionale in caso di cambio di commesse
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

giovedì 28 agosto 2008

Call center Atesia, adesso i problemi toccano agli interinali

Precari in affitto dall'agenzia «Interim 25», rispondono per la Tim. Ma dopo due mesi non hanno ancora visto un euro.

Vuoi o non vuoi ad Atesia, il call center più grande d'Italia, c'è sempre qualche problema. Dopo l'abbondante stabilizzazione dei precari storici - con luci e ombre, nel corso del 2007 - adesso tocca agli interinali. Presi in affitto attraverso le agenzie Metis, Adecco e Interim 25, ad alcuni capita di lavorare senza venire retribuiti. In particolare, ci occupiamo di quelli della Interim 25, società che ha sede legale a Bari, ma che quest'anno aveva trovato una novantina di persone per l'emergenza estiva attraverso la filiale di Roma. Tutti lavoratori da impiegare al 119 della Tim. I novanta hanno fatto un corso di 15 giorni che avrebbe dovuto essere retribuito intorno ai 300 euro, con relativo attestato finale. Circa la metà di loro ha passato la selezione di fine corso e ha regolarmente preso servizio dal 7 luglio, per un contratto di due mesi: e il primo stipendio sarebbe dovuto arrivare già a inizio agosto. Ma siamo costretti a tutti questi condizionali perché dei soldi non s'è vista traccia e, come se non bastasse, la Interim 25 di Roma dopo alcune telefonate di protesta ha deciso di non rispondere più, lasciando un numero affisso in bacheca: per info contatta la sede di Bari. Noi ieri pomeriggio abbiamo provato ripetutamente a chiamare, sia Roma che Bari, ma non ci ha risposto nessuno.
«Ormai sono quasi due mesi che lavoro ma non ho ricevuto un euro - ci spiega un operatore, che per motivi comprensibili lasciamo nell'anonimato - Siamo esasperati, dobbiamo pagare affitti, bollette, abbiamo problemi persino con la spesa. Abbiamo chiamato decine di volte la Interim 25 ma ormai alla sede di Roma non ci rispondono più. A Bari abbiamo trovato qualcuno che ci ha ascoltato, ma non ci ha dato risposte esaurienti». E così, quasi per un crudele contrappasso, gli addetti al call center hanno dovuto attaccarsi a un altro call center per ottenere il loro salario. Almeno 800 euro per il solo luglio, senza contare le maggiorazioni per domeniche e notti; e gli straordinari: per alcuni sono più di 20 ore. Un po' il fatto che i dipendenti di Atesia sono in ferie, un po' le campagne estive, il lavoro non manca. E anche i 300 euro del corso: per ora nisba. E dire che si è svolto con tutti i crismi nella sede di Atesia, con una formatrice della Tim. Alla faccia, è tutto gratis?
Per il momento, pare di sì, anche se gli operatori annunciano vertenze a raffica: «Noi non ci arrendiamo, non è giusto lavorare e non essere pagati nelle scadenze giuste. E' una questione di correttezza. E poi con cosa viviamo?». Si tratta di contratti da 30 ore settimanali, quasi un full time, e dunque praticamente l'unica fonte di sostentamento per la gran parte dei lavoratori.
A 30 ore settimanali, comunque, arriveranno gradualmente anche i dipendenti di Atesia, grazie a un accordo di giugno: chi ne farà richiesta, potrà passare da 20 (o 25) a 30 ore. Il tutto in 3 anni, i primi 450 operatori già in settembre. Ma nonostante questo, Atesia continua a pescare nelle agenzie interinali. Per tutti, comunque, va ricordato l'appuntamento del prossimo 19 settembre: a Roma si terrà la prima manifestazione nazionale dei call center.
Antonio Sciotto
Fonte: http://www.ilmanifesto.it

Lavoratori in somministrazione Interim 25 presso Atesia

Nei colloqui telefonici intercorsi tra Cgil ed Interim 25 i referenti dell’agenzia hanno motivato il non pagamento delle retribuzioni dei mesi di giugno e luglio con la mancanza di liquidità dovuto al mancato pagamento delle fatture da parte di Atesia.
Siamo stati informati che Interim 25 ha chiesto un incontro al gruppo Almaviva per affrontare la situazione che si sta ripetendo anche per il mese di agosto.
La Cgil indipendentemente dal contenzioso Almaviva Interim 25 ha chiesto che comunque, come da contratto e nei termini di legge, Interim 25 provveda al pagamento delle retribuzioni spettanti.
Contemporaneamente chiederà un incontro urgente con il gruppo Almaviva che, in caso di insolvenza da parte della società somministrante è tenuta a risponderne in solido.
Sarà nostro impegno tenervi aggiornati, costantemente sugli avanzamenti, prevedendo anche eventuali iniziative di lotta.
Invitiamo i lavoratori in somministrazione in Atesia ad eleggere un loro rappresentante (uno ogni 20 lavoratori) che potrà affiancarci e partecipare a tutte le iniziative che metteremo in campo (per disponibilità ed informazione rivolgetevi a Giampiero Modena tel. 3480143653, Pompeo Scopino tel. 3389665816).
Invitiamo tutti i lavoratori di Atesia con qualsiasi forma contrattuale e delle altre agenzie di somministrazione ad esprimere fattiva solidarietà ai colleghi di Interim 25.
Roma 22 agosto 2008
Cgil Roma Sud
Slc-Cgil Roma Sud
Nidil-Cgil Roma Sud
Rsu Slc-Cgil Atesia/Almaviva Contact

Un primo passo……

Finalmente, come sancito dall’accordo siglato tra le OO.SS., le Rsu e l’azienda si stanno eseguendo i primi passaggi a 6 ore. Il numero di lavoratori che dal 1 settembre vedranno un miglioramento delle loro condizioni economiche con l’aumento dell’orario di lavoro, sono, per questa prima tranches, 147 complessivamente tra Atesia e Almaviva C. Appare forse un numero esiguo, ma è al contrario un passaggio importante ed un inizio, per un percorso che dovrà coinvolgere tutti i lavoratori che lo vorranno. Come Slc Cgil ci siamo posti da sempre come obiettivo principale il miglioramento delle condizioni salariali di tutti i lavoratori di Atesia e di Almaviva contact. Abbiamo inoltre ottenuto un ulteriore vittoria, il mantenimento delle fasce orarie anche per chi passerà a 6 ore, a dispetto di chi aveva gia’ dato per scardinato il modello delle fasce orarie.
Come Slc Cgil abbiamo fatto dell’implementazione dell’orario di lavoro e del mantenimento della fascia oraria il fine primario delle nostre battaglie. Abbiamo infatti sempre difeso il diritto acquisito di chi in fase di contrattualizzazione ha ottenuto la fascia oraria, consapevoli che chi è penalizzato economicamente per avere un contratto part-time, debba avere almeno garantito una minore flessibilità oraria.
Certo siamo consapevoli delle molte difficoltà che ancora ci sono in azienda. Siamo coscienti delle notevoli differenze e discriminazioni che sussistono ancora tra i lavoratori: esiste infatti chi da anni ha un contratto part/time a 4 ore e che non passerà in questa prima tranches a 6 ore, esiste chi non ha la fascia, ma ruota su matrici orarie fino alle 24.00 pur essendo part time a 4/5/6 ore, esiste chi si è visto assegnare il turno in fascia serale obbligatoriamente in fase di assunzione, pur avendo un’anzianità di anni da lap in Atesia , e molte altre sono le condizioni di gravità e criticità tra cui anche quelle che vive il personale delle aree di staff.
Non pensiamo come Rsu Slc Cgil di avere risolto ogni problema, al contrario crediamo che il percorso sia ancora lungo e difficoltoso. Ci assumiamo (come già abbiamo fatto in passato) l’onere e il compito di sanare tutte queste differenze, in modo tale che non ci siano più lavoratori che si sentano discriminati.
Con gli accordi sottoscritti abbiamo ottenuto:
• i passaggi di livello inquadramentale (passaggi che hanno poi coinvolto naturalmente anche i team leader)
• l’estensione oraria
• il mantenimento della fascia oraria
• la pausa pranzo retribuita per il personale full time (operatori e team leader) e per coloro che svolgono lavoro supplementare/straordinario fino alle 8 ore giornaliere,
• il premio di risultato.
Noi Rsu Slc Cgil abbiamo sempre creduto in tutto questo e continueremo a lottare invitando i lavoratori a seguirci per il miglioramento delle condizioni salariali e di vivibilità di tutti.
RSU SLC CGIL ATESIA/ALMAVIVA C.

mercoledì 27 agosto 2008

Comunicato Tim out 19.08.08

Nella riunione dell'11 agosto 2008 l’azienda ha comunicato alle RSU una variazione di matrici relative al servizio Tim Out. Tale variazione a loro dire si è resa necessaria per una riorganizzazione complessiva del servizio che vede gli operatori gestire anche il traffico Inbound. Le nuove matrici presentateci nella data suddetta sono peggiorative in quanto prevedono l’introduzione delle domeniche e dei festivi lavorativi.
Vogliamo sottolineare come questo gruppo di colleghi è stato sottoposto ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vivibilità e di lavoro.
Molte sono le criticità che su quel servizio si riscontrano:
• Evidente carenza nella formazione che vede gli operatori in risposta al servizio 119 senza un’adeguata preparazione con briefing non terminati e con scarso supporto tecnico (Team Leader senza alcuna formazione).
• Una pessima gestione operativa e “l’utilizzo” dei lavoratori Tim Out per sopperire alle criticità del servizio Tim 119 (piano ferie in funzione di quello del servizio Tim 119).
• Continua incertezza della collocazione della propria prestazione lavorativa.
• Ulteriori variazioni degli orari di lavoro in pieno piano ferie.
La destabilizzazione ed il non affrontare le problematiche che questo servizio sta accumulando al suo interno da gennaio ad oggi e soprattutto il non voler trovare risposte adeguate non va nella direzione dell’obiettivo concordato da Azienda e Sindacati di raggiungere la normalizzazione questa Azienda.
La variazione degli orari di lavoro, la mancata riorganizzazione della gestione operativa e soprattutto l’assenza di informazioni su un progetto a breve termine che coinvolga questo gruppo di lavoro denota una scarsa trasparenza e correttezza di rapporti.
Roma, 19-08-2008
RSU SLC CGIL

Richiesta incontro (settore IT) 11.08.08

Spett. Atesia/Almaviva C
Oggetto: sollecito richiesta di incontro
Sollecitiamo un incontro, come già in precedenza richiesto, al fine di discutere le notevoli criticità in essere nel settore IT. (reperibilità, eccessivo carico di straordinari notturni e diurni etc.)
In attesa di incontro invitiamo l’azienda a sospendere qualsiasi variazione di trattamento e a non sottoporre alcuna modifica contrattuale ai lavoratori interessati.
Roma, 11-08-2008
Rsu Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom Uil
Atesia/Almaviva C

Comunicato Tim out 11.08.08

In data 11/08/08 l’Azienda ha comunicato alle Rsu che dal 1 settembre le matrici orarie del personale addetto al servizio Tim out e che gestiscono anche il servizio Tim inbound 119, subiranno delle modifiche. Verrà infatti introdotta la domenica lavorativa, fermo restando però l’attuale orario complessivo 9.00/21.00.
Abbiamo naturalmente accolto in modo negativo tale modifica.
A noi appare che la instabilità che i lavoratori di questo servizio Tim out subiscono da mesi, risulta ormai eccessiva.
E’ già troppo tempo che questi lavoratori non vivono piu’ un clima sereno sul posto di lavoro. Hanno subito ferie imposte dall’azienda, dopo la chiusura di un piano ferie che ha visto comunque molti no alle richieste dei singoli. Sono stati messi in risposta sul servizio Tim 119 senza un’adeguata formazione, non ultimo sono costretti a gestire sia l’attività inbound sia quella outbound e comunque con un peggioramento della condizione lavorativa. Queste solo per citare alcune delle difficoltà che su questo servizio si vivono e si sono vissute, ma molte altre se ne possono annoverare.
Comprendiamo le necessità tecniche produttive dell’azienda e le difficoltà di questa di dar risposta al cliente (Tim), tuttavia vogliamo ribadire che il lavoro viene svolto da persone e che non si può ricercare qualità competenza professionalità e produttività se le persone stesse non vivono in un clima lavorativo positivo e sereno.
Abbiamo avanzato alcune proposte per rendere le nuove matrici meno svantaggiose, richiedendo che fossero introdotte un numero di domeniche lavorative inferiori rispetto a quelle proposte dall’azienda, almeno un sabato di riposo in più, una maggiore alternanza tra week end lavorativi e quelli di risposo e una maggiore alternanza di turni serali e diurni per chi ruota su fascia 9/21.
Auspichiamo che tali proposte vengano accolte e che comunque si ponga attenzione alle numerose disparità di trattamento che vi sono tra i lavoratori.
Invitiamo dunque a trovare soluzioni condivise che rispondano sia alle esigenze di produttività dell’azienda ma anche e soprattutto a quelle del lavoratore, unico artefice di produttività.
ROMA 11/08/2008
RSU Atesia/Almaviva C.
Slc cgil

Epifani: "Lavoratori, aria esagerata; così si nascondono i veri problemi"

"C'è un clima che non mi piace. Si licenzia gente che guadagna 1500 euro al mese, mentre manager che non hanno brillato nella gestione delle aziende tornano a casa ricoperti d'oro...". Guglielmo Epifani è preoccupato. Non bastasse la prospettiva di un autunno difficilissimo per l'economia e le famiglie italiane, ora c'è anche il caso dei licenziamenti alle Ferrovie ad angustiare gli ultimi giorni di ferie del leader della Cgil. "Non mi stancherò mai di ribadirlo: il sindacato non difende fannulloni e lavoratori scorretti, che peraltro danneggiano prima di tutto i propri colleghi. Abbiamo ben chiaro qual è il giusto equilibrio tra rivendicazione dei diritti e rispetto dei doveri. Così come l'esigenza di lasciarci alle spalle ogni esperienza di sindacato consociativo. Ma ora ci troviamo di fronte ad un clima esagerato, come a voler scaricare sui lavoratori la responsabilità delle cose che non vanno nel Paese e che, nel caso delle Fs, sono una politica generale del trasporto sbagliata, l'inefficienza dei servizi, l'assenza di trasferimenti da parte dello Stato, la minaccia della concorrenza".
Crede davvero che ci sia tutto questo dietro ai licenziamenti decisi dai vertici delle Ferrovie? Nel caso degli otto dipendenti di Genova l'azienda parla di infrazioni molto gravi. Non sarebbe un errore in certe eventualità usare il guanto di velluto?
"Se è stato alterato il rapporto tra ore lavorate e timbratura del cartellino si tratta di un'infrazione grave, passibile di licenziamento. Se, invece, i lavoratori hanno solo chiesto ai colleghi di timbrare al posto loro il cartellino ma senza assentarsi dal lavoro, allora si tratta di un caso che andrebbe affrontato con sanzioni meno pesanti".
Che idea si è fatta dell'altra vicenda, quella del macchinista licenziato per aver denunciato possibili rischi sulla sicurezza dei treni?
"Lì qualcosa evidentemente non torna, come dimostrano anche le reazioni degli schieramenti politici e degli osservatori imparziali. Come fanno Cipolletta e Moretti a parlare di lesione dell'immagine dell'azienda quando i veri problemi sono altri? Che dire, allora, della pulizia dei treni e delle inefficienze del servizio? Come si fa a licenziare una persona che, magari esagerando, non fa altro che difendere gli interessi degli utenti? E se poi accade un incidente che fine fa, davvero, l'immagine dell'azienda? La linea adottata dai vertici delle Fs inverte causa ed effetto ed è controproducente, anche se mi sembra dettata dalla voglia di spostare l'attenzione dai problemi reali".
Secondo l'amministratore delegato Moretti bisogna attraversare il guado che separa il pubblico impiego da una vera impresa. Lei non teme di ancorare il sindacato a posizioni anacronistiche?
"Guardi, le Fs sono passate nel giro di pochi anni da 200mila a meno di 100mila dipendenti. E' stata la più grande ristrutturazione aziendale nella storia del Paese ed è stata fatta con il consenso del sindacato. Se ora l'esigenza è quella di diffondere il più possibile la cultura del dovere, mi chiedo perché non si cerchi un rapporto positivo con i sindacati piuttosto che risolvere il tutto sul fronte degli attacchi individuali".
In realtà non si tratta solo di un caso Fs. Ormai da qualche mese in Italia ha trovato solide radici la riflessione sulla licenziabilità dei lavoratori, nel solco delle misure varate dal ministro della Funzione Pubblica, Brunetta. Non crede che nel Paese sia ormai un sentire comune l'esigenza di rivalutare concetti come meritocrazia ed efficienza?
"Già ho detto come la penso sul ruolo del sindacato nella lotta ai fannulloni e alle irregolarità. D'altro canto, nella pubblica amministrazione i licenziamenti di lavoratori per giusta causa ci sono sempre stati, senza che nel Paese si scatenassero particolari dibattiti. Ma ora esiste un clima generale alimentato da anni di campagna ideologica contro la pubblica amministrazione, motivata in fondo dagli interessi di chi vuole mettere in discussione i servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola".
Non pensa che sinistra e sindacato si siano inseriti con ritardo e con qualche contraddizione in questo dibattito?
"Non abbiamo chiuso gli occhi. E' evidente che esistono sacche di inefficienza e forti esigenze di modernizzazione. Ma mi sembra che Brunetta abbia lisciato il pelo a questo comune sentire usando però strumenti indifferenziati che penalizzano anche chi ha sempre fatto il proprio dovere, cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori: ci sono dipendenti pubblici che negli ultimi anni non hanno mai fatto un giorno di assenza per malattia e che se lo fanno ora si vedono decurtare lo stipendio...".
Che autunno attende i lavoratori italiani? Il governo non prevede di integrare la manovra economica varata a luglio, anche se la congiuntura internazionale continua a peggiorare...
"E' vero, l'esecutivo tende a minimizzare. Ma sarà un autunno difficile. Dopo la pubblicazione dei pessimi dati sul Pil nella Ue molti governi europei hanno interrotto le ferie per riunioni d'urgenza sulle contromisure da adottare di fronte alla crisi. Il nostro, invece, non ha dato segni di vita. Davanti ai venti di recessione, dimostra che l'unica cosa che gli sta a cuore è il federalismo. Mi dispiace anche per l'enfasi dimostrata dal ministro Sacconi per i dati sull'aumento delle ore di straordinario determinato dalla defiscalizzazione: in realtà il vero problema è lo spaventoso incremento delle ore di cassa integrazione nelle aziende! Il fatto è che le misure del governo nel breve periodo hanno effetti depressivi, perché non sostengono i redditi e gli investimenti oltre a tagliare fondi per settori chiave come la ricerca e l'innovazione".
Il sindacato ha già prefigurato una mobilitazione in vista di settembre. Vi spingerete fino allo sciopero generale?
"In effetti ci sono forti rischi per la coesione sociale, con l'aumento della precarietà per i giovani e l'ulteriore abbandono del Sud. Noi chiediamo al governo di cambiare la politica economica, con un vero sostegno al reddito di famiglie e pensionati, detrazioni al lavoro dipendente, restituzione del fiscal drag. L'indicazione che arriverà la valuteremo unitariamente con Cisl e Uil: è chiaro che riteniamo necessarie risposte nel segno dello sviluppo e della giustizia sociale. Le prossime settimane saranno decisive".

Fonte: http://finanza.repubblica.it 20.08.08

martedì 12 agosto 2008

A Londra scatta l'emergenza bicicletta

LONDRA - Troppe bici, Londra entra in crisi. Mentre tutte le grandi metropoli soffrono per carenza di parcheggi per le auto, a Londra scoppia l'emergenza per i parcheggi per le biciclette, un mezzo di trasporto che - visti prezzi dei carburanti, la tassa per entrare al centro e la coscienza ecologica - sta diventando sempre più popolare. Da un'inchiesta del tabloid Evening Standard risulta che molte stazioni della metropolitana londinese e ferroviarie non dispongano di sufficienti posteggi per le bici.
SERVONO 100MILA NUOVI POSTI - Secondo l'inchiesta del quotidiano per fronteggiare al meglio la diffusione costante del mezzo a due ruote, Londra necessiterebbe di almeno 100mila posti. Sono invece 25mila i posteggi attualmente disponibili. Il Network Rail, l'ente gestore della rete ferroviaria, ha già programmato ben 500 posti nella nuova stazione internazionale di King's Cross. Secondo stime ufficiali a Londra si effettuano circa 500mila trasferiment in bici all'anno, con un incremento del 91% rispetto al 2000: la maggior parte dei ciclisti però si trova costretta a lasciare il mezzo per le strade del centro. Le municipalità hanno fatto richiesta all'azienda di trasporti londinesi Transport of London, di installare nelle stazioni della metropolitana le apposite basi per le bici. «So che i municipi si stanno attrezzando per installare delle apposite postazioni, ma al momento non sono sufficienti perché non tengono il passo dell'incremento del numero di biciclette. Troppo spesso si notano ciclisti impegnati a incastrare la bici in parcheggi che già ne ospitano due», ha dichiarato Tom Bogdanowicz, portavoce della Campagna Londra Ciclabile.

Fonte: http://www.corriere.it

domenica 10 agosto 2008

Morti sul lavoro o sulle strade. Quelle vittime di serie B

Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di "paura", per esempio, oggi pensiamo immediatamente all'incolumità personale. E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli "altri" per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all'impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda "visibile" la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall'efficacia che realmente sono in grado di garantire. Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari. L'esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l'incidente (auto) stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all'industria dell'auto. Casi eccezionali, per le proporzioni dell'evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all'emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità. Quanto agli incidenti sul lavoro (fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide. Come ha rammentato di recente il Censis, rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c'è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle "morti del sabato sera". Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine. Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d'Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi). Circolare è altrettanto - forse più - pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D'altronde, chi si sentirebbe "colpevole", peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a "evadere" le tasse. Per legittima difesa. Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli "altri". (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità. E' probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è "socialmente" sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha "senso". Come un male incurabile. Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno "senso". Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare "irregolarità". Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati "criminali". Ciò che fanno non è ritenuto un atto "criminoso". Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori "non in regola". E nessuno invoca l'intervento dell'esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d'altronde, non sono considerati tali).
Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l'opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po' di rabbia e tanta rassegnazione.

di ILVO DIAMANTI
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 7 agosto 2008

In Italia più morti bianche che omicidi

In Italia le morti bianche e il numero delle vittime della strada superano di gran lunga i decessi legati alla criminalità o ad episodi violenti. I morti sul lavoro in particolare sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi.
È questo l'allarme che lancia il Censis, specificando che nel 2007 le morti legate al lavoro nel nostro Paese sono state 1.170, di cui 609 per infortuni stradali, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro o in strada durante l'esercizio dell'attività lavorativa. E l'Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, un dato che supera di gran lunga quello registrato in altri Paesi europei anche più popolosi del nostro come Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era maglia nera in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c'è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
E nonostante i decessi sul lavoro e quelli legati a incidenti stradali superino quelli legati alla criminalità, nel nostro Paese, sottolinea il Censis, «gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità». Il numero degli omicidi in Italia continua a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle cittá italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.

Fonte: Il corriere della sera

Leggi il comunicato stampa del Censis