sabato 30 agosto 2008

Clandestini nel suo capannone: nei guai un assessore leghista

Predicano bene, ma razzolano molto male. I leghisti urlano contro l'immigrazione clandestina e nel frattempo sfruttano gli stessi immigrati per arricchirsi.
Faceva così anche Roberto Zanetti, assessore della Lega alle Attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, comune in provincia di Vicenza. Nel capannone di sua proprietà la Guardia di Finanza di Bassano del Grappa ha scoperto un laboratorio di confezionamento di abbigliamento con nove cinesi costretti a lavorare in condizioni pietose.
L'assessore adesso cerca di difendersi dicendosi sconcertato. «Questa storia mi toglie 10 anni di vita, io non ne sapevo niente».
Dopo aver effettuato una serie di controlli nei giorni precedenti, i finanzieri della Compagnia di Bassano sono entrati in azione all'una di notte di mercoledì. Nell'immobile c'erano 9 asiatici. A finire in manette sono state la donna cinese che gestiva il laboratorio, immigrata regolarmente in Italia, e due operai sui quali pendeva già un provvedimento di espulsione, arrestati per violazione della legge (pensa un po') Bossi-Fini. Tre erano regolari, di altri tre non avevano documenti.
Gli operai lavoravano giorno e notte in mezzo a puzza e rumore. Ma nel capannone erano completamente segregati dormendo in due stanzette nascoste dietro un armadio con un solo e lurido wc. Gli otto vivevano come schiavi: lavoravano tutta la notte, non uscivano mai. La "direttrice", almeno, aveva una camera tutta per sè.
«Quando siamo arrivati hanno iniziato a correre e a gridare, ma la cosa che ci ha colpito di più - spiega il capitano Danilo Toma della compagnia di Bassano del Grappa - è stato il doppio fondo che abbiamo trovato su un muro. Da una botola si accedeva alle stanze, di cui una piccolissima, pochi metri quadri con i letti ammassati e un puzzo incredibile».
Per quanto riguarda la posizione dell'assessore, il capitano spiega: «Come il fratello, al momento non è indagato, anche perché il contratto di affitto era regolare». Difficile però credere che la famiglia Zanetti non fosse al corrente di cosa stesse accadendo nel capannone. «La casa dei Zanetti dista poche centinaia di metri», osserva il capitano. In più, non è la prima volta che nel profondo Nord est leghista vengono scoperti laboratori clandestini: «Di casi simili anche in zona ne abbiamo scoperti parecchi», ricorda il capitano.
Zanetti da parte sua cerca di difendesi. «La cinese titolare - spiega Roberto Zanetti - era venuta da noi la scorsa primavera; era stata costretta ad abbandonare la precedente sede, ne cercava un'altra e aveva saputo del nostro capannone. Era iscritta alla Camera di Commercio e, a quanto ci constava, i suoi dipendenti erano a posto con il permesso di soggiorno. Insomma, sembrava tutto in regola e abbiamo perfezionato la locazione, alla luce del sole».
Peccato che "alla luce del sole" però non lavorassero i cinesi. E Zanetti ne era al corrente. «Parevano invisibili - continua l'assessore vicentino - lavoravano di notte, come formiche, non disturbavano. Cosa combinassero là dentro, non lo sapevamo: avevano messo subito le tende alle finestre e non aprivano a nessuno. Consideravamo l'affitto che ci pagavano una sorta di compensazione: in fondo, è proprio per colpa della Cina che abbiamo cessato la nostra attività originaria».
È rimasto «sorpreso e sconcertato» anche il sindaco leghista di Cartigliano, Germano Racchella, nell'apprendere che il capannone dove è stato scoperto un laboratorio cinese clandestino è di proprietà di un suo assessore. «Una bella mazzata - commenta il primo cittadino - Sono sorpreso più come leghista che come sindaco», dice orgogliosamente. Racchella non ha ancora sentito il suo assessore e collega di partito Roberto Zanetti e non lo farà prima di sera. «Ho convocato una riunione - spiega il sindaco - vedremo cosa uscirà dall'incontro».

Fonte: http://www.unita.it

venerdì 29 agosto 2008

Manifestazione nazionale dei lavoratori dei call center del 19.09.08

Manifestazione nazionale dei lavoratori dei call center del 19.09.08

• A difesa dell’occupazione e per la stabilizzazione di tutti i lavoratori del settore
• Per una crescita di qualità contro il dumping delle imprese che ricorrono a lavoro nero e al lavoro precario
• Per l’applicazione e il rispetto delle circolari del Ministero del Lavoro a partire da quella sul lavoro in outbound
• Per maggiori controlli ispettivi e per dare attuazione ai circa 8 mila verbali che hanno sanzionato l’uso illegittimo di altrettanti contratti a progetto
• Per una maggiore responsabilità dei committenti, che non devono dare commesse a chi non ha lavoratori subordinati e non rispetta il CCNL
• Per introdurre nel settore clausole sociali di tutela occupazionale in caso di cambio di commesse
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

giovedì 28 agosto 2008

Call center Atesia, adesso i problemi toccano agli interinali

Precari in affitto dall'agenzia «Interim 25», rispondono per la Tim. Ma dopo due mesi non hanno ancora visto un euro.

Vuoi o non vuoi ad Atesia, il call center più grande d'Italia, c'è sempre qualche problema. Dopo l'abbondante stabilizzazione dei precari storici - con luci e ombre, nel corso del 2007 - adesso tocca agli interinali. Presi in affitto attraverso le agenzie Metis, Adecco e Interim 25, ad alcuni capita di lavorare senza venire retribuiti. In particolare, ci occupiamo di quelli della Interim 25, società che ha sede legale a Bari, ma che quest'anno aveva trovato una novantina di persone per l'emergenza estiva attraverso la filiale di Roma. Tutti lavoratori da impiegare al 119 della Tim. I novanta hanno fatto un corso di 15 giorni che avrebbe dovuto essere retribuito intorno ai 300 euro, con relativo attestato finale. Circa la metà di loro ha passato la selezione di fine corso e ha regolarmente preso servizio dal 7 luglio, per un contratto di due mesi: e il primo stipendio sarebbe dovuto arrivare già a inizio agosto. Ma siamo costretti a tutti questi condizionali perché dei soldi non s'è vista traccia e, come se non bastasse, la Interim 25 di Roma dopo alcune telefonate di protesta ha deciso di non rispondere più, lasciando un numero affisso in bacheca: per info contatta la sede di Bari. Noi ieri pomeriggio abbiamo provato ripetutamente a chiamare, sia Roma che Bari, ma non ci ha risposto nessuno.
«Ormai sono quasi due mesi che lavoro ma non ho ricevuto un euro - ci spiega un operatore, che per motivi comprensibili lasciamo nell'anonimato - Siamo esasperati, dobbiamo pagare affitti, bollette, abbiamo problemi persino con la spesa. Abbiamo chiamato decine di volte la Interim 25 ma ormai alla sede di Roma non ci rispondono più. A Bari abbiamo trovato qualcuno che ci ha ascoltato, ma non ci ha dato risposte esaurienti». E così, quasi per un crudele contrappasso, gli addetti al call center hanno dovuto attaccarsi a un altro call center per ottenere il loro salario. Almeno 800 euro per il solo luglio, senza contare le maggiorazioni per domeniche e notti; e gli straordinari: per alcuni sono più di 20 ore. Un po' il fatto che i dipendenti di Atesia sono in ferie, un po' le campagne estive, il lavoro non manca. E anche i 300 euro del corso: per ora nisba. E dire che si è svolto con tutti i crismi nella sede di Atesia, con una formatrice della Tim. Alla faccia, è tutto gratis?
Per il momento, pare di sì, anche se gli operatori annunciano vertenze a raffica: «Noi non ci arrendiamo, non è giusto lavorare e non essere pagati nelle scadenze giuste. E' una questione di correttezza. E poi con cosa viviamo?». Si tratta di contratti da 30 ore settimanali, quasi un full time, e dunque praticamente l'unica fonte di sostentamento per la gran parte dei lavoratori.
A 30 ore settimanali, comunque, arriveranno gradualmente anche i dipendenti di Atesia, grazie a un accordo di giugno: chi ne farà richiesta, potrà passare da 20 (o 25) a 30 ore. Il tutto in 3 anni, i primi 450 operatori già in settembre. Ma nonostante questo, Atesia continua a pescare nelle agenzie interinali. Per tutti, comunque, va ricordato l'appuntamento del prossimo 19 settembre: a Roma si terrà la prima manifestazione nazionale dei call center.
Antonio Sciotto
Fonte: http://www.ilmanifesto.it

Lavoratori in somministrazione Interim 25 presso Atesia

Nei colloqui telefonici intercorsi tra Cgil ed Interim 25 i referenti dell’agenzia hanno motivato il non pagamento delle retribuzioni dei mesi di giugno e luglio con la mancanza di liquidità dovuto al mancato pagamento delle fatture da parte di Atesia.
Siamo stati informati che Interim 25 ha chiesto un incontro al gruppo Almaviva per affrontare la situazione che si sta ripetendo anche per il mese di agosto.
La Cgil indipendentemente dal contenzioso Almaviva Interim 25 ha chiesto che comunque, come da contratto e nei termini di legge, Interim 25 provveda al pagamento delle retribuzioni spettanti.
Contemporaneamente chiederà un incontro urgente con il gruppo Almaviva che, in caso di insolvenza da parte della società somministrante è tenuta a risponderne in solido.
Sarà nostro impegno tenervi aggiornati, costantemente sugli avanzamenti, prevedendo anche eventuali iniziative di lotta.
Invitiamo i lavoratori in somministrazione in Atesia ad eleggere un loro rappresentante (uno ogni 20 lavoratori) che potrà affiancarci e partecipare a tutte le iniziative che metteremo in campo (per disponibilità ed informazione rivolgetevi a Giampiero Modena tel. 3480143653, Pompeo Scopino tel. 3389665816).
Invitiamo tutti i lavoratori di Atesia con qualsiasi forma contrattuale e delle altre agenzie di somministrazione ad esprimere fattiva solidarietà ai colleghi di Interim 25.
Roma 22 agosto 2008
Cgil Roma Sud
Slc-Cgil Roma Sud
Nidil-Cgil Roma Sud
Rsu Slc-Cgil Atesia/Almaviva Contact

Un primo passo……

Finalmente, come sancito dall’accordo siglato tra le OO.SS., le Rsu e l’azienda si stanno eseguendo i primi passaggi a 6 ore. Il numero di lavoratori che dal 1 settembre vedranno un miglioramento delle loro condizioni economiche con l’aumento dell’orario di lavoro, sono, per questa prima tranches, 147 complessivamente tra Atesia e Almaviva C. Appare forse un numero esiguo, ma è al contrario un passaggio importante ed un inizio, per un percorso che dovrà coinvolgere tutti i lavoratori che lo vorranno. Come Slc Cgil ci siamo posti da sempre come obiettivo principale il miglioramento delle condizioni salariali di tutti i lavoratori di Atesia e di Almaviva contact. Abbiamo inoltre ottenuto un ulteriore vittoria, il mantenimento delle fasce orarie anche per chi passerà a 6 ore, a dispetto di chi aveva gia’ dato per scardinato il modello delle fasce orarie.
Come Slc Cgil abbiamo fatto dell’implementazione dell’orario di lavoro e del mantenimento della fascia oraria il fine primario delle nostre battaglie. Abbiamo infatti sempre difeso il diritto acquisito di chi in fase di contrattualizzazione ha ottenuto la fascia oraria, consapevoli che chi è penalizzato economicamente per avere un contratto part-time, debba avere almeno garantito una minore flessibilità oraria.
Certo siamo consapevoli delle molte difficoltà che ancora ci sono in azienda. Siamo coscienti delle notevoli differenze e discriminazioni che sussistono ancora tra i lavoratori: esiste infatti chi da anni ha un contratto part/time a 4 ore e che non passerà in questa prima tranches a 6 ore, esiste chi non ha la fascia, ma ruota su matrici orarie fino alle 24.00 pur essendo part time a 4/5/6 ore, esiste chi si è visto assegnare il turno in fascia serale obbligatoriamente in fase di assunzione, pur avendo un’anzianità di anni da lap in Atesia , e molte altre sono le condizioni di gravità e criticità tra cui anche quelle che vive il personale delle aree di staff.
Non pensiamo come Rsu Slc Cgil di avere risolto ogni problema, al contrario crediamo che il percorso sia ancora lungo e difficoltoso. Ci assumiamo (come già abbiamo fatto in passato) l’onere e il compito di sanare tutte queste differenze, in modo tale che non ci siano più lavoratori che si sentano discriminati.
Con gli accordi sottoscritti abbiamo ottenuto:
• i passaggi di livello inquadramentale (passaggi che hanno poi coinvolto naturalmente anche i team leader)
• l’estensione oraria
• il mantenimento della fascia oraria
• la pausa pranzo retribuita per il personale full time (operatori e team leader) e per coloro che svolgono lavoro supplementare/straordinario fino alle 8 ore giornaliere,
• il premio di risultato.
Noi Rsu Slc Cgil abbiamo sempre creduto in tutto questo e continueremo a lottare invitando i lavoratori a seguirci per il miglioramento delle condizioni salariali e di vivibilità di tutti.
RSU SLC CGIL ATESIA/ALMAVIVA C.

mercoledì 27 agosto 2008

Comunicato Tim out 19.08.08

Nella riunione dell'11 agosto 2008 l’azienda ha comunicato alle RSU una variazione di matrici relative al servizio Tim Out. Tale variazione a loro dire si è resa necessaria per una riorganizzazione complessiva del servizio che vede gli operatori gestire anche il traffico Inbound. Le nuove matrici presentateci nella data suddetta sono peggiorative in quanto prevedono l’introduzione delle domeniche e dei festivi lavorativi.
Vogliamo sottolineare come questo gruppo di colleghi è stato sottoposto ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vivibilità e di lavoro.
Molte sono le criticità che su quel servizio si riscontrano:
• Evidente carenza nella formazione che vede gli operatori in risposta al servizio 119 senza un’adeguata preparazione con briefing non terminati e con scarso supporto tecnico (Team Leader senza alcuna formazione).
• Una pessima gestione operativa e “l’utilizzo” dei lavoratori Tim Out per sopperire alle criticità del servizio Tim 119 (piano ferie in funzione di quello del servizio Tim 119).
• Continua incertezza della collocazione della propria prestazione lavorativa.
• Ulteriori variazioni degli orari di lavoro in pieno piano ferie.
La destabilizzazione ed il non affrontare le problematiche che questo servizio sta accumulando al suo interno da gennaio ad oggi e soprattutto il non voler trovare risposte adeguate non va nella direzione dell’obiettivo concordato da Azienda e Sindacati di raggiungere la normalizzazione questa Azienda.
La variazione degli orari di lavoro, la mancata riorganizzazione della gestione operativa e soprattutto l’assenza di informazioni su un progetto a breve termine che coinvolga questo gruppo di lavoro denota una scarsa trasparenza e correttezza di rapporti.
Roma, 19-08-2008
RSU SLC CGIL

Richiesta incontro (settore IT) 11.08.08

Spett. Atesia/Almaviva C
Oggetto: sollecito richiesta di incontro
Sollecitiamo un incontro, come già in precedenza richiesto, al fine di discutere le notevoli criticità in essere nel settore IT. (reperibilità, eccessivo carico di straordinari notturni e diurni etc.)
In attesa di incontro invitiamo l’azienda a sospendere qualsiasi variazione di trattamento e a non sottoporre alcuna modifica contrattuale ai lavoratori interessati.
Roma, 11-08-2008
Rsu Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom Uil
Atesia/Almaviva C

Comunicato Tim out 11.08.08

In data 11/08/08 l’Azienda ha comunicato alle Rsu che dal 1 settembre le matrici orarie del personale addetto al servizio Tim out e che gestiscono anche il servizio Tim inbound 119, subiranno delle modifiche. Verrà infatti introdotta la domenica lavorativa, fermo restando però l’attuale orario complessivo 9.00/21.00.
Abbiamo naturalmente accolto in modo negativo tale modifica.
A noi appare che la instabilità che i lavoratori di questo servizio Tim out subiscono da mesi, risulta ormai eccessiva.
E’ già troppo tempo che questi lavoratori non vivono piu’ un clima sereno sul posto di lavoro. Hanno subito ferie imposte dall’azienda, dopo la chiusura di un piano ferie che ha visto comunque molti no alle richieste dei singoli. Sono stati messi in risposta sul servizio Tim 119 senza un’adeguata formazione, non ultimo sono costretti a gestire sia l’attività inbound sia quella outbound e comunque con un peggioramento della condizione lavorativa. Queste solo per citare alcune delle difficoltà che su questo servizio si vivono e si sono vissute, ma molte altre se ne possono annoverare.
Comprendiamo le necessità tecniche produttive dell’azienda e le difficoltà di questa di dar risposta al cliente (Tim), tuttavia vogliamo ribadire che il lavoro viene svolto da persone e che non si può ricercare qualità competenza professionalità e produttività se le persone stesse non vivono in un clima lavorativo positivo e sereno.
Abbiamo avanzato alcune proposte per rendere le nuove matrici meno svantaggiose, richiedendo che fossero introdotte un numero di domeniche lavorative inferiori rispetto a quelle proposte dall’azienda, almeno un sabato di riposo in più, una maggiore alternanza tra week end lavorativi e quelli di risposo e una maggiore alternanza di turni serali e diurni per chi ruota su fascia 9/21.
Auspichiamo che tali proposte vengano accolte e che comunque si ponga attenzione alle numerose disparità di trattamento che vi sono tra i lavoratori.
Invitiamo dunque a trovare soluzioni condivise che rispondano sia alle esigenze di produttività dell’azienda ma anche e soprattutto a quelle del lavoratore, unico artefice di produttività.
ROMA 11/08/2008
RSU Atesia/Almaviva C.
Slc cgil

Epifani: "Lavoratori, aria esagerata; così si nascondono i veri problemi"

"C'è un clima che non mi piace. Si licenzia gente che guadagna 1500 euro al mese, mentre manager che non hanno brillato nella gestione delle aziende tornano a casa ricoperti d'oro...". Guglielmo Epifani è preoccupato. Non bastasse la prospettiva di un autunno difficilissimo per l'economia e le famiglie italiane, ora c'è anche il caso dei licenziamenti alle Ferrovie ad angustiare gli ultimi giorni di ferie del leader della Cgil. "Non mi stancherò mai di ribadirlo: il sindacato non difende fannulloni e lavoratori scorretti, che peraltro danneggiano prima di tutto i propri colleghi. Abbiamo ben chiaro qual è il giusto equilibrio tra rivendicazione dei diritti e rispetto dei doveri. Così come l'esigenza di lasciarci alle spalle ogni esperienza di sindacato consociativo. Ma ora ci troviamo di fronte ad un clima esagerato, come a voler scaricare sui lavoratori la responsabilità delle cose che non vanno nel Paese e che, nel caso delle Fs, sono una politica generale del trasporto sbagliata, l'inefficienza dei servizi, l'assenza di trasferimenti da parte dello Stato, la minaccia della concorrenza".
Crede davvero che ci sia tutto questo dietro ai licenziamenti decisi dai vertici delle Ferrovie? Nel caso degli otto dipendenti di Genova l'azienda parla di infrazioni molto gravi. Non sarebbe un errore in certe eventualità usare il guanto di velluto?
"Se è stato alterato il rapporto tra ore lavorate e timbratura del cartellino si tratta di un'infrazione grave, passibile di licenziamento. Se, invece, i lavoratori hanno solo chiesto ai colleghi di timbrare al posto loro il cartellino ma senza assentarsi dal lavoro, allora si tratta di un caso che andrebbe affrontato con sanzioni meno pesanti".
Che idea si è fatta dell'altra vicenda, quella del macchinista licenziato per aver denunciato possibili rischi sulla sicurezza dei treni?
"Lì qualcosa evidentemente non torna, come dimostrano anche le reazioni degli schieramenti politici e degli osservatori imparziali. Come fanno Cipolletta e Moretti a parlare di lesione dell'immagine dell'azienda quando i veri problemi sono altri? Che dire, allora, della pulizia dei treni e delle inefficienze del servizio? Come si fa a licenziare una persona che, magari esagerando, non fa altro che difendere gli interessi degli utenti? E se poi accade un incidente che fine fa, davvero, l'immagine dell'azienda? La linea adottata dai vertici delle Fs inverte causa ed effetto ed è controproducente, anche se mi sembra dettata dalla voglia di spostare l'attenzione dai problemi reali".
Secondo l'amministratore delegato Moretti bisogna attraversare il guado che separa il pubblico impiego da una vera impresa. Lei non teme di ancorare il sindacato a posizioni anacronistiche?
"Guardi, le Fs sono passate nel giro di pochi anni da 200mila a meno di 100mila dipendenti. E' stata la più grande ristrutturazione aziendale nella storia del Paese ed è stata fatta con il consenso del sindacato. Se ora l'esigenza è quella di diffondere il più possibile la cultura del dovere, mi chiedo perché non si cerchi un rapporto positivo con i sindacati piuttosto che risolvere il tutto sul fronte degli attacchi individuali".
In realtà non si tratta solo di un caso Fs. Ormai da qualche mese in Italia ha trovato solide radici la riflessione sulla licenziabilità dei lavoratori, nel solco delle misure varate dal ministro della Funzione Pubblica, Brunetta. Non crede che nel Paese sia ormai un sentire comune l'esigenza di rivalutare concetti come meritocrazia ed efficienza?
"Già ho detto come la penso sul ruolo del sindacato nella lotta ai fannulloni e alle irregolarità. D'altro canto, nella pubblica amministrazione i licenziamenti di lavoratori per giusta causa ci sono sempre stati, senza che nel Paese si scatenassero particolari dibattiti. Ma ora esiste un clima generale alimentato da anni di campagna ideologica contro la pubblica amministrazione, motivata in fondo dagli interessi di chi vuole mettere in discussione i servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola".
Non pensa che sinistra e sindacato si siano inseriti con ritardo e con qualche contraddizione in questo dibattito?
"Non abbiamo chiuso gli occhi. E' evidente che esistono sacche di inefficienza e forti esigenze di modernizzazione. Ma mi sembra che Brunetta abbia lisciato il pelo a questo comune sentire usando però strumenti indifferenziati che penalizzano anche chi ha sempre fatto il proprio dovere, cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori: ci sono dipendenti pubblici che negli ultimi anni non hanno mai fatto un giorno di assenza per malattia e che se lo fanno ora si vedono decurtare lo stipendio...".
Che autunno attende i lavoratori italiani? Il governo non prevede di integrare la manovra economica varata a luglio, anche se la congiuntura internazionale continua a peggiorare...
"E' vero, l'esecutivo tende a minimizzare. Ma sarà un autunno difficile. Dopo la pubblicazione dei pessimi dati sul Pil nella Ue molti governi europei hanno interrotto le ferie per riunioni d'urgenza sulle contromisure da adottare di fronte alla crisi. Il nostro, invece, non ha dato segni di vita. Davanti ai venti di recessione, dimostra che l'unica cosa che gli sta a cuore è il federalismo. Mi dispiace anche per l'enfasi dimostrata dal ministro Sacconi per i dati sull'aumento delle ore di straordinario determinato dalla defiscalizzazione: in realtà il vero problema è lo spaventoso incremento delle ore di cassa integrazione nelle aziende! Il fatto è che le misure del governo nel breve periodo hanno effetti depressivi, perché non sostengono i redditi e gli investimenti oltre a tagliare fondi per settori chiave come la ricerca e l'innovazione".
Il sindacato ha già prefigurato una mobilitazione in vista di settembre. Vi spingerete fino allo sciopero generale?
"In effetti ci sono forti rischi per la coesione sociale, con l'aumento della precarietà per i giovani e l'ulteriore abbandono del Sud. Noi chiediamo al governo di cambiare la politica economica, con un vero sostegno al reddito di famiglie e pensionati, detrazioni al lavoro dipendente, restituzione del fiscal drag. L'indicazione che arriverà la valuteremo unitariamente con Cisl e Uil: è chiaro che riteniamo necessarie risposte nel segno dello sviluppo e della giustizia sociale. Le prossime settimane saranno decisive".

Fonte: http://finanza.repubblica.it 20.08.08

martedì 12 agosto 2008

A Londra scatta l'emergenza bicicletta

LONDRA - Troppe bici, Londra entra in crisi. Mentre tutte le grandi metropoli soffrono per carenza di parcheggi per le auto, a Londra scoppia l'emergenza per i parcheggi per le biciclette, un mezzo di trasporto che - visti prezzi dei carburanti, la tassa per entrare al centro e la coscienza ecologica - sta diventando sempre più popolare. Da un'inchiesta del tabloid Evening Standard risulta che molte stazioni della metropolitana londinese e ferroviarie non dispongano di sufficienti posteggi per le bici.
SERVONO 100MILA NUOVI POSTI - Secondo l'inchiesta del quotidiano per fronteggiare al meglio la diffusione costante del mezzo a due ruote, Londra necessiterebbe di almeno 100mila posti. Sono invece 25mila i posteggi attualmente disponibili. Il Network Rail, l'ente gestore della rete ferroviaria, ha già programmato ben 500 posti nella nuova stazione internazionale di King's Cross. Secondo stime ufficiali a Londra si effettuano circa 500mila trasferiment in bici all'anno, con un incremento del 91% rispetto al 2000: la maggior parte dei ciclisti però si trova costretta a lasciare il mezzo per le strade del centro. Le municipalità hanno fatto richiesta all'azienda di trasporti londinesi Transport of London, di installare nelle stazioni della metropolitana le apposite basi per le bici. «So che i municipi si stanno attrezzando per installare delle apposite postazioni, ma al momento non sono sufficienti perché non tengono il passo dell'incremento del numero di biciclette. Troppo spesso si notano ciclisti impegnati a incastrare la bici in parcheggi che già ne ospitano due», ha dichiarato Tom Bogdanowicz, portavoce della Campagna Londra Ciclabile.

Fonte: http://www.corriere.it

domenica 10 agosto 2008

Morti sul lavoro o sulle strade. Quelle vittime di serie B

Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di "paura", per esempio, oggi pensiamo immediatamente all'incolumità personale. E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli "altri" per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all'impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda "visibile" la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall'efficacia che realmente sono in grado di garantire. Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari. L'esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l'incidente (auto) stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all'industria dell'auto. Casi eccezionali, per le proporzioni dell'evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all'emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità. Quanto agli incidenti sul lavoro (fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide. Come ha rammentato di recente il Censis, rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c'è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle "morti del sabato sera". Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine. Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d'Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi). Circolare è altrettanto - forse più - pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D'altronde, chi si sentirebbe "colpevole", peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a "evadere" le tasse. Per legittima difesa. Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli "altri". (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità. E' probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è "socialmente" sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha "senso". Come un male incurabile. Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno "senso". Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare "irregolarità". Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati "criminali". Ciò che fanno non è ritenuto un atto "criminoso". Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori "non in regola". E nessuno invoca l'intervento dell'esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d'altronde, non sono considerati tali).
Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l'opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po' di rabbia e tanta rassegnazione.

di ILVO DIAMANTI
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 7 agosto 2008

In Italia più morti bianche che omicidi

In Italia le morti bianche e il numero delle vittime della strada superano di gran lunga i decessi legati alla criminalità o ad episodi violenti. I morti sul lavoro in particolare sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi.
È questo l'allarme che lancia il Censis, specificando che nel 2007 le morti legate al lavoro nel nostro Paese sono state 1.170, di cui 609 per infortuni stradali, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro o in strada durante l'esercizio dell'attività lavorativa. E l'Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, un dato che supera di gran lunga quello registrato in altri Paesi europei anche più popolosi del nostro come Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era maglia nera in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c'è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
E nonostante i decessi sul lavoro e quelli legati a incidenti stradali superino quelli legati alla criminalità, nel nostro Paese, sottolinea il Censis, «gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità». Il numero degli omicidi in Italia continua a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle cittá italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.

Fonte: Il corriere della sera

Leggi il comunicato stampa del Censis

martedì 5 agosto 2008

Comunicato Cgil, Cisl, Uil 05.08.08

Cari amici e compagni,
l’azienda ci ha oggi comunicato che nei prossimi giorni incontrerà le RSU per comunicare i passaggi a 6 ore come da accordo sottoscritto, in ottemperanza alle quantità e ai criteri definiti dallo stesso.
La divisione dei primi passaggi, secondo il principio di proporzionalità definito nell’intesa, sarà la seguente:
• Palermo 72 (Alicos) + 96 (Marcellina)
• Catania 39
• Napoli 14
• Roma (Atesia + Almaviva) 147/148
• Milano 6
Cordiali saluti, l’occasione ci è gradita per augurarvi buone vacanze.
Roma, 5 Agosto 2008
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Tripi: «Altre assunzioni entro l'anno»

Da oggi il gruppo Almaviva ha messo fine alla cassa integrazione per un migliaio di dipendenti (con riduzione dell'orario di circa il 10% ciascuno). Inoltre i dati del primo semestre sono in ripresa, dopo un biennio di perdite.
«Ma questo non significa – spiega il presidente Alberto Tripi, 68 anni – che la ristrutturazione del gruppo sia finita. La strada è tutta in salita e il cammino da fare è ancora lungo e duro. Comunque ne abbiamo fatti di passi avanti dopo che con mio figlio Marco, amministratore delegato, nell'ottobre 2007 abbiamo varato il "crash programme" perché la marginalità di tutti i prodotti era in calo (abbiamo anche dovuto chiudere in Romania). Siamo fiduciosi di farcela, anche con l'aiuto del management, dei dipendenti e con la collaborazione dei sindacati. Il tutto, poi, potrebbe essere enormemente facilitato qualora venissero pagate le fatture che abbiamo emesso, quasi tutte nei confronti della pubblica amministrazione. A fronte di servizi effettuati vantiamo crediti per circa 300 milioni sui quali scontiamo un ritardo medio di pagamento di 230 giorni. Questo rappresenta una palla al piede, anche perché il nostro portafoglio ordini sfiora il miliardo di euro (di cui 750 entro il 2009) e quindi dobbiamo fare investimenti. Entro fine anno, per esempio, siamo intenzionati ad assumere almeno un centinaio di persone, di cui la metà neolaureati».
Vediamo i dati, dopo un bilancio 2006 che ha comportato accantonamenti straordinari e un 2007 chiuso in perdita per 60 milioni. Nei primi sei mesi di quest'anno il fatturato (in sostanza stabile) ha raggiunto i 288 milioni con la previsione di chiudere il 2008 a 650 milioni.
Il margine operativo lordo (Ebitda) dei sei mesi è cresciuto a 15 milioni di euro con una proiezione annua di 55. In miglioramento anche il margine netto (Ebit) che nel primo semestre è ridiventato positivo per sei milioni con l'aspettativa che raggiunga i 21 milioni di euro per la fine dell'anno.
R.E.
Il sole 24 ore, 02 Agosto 2008

lunedì 4 agosto 2008

8x1000, più soldi al Molise che al Terzo Mondo

La televisione, dove l’unico spot circolante è quello della Chiesa Cattolica, ci ha abituati a pensare all’8x1000 come a una magnifica occasione per aiutare i derelitti della Terra. Nelle pubblicità compaiono bambini di Paesi poveri, fame e miseria. Far tornare un sorriso su quei volti emaciati è facile: basta apporre una firma sulla dichiarazione dei redditi e si destina una quota dell’Irpef a quelle popolazioni in difficoltà.
Una bella favola. Peccato che resti, appunto, una favola. La Chiesa Cattolica destina solo il 20% di quello che riceve con l’8x1000 per fare della carità (fonte Cei). Il resto lo incamera. Le istituzioni laiche non fanno meglio. Tra il 2001 e il 2006 lo Stato italiano, attraverso l’8x1000, ha destinato all’Africa 9 milioni di euro per combattere la piaga della fame: un quinto di quanto ha dato per la regione Lazio (43 milioni). E pensare che il Continente Nero, con i suoi oltre 800 milioni di abitanti, ha preso più degli altri. All’Asia, 4 miliardi di individui, è arrivato un milione e mezzo: il prezzo di una villa in Sardegna. O se si preferisce un quarto di quanto il governo ha stanziato - prelevandolo dallo stesso fondo - al solo Molise (7,2 milioni di euro). Seguono l’America Centrale con 610mila euro e quella Meridionale con 560mila, poco più e poco meno di 10mila euro all’anno.
E sarebbe andata ancora peggio se nel 2006 tutta la quota statale, ovvero 4,7 milioni di euro, non fosse stata completamente destinata a progetti contro la fame nel mondo. Evidentemente la beneficenza va di moda solo negli spot. Secondo la sezione di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti dal 2001 al 2006 lo Stato italiano ha elargito 272 milioni di euro grazie all’8x1000 degli italiani. Ma se si vanno a guardare le aree di intervento, le differenze sono enormi: 179 milioni (il 66%) sono serviti per finanziare progetti di conservazione di beni culturali; 59 milioni (il 22%) per affrontare calamità naturali; 22 milioni (l’8%) per l’assistenza ai rifugiati; solo il 4% è andato a progetti contro la fame nel mondo.
Una scelta difficile da spiegare, a meno che non si entri nel dettaglio e s’intuiscano alcuni meccanismi che governano la classe politica italiana. Se si scorrono i progetti finanziati nei sei anni presi in esame, si scopre che il 40% circa ha riguardato il restauro di chiese, abbazie, conventi e parrocchie. Un aspetto che non è sfuggito alla Corte che, in adunanza pubblica, ha chiesto conto alla rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tanti finanziamenti a enti religiosi. La risposta è stata che il patrimonio artistico, culturale, storico e architettonico degli enti religiosi in Italia è di grande eccellenza. Vero, ma la Corte non ha potuto che richiamare alle norme che regolano la distribuzione dell’8x1000 e che parlano di bilanciamento nella scelta dei progetti e di urgenza degli stessi.
La disparità di trattamento, invece, è evidente. Tanto più se si tiene conto di altri dati. I numeri parlano da soli: i 315 milioni di euro attribuiti allo Stato dal 2001 al 2007 impallidiscono di fronte ai 6.546 milioni ricevuti dalla Chiesa Cattolica. È il ritorno dello spot televisivo? I creativi sono bravi, ma non così tanto. A meno che non si voglia annoverare in questa categoria (e il personaggio di sicuro lo merita) anche l’attuale ministro delle Finanze Giulio Tremonti. È sua l’idea del meccanismo di redistribuzione che tanti mal di pancia fa venire ai laici che siedono in Parlamento ma non solo.
Non tutti gli italiani dichiarano a chi deve andare il loro 8x1000. Solo il 40% lo fa scegliendo tra Stato, Chiesa Cattolica, Valdesi, Luterani, Comunità ebraica, Avventisti o Assembleari. E il restante 60%? In altri Paesi, dove la donazione deve rispecchiare una volontà esplicita del contribuente, questa quota rimane allo Stato e quindi a disposizione di tutti. In Italia viene invece ridistribuita secondo le proporzioni del 40%, dove i cattolici vanno forte. Alla fine circa il 90% dell’intero gettito va alla Chiesa. Si tratta di quasi un miliardo di euro all’anno, 991 milioni nel 2007.
E pensare che quando nacque l’8x1000, la sua funzione era quella di sostituire la congrua per il pagamento dello stipendio ai sacerdoti. Lo Stato era anche disposto a mettere di tasca propria il denaro necessario per arrivare alla cifra di 407 milioni di euro nel caso i fondi fossero risultati insufficienti. Oggi gli stipendi dei preti rappresentano un terzo dell’8x1000 che va alla Chiesa, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione la cifra, nemmeno la commissione bilaterale italo-vaticana che aveva il compito di rivedere le quote nel caso il gettito fosse stato eccessivo.
Del fiume di denaro che va alla Chiesa Cattolica, la Cei destina il 20% per opere caritatevoli, il 35% per pagare gli stipendi dei 38mila sacerdoti italiani e il resto, circa mezzo miliardo di euro, viene ufficialmente utilizzato per non meglio precisate «esigenze di culto», «catechesi» e «gestione del patrimonio immobiliare». Forse anche per questo lo slogan scelto dai Valdesi per un loro spot radiofonico di qualche tempo fa era: «Molte scuole, nessuna chiesa». La pubblicità in questione è stata vittima di una sorta di censura: per mesi non è stata mandata in onda. Non è l’unica disparità che lamentano le altre confessioni religiose.
Diversamente dai cattolici, infatti, Valdesi, Luterani, Comunità Ebraiche, Assembleari e Avventisti ottengono i fondi (volontariamente sottoscritti dagli italiani) solo dopo tre anni. Alla Cei, invece, lo Stato versa un anticipo del 90% sull’introito dell’anno successivo. Le vie del Signore, in alcuni casi, si fanno scorciatoie. Ma le disparità tra religioni diverse non sono le uniche che si possono riscontrare tra i finanziamenti statali dell’8x1000.
Nonostante i criteri di scelta dicano che, per finanziare i progetti, è necessario tener conto di vari fattori, tra cui anche quello della maggiore o minore popolazione presente sul territorio su cui insiste il progetto, ci sono regioni che paiono baciate dalla fortuna. In sei anni all’Abruzzo sono andati 13 milioni di euro, quanto la Sicilia e la Toscana, e quattro volte l’Umbria (3 milioni di euro). E che dire delle Marche (22 milioni di euro), che ha ricevuto più del doppio di una regione come il Piemonte? Capire perché questo accade è praticamente impossibile.
Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio, che si occupa della distribuzione dei fondi, dichiara di aver tenuto conto dei criteri scelti dalla Presidenza, ma anche «della commissione tecnica di valutazione», dei «pareri non vincolanti delle Camere», di imprecisate «indicazioni arrivate da autorità politiche» e dei suggerimenti delle «commissioni parlamentari». Come dire: di tutti. Il risultato è stata la solita guerra tra lobby, che però ha provocato un effetto perverso: l’enorme frammentazione dei finanziamenti.
Se ognuno vuole la sua fetta di torta, per quanto piccola, l’esito è scontato: l’8x1000 si perde in una serie infinita di rigagnoli. Il 78% dei finanziamenti erogati, ovvero tre su quattro, è inferiore a 500.000 euro. Quasi la metà (43,22%) è compreso tra i 100 e i 500 mila euro. Chi dovrebbe evitare tutto questo è la Presidenza del Consiglio. Per legge dovrebbe essere il filtro che dà unitarietà e razionalità agli interventi, ma non accade.
La Corte rileva che i ministeri si rivolgono direttamente al dicastero delle Finanze per i progetti. Questo ha un ulteriore conseguenza: se si elimina la responsabilità della Presidenza del consiglio, chi controlla gli esiti dei lavori? Il regolamento stabilisce che, passati 21 mesi, se questi non sono iniziati, il finanziamento viene revocato. Sarebbe dovuto accadere per esempio per la Chiesa della Martorana di Palermo, per il Complesso di Santa Margherita Nuova in Procida o per la Chiesa di santa Prudenziana a Roma. Non è avvenuto.
Di fronte a questi risultati non stupisce la disaffezione dei cittadini. Nel 2004 il 10,28% dei contribuenti aveva affidato il suo 8x1000 allo Stato. La percentuale è scesa all’8,65% nel 2005, all’8,38% nel 2006 e al 7,74% nel 2007. Forse avranno contribuito le leggi che in questi anni hanno decurtato la quota statale senza tener minimamente conto delle finalità per cui era stato istituito l’8x1000. Nel 2001 sono stati prelevati 77 milioni di euro per finanziare la proroga della missione dei militari italiani in Albania e nel 2004 il governo Berlusconi ha deciso una decurtazione di 80 milioni di euro anche negli anni successivi per sostenere la missione italiana in Iraq. Le decurtazioni dal 2001 al 2007 sono ammontate a 353 milioni di euro, più dei 315 milioni rimasti nel fondo 8x1000. Siamo lontani anni luce dai bambini dello spot in tv.

RAPHAEL ZANOTTI
Fonte: http://www.lastampa.it

giovedì 31 luglio 2008

Pio La Torre, buona politica contro la mafia

Il ministro della Giustizia Alfano ha annunciato che reintrodurrà il 41 bis per il boss mafioso Nino Madonia. Una buona e attesa notizia che attenua lo sconcerto di quanti avevano dovuto constatare con rammarico come la rinuncia al carcere duro avesse interessato proprio l’assassino di Pio La Torre. Un dirigente politico oggi quasi dimenticato al quale la democrazia repubblicana deve invece moltissimo.
Lo ricorda la recente biografia di due giornalisti, Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca, Pio La Torre. Una storia italiana. La vita del politico e dell’uomo che sfidò la mafia (Aliberti, pp. 176, euro 16,50), che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita: le origini umili in una famiglia di contadini analfabeti; la scelta dello studio come riscatto sociale; la militanza nel Pci e nel sindacato che lo portarono ad abbandonare la casa del padre, spaventato per il suo impegno contro la mafia in un’età in cui quel nome non si pronunciava neppure; l’occupazione delle terre incolte nel biennio 1949-1950, un’attività pagata con oltre un anno e mezzo di carcere.
Nel 1969 La Torre venne chiamato a Roma e nel 1972 fu eletto per la prima volta deputato. In Parlamento si impegnò nella commissione antimafia e nel 1976 firmò un’importante relazione di minoranza in cui per la prima volta si mettevano in luce i legami tra Cosa nostra e influenti uomini politici locali spesso legati alla Dc, come i cugini Nino e Ignazio Salvo, Salvo Lima, referente della corrente di Giulio Andreotti in Sicilia, Giovanni Gioia, protettore dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. A partire dal 1979 La Torre si dedicò alla definizione di una proposta di legge che stabiliva la confisca dei beni dei mafiosi, il controllo dei loro conti bancari e soprattutto introduceva il reato di associazione mafiosa, fino a quel momento incredibilmente assente dal codice penale italiano.
Nell’estate del 1981 giunse improvvisa la sua decisione di tornare a dirigere il Pci in Sicilia. Era la scelta consapevole di chi voleva combattere in prima linea la mafia in anni in cui la sua offensiva si era fatta particolarmente virulenta. Una sfida ritenuta intollerabile da Cosa Nostra che il 30 aprile 1982 lo uccise a Palermo insieme con il suo collaboratore Rosario Di Salvo. Lo stesso giorno Dalla Chiesa fu nominato prefetto della città e il 3 settembre 1982 anche lui cadde sotto i colpi della mafia. Dieci giorni dopo il progetto di Pio La Torre divenne finalmente legge e consentì nel 1986 di portare alla sbarra la cupola di Cosa Nostra. Anche per questo è utile in questi giorni ricordare Pio La Torre e la sua battaglia: fatta di politica, di buona politica.

Autore: Giuseppe Bascietto, Claudio Camarca
Titolo: Pio La Torre. Una storia italiana
Edizioni: Aliberti
Pagine: 176
Prezzo: 16,50 euro

Fonte: www.lastampa.it

Per approfondimenti visita il sito del Centro di studi e iniziative culturali "Pio La Torre": http://www.piolatorre.it

martedì 29 luglio 2008

Il governo cancella i livelli essenziali di assistenza sanitaria

Si comincia dai più deboli: dai malati cronici, dai disabili, dagli indigenti. La linea dei tagli del governo Berlusconi sceglie la sanità “sociale” come banco di prova del ridimensionamento complessivo del welfare. Si comincia a tagliare laddove le spese si ritengono un optional e il sospetto che ci si prepari a un sistema di sanità povera per i più poveri è venuto in testa a molti. Esemplare, sia dal punto di vista più tecnico rispetto alle scelte di policy sociale, sia dal punto di vista politico generale (vedi per esempio le risposte del ministro Sacconi), la scelta di cancellare il decreto varato dal governo Prodi sui cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza.
Il decreto varato dopo mesi di lavoro dal governo di centrosinistra di Romano Prodi era stato il frutto di una battaglia anche all’interno dello stesso schieramento di centrosinistra. Durante tutto il periodo del governo si è tentato infatti di arrivare a una definizione generale dei “livelli essenziali delle prestazioni”. L’ex ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, in ogni convegno, ribadiva che arrivare a una definizione generale di tutte le prestazioni sociali sarebbe stata un’impresa quasi impossibile se non si fosse scelta la strada della gradualità. Il tutto e subito – come è noto – è solo uno slogan, soprattutto quando ci sono di mezzo ingenti finanziamenti per garantire il welfare. Per questo il governo Prodi, alla fine, aveva deciso di partire dai livelli essenziali più essenziali, ovvero quelli sanitari. Il decreto sui Lea era nato da quella esigenza e in pratica introduceva una maggiore garanzia di assistenza ai malati cronici, a cominciare dall'Alzheimer; forniva apparecchi ai non vendenti e alle persone incapaci di parlare; introduceva il riconoscemento sanitario di 109 malattie rare, mentre ampliava i servizi di protesi con l'introduzione di nuovi ausili informatici e rafforzava l'assistenza a domicilio ai malati terminali. Con il decreto Prodi era stato introdotta la gratuità per il vaccino contro il papilloma virus, causa del cancro all'utero.
Tutto questo è ora cancellato. La motivazione del governo è che non c'era la copertura finanziaria per quel decreto, problema che era stato posto anche dalla Corte dei Conti. «Il decreto del governo Prodi era un atto puramente elettorale», ha spiegato con una certa enfasi il ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, che parla di promesse che non si possono mantenere. In realtà il decreto era già in vigore e con le promesse elettorali non aveva nulla a che vedere. Inoltre, come hanno detto tutti i sindacati e le associazioni del Terzo Settore, se esistevano delle difficoltà nell’assicurare la copertura finanziaria, sarebbe stato opportuno aprire un dialogo per arrivare a un compromesso. E invece il governo, com’è nel suo stile, non ha voluto ascoltare nessuno e ha tagliato. Il ministro Sacconi tenta comunque un recupero in extremis, dicendo che le prestazioni, «verranno reintrodotte, ci sta lavorando il sottosegretario Fazio». Ma a oggi tutte quelle prestazioni sono semplicemente cancellate con un colpo di spugna. Non c'erano gli 800 milioni necessari a finanziare gli interventi.
La Cgil protesta e chiede il ripristino del decreto, mentre per l'ex ministro della Salute, Livia Turco, «le risorse c'erano, e sono state stralciate dal governo». Anche i sindacati dei medici protestano. «Prendiamo atto che la legislazione ci è ostile – hanno dichiarato i dirigenti dell'Anaao (medici ospedalieri) - e che le scelte fatte avranno come conseguenza un servizio sanitario più povero con professionisti demotivati. Ma le ricadute ci saranno soprattutto sui cittadini». I medici ospedalieri sono già sul piede di guerra: a ottobre hanno annunciato uno sciopero di tre giorni.
«Questo è un atto di irresponsabilità grave, in particolare nei confronti delle donne e dei soggetti deboli», ha dichiarato Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva. I livelli essenziali di assistenza, aggiunge, «sono fondamentali per garantire l'unitarietà del sistema e dunque, con questo atto, si aggraveranno, di fatto, le disuguaglianze dei cittadini a seconda della regione di residenza.
«Abbiamo ascoltato con estrema attenzione e forte preoccupazione le parole del sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, secondo il quale il ritiro dei Lea è stato un atto dovuto». Lo hanno detto le portavoci del Forum del Terzo Settore, Maria Guidotti e Vilma Mazzocco, preoccupate che la «versione più leggera dei Lea che il governo intende presentare a settembre» possa rappresentare «un ulteriore passo verso un sistema di sanità pubblica sempre più privata». Già ora, aggiungono Guidotti e Mazzocco, «non riusciamo a identificare quali possano essere le voci che il sottosegretario ritiene così poco rilevanti da poter essere eliminate nella nuova stesura». Ad ogni modo, concludono le portavoci, «noi ci aspettiamo che i Lea vengano garantiti, che non ci sia un taglio dei diritti, che la riforma dei sistemi di welfare venga definita con le parti sociali e che non ci siano più provvedimenti a carattere emergenziale posti all'ultimo secondo in Finanziaria».
«Dal governo ancora brutte notizie sul piano delle politiche sociali, dalle conseguenze gravissime», ha detto Michele Mangano, presidente nazionale dell’Auser, secondo il quale la revoca dei Lea «rappresenta un’ulteriore mazzata alla sanità pubblica. Un bel regalo estivo agli italiani soprattutto a coloro che si trovano in condizioni di disagio e fragilità». E oltre al taglio dei Lea, il governo prepara tagli ai posti letto negli ospedali, la diminuzione degli organici, blocco del turn-over e nessun futuro per 12.000 precari che lavorano nelle strutture ospedaliere, tagli ai fondi destinati alla sanità, perché il Patto per la salute, sottoscritto con le Regioni, è stato ridimensionato.

Paolo Andruccioli
Fonte: www.rassegna.it

domenica 27 luglio 2008

Sentenza-amianto a porto Marghera

Martedì 22 luglio il giudice monocratico penale Barbara Lancieri, del Tribunale di Venezia, ha emesso una sentenza di condanna a carico di alti dirigenti della Fincantieri, responsabili della morte di 14 persone – undici operai e tre donne, mogli di tre di loro – che, senza alcuna difesa maneggiavano amianto (o asbesto, dal greco, che significa indistruttibile) un minerale la cui estrazione e utilizzo è messa al bando in Italia dal 1991, ma da almeno 50 anni sotto sorveglianza, per gli effetti cancerogeni irrimediabilmente mortali.
I dirigenti condannati – 21 anni di carcere complessivi per omicidio colposo – sono sette, tra i quali compare anche l'attuale presidente della Fincantieri Corrado Antonini.
Si tratta di una sentenza di grande importanza, per due motivi: rivela, in tre anni di dibattimento e trenta udienze, uno scenario raccapricciante dominato da malattie dal decorso straziante, e morte successiva dovute all'uso dell'amianto; uno scenario che dal territorio veneziano induce a spostare l'attenzione in altre zone del paese, dove l'amianto ha trovato impiego in molti settori e falcidiato vite umane.
L'altro motivo, che pone questa sentenza quale punto avanzato della giurisprudenza, è che gli imputati sono stati chiamati a rispondere e condannati per la morte di tre donne, vittime conseguenti dell'attività dei loro congiunti. Cioè, non sono state aggredite dalle fibre d'amianto in fabbrica, ma in casa, dove lavavano sciorinavano stiravano le tute da lavoro dei loro mariti.
Ci si poteva anche sedere mentre per una ventina di minuti è andata avanti la lettura della sentenza, ma tutti sono rimasti in piedi ad ascoltare in silenzio. Conclusa la lettura c'erano degli occhi lucidi, e un sentimento di sollievo. Non c'era chi non ricordasse che in questa stessa sala, in quest'aula bunker, sette anni fa, venne letta la sentenza Petrolchimico , che come un frantoio schiacciò un'aspettativa collettiva profonda di giustizia, assolvendo inaspettatamente tutti gli imputati. Certo non è acqua passata.
Gli imputati, l'hanno già detto, ricorreranno in appello, ma intanto dovranno sganciare, più o meno subito, provvisionali decise dal giudice per un totale di circa tre milioni di euro. Anche questo elemento, pur non essendo il rimedio alla vita perduta, incoraggerà i più restii a reclamare un loro diritto. La sentenza infatti ha tolto il cappello alla punta dell' iceberg .
Breda-Fincantieri ha alle proprie dirette dipendenze 1180 lavoratori, ma gestisce 2600/3000 lavoratori distribuiti in 500 aziende d'appalto; una massa difficile da controllare; prevalgono operai bangladesci, croati, rumeni e del nostro meridione. Le condizioni di lavoro sono critiche sia dal punto di vista sanitario che della sicurezza.

di Enzo Manderino – Megachip
Fonte: http://www.megachip.info/index.php
Altri articoli sulla sentenza:
- Amianto, condannati i vertici della Fincantieri. (http://www.gazzettino.it)
- Breda, morirono per amianto. (L'Unità)

- Inail: Rapporto annuale sull'andamento infortunistico nel 2007

sabato 26 luglio 2008

Ecco le leggi precarizzanti

Una gragnuola di leggi costruite per rendere ancora più precario il lavoro. Sarà più facile imporre le dimissioni alle lavoratrici in gravidanza, si riducono le pause, si potrà licenziare in cambio di un indennizzo. E, chicca delle chicche, si potranno avere apprendisti anche solo per un mese. Sono solo alcuni dei «capolavori» messi in cantiere dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi e dalla maggioranza di governo, che nel tourbillon di emendamenti alla manovra finanziaria in pochi giorni sta disfacendo diritti acquisiti in tanti anni. E poi alcuni li ritesse, come una tela di Penelope. E' di ieri infatti la notizia di una marcia indietro su due fronti, dopo le proteste di Pd e Cgil: l'obbligo di registrare il lavoratore il giorno precedente l'inizio d'attività, prima soppresso e oggi restaurato; il ridimensionamento del «voucher», o ticket a ore, limitato a studenti e pensionati e alle micro-imprese familiari. Ecco un piccolo vademecum delle contro-riforme sacconiane, contenute quasi tutte nel decreto 112 che compone la manovra. Le abbiamo ricostruite grazie alla guida di Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro Cgil nazionale.
I contratti a termine
Sui contratti a tempo determinato abbiamo due interventi diversi. Il primo, rappresenta un attacco simbolico all'articolo 18: si dispone infatti che nel caso in cui un'azienda abbia violato le causali per l'accensione di un contratto a termine, non scatti più l'assunzione a tempo indeterminato, ma l'imprenditore può chiudere la faccenda risarcendo il lavoratore con una somma che va da 2,5 a 6 mensilità di salario. Dall'altro lato, si interviene sul Protocollo welfare dello scorso anno in merito ai 36 mesi e all'obbligo di assunzione dopo un'unica proroga: la riforma prevede che possano derogare non solo i contratti nazionali, ma anche quelli territoriali o aziendali, senza però definire una scala gerarchica tra di essi. «Così si scardina - commenta Treves - un punto centrale del testo Cgil, Cisl e Uil sui contratti, dove si dice che gli ambiti del secondo livello devono essere stabiliti nel contratto nazionale».
Orari, pause e lavoro notturno
Oggi il riposo settimanale deve essere minimo di 35 ore consecutive; il governo introduce una norma che prevede il calcolo delle 35 ore su uno spazio più ampio, ovvero 14 giorni. «Si potrebbe configurare la lesione di un principio costituzionale - spiega il rappresentante Cgil - dato che la Carta parla di "diritto al riposo settimanale"». Dall'altro lato, si stabilisce per legge che le norme su riposi, pause, lavoro notturno e introduzione al lavoro notturno possano essere «derogabili a livello di contratto nazionale o, in assenza di specifiche disposizioni, anche a livello territoriale e aziendale». E dire che oggi, la gestione del lavoro notturno, con i presidi sanitari necessari, le esenzioni e altre possibili tutele, viene trattata con Rsu e Rsa: in futuro potranno essere scavalcate.
Le dimissioni volontarie
Viene abrogata la legge 188 del 2007, quella che rendeva valide le dimissioni solo se fatte su un modulo del ministero del Lavoro, con impresso un codice alfanumerico a progressione cronologica. Si poteva evitare così che il datore di lavoro imponesse la firma delle dimissioni in bianco, per utilizzarle poi a suo comodo quando una lavoratrice è in gravidanza, o quando il dipendente si infortuna o ammala per lunghi periodi. La tutela viene cancellata senza introdurre altri mezzi di contrasto. Sacconi ha spiegato che si semplificano così pratiche burocratiche farraginose.
Il job on call (lavoro a chiamata)
Vengono «resuscitate» le norme cancellate dal governo Prodi, relative al lavoro a chiamata. Già contenuto nella legge 30, il job on call non era mai realmente decollato. Il lavoratore può essere assunto offrendo la propria reperibilità ed essere chiamato alla bisogna: quando non lavora avrà un'indennità pari al 30% del salario. Se non offre la reperibilità, è pagato solo quando lavora.
La registrazione il giorno prima
Un emendamento aveva cambiato la legge introdotta l'anno scorso, che prevedeva l'obbligo per il datore di lavoro di registrare il lavoratore il giorno prima dell'inizio dell'attività, norma utile a contrastare il sommerso e l'abitudine di registrare i lavoratori solo quando si infortunano (o, peggio, muoiono): la modifica introdotta imponeva la registrazione entro 5 giorni dopo l'inizio dell'attività. Ma ieri il ministro ha fatto marcia indietro, e ha ripristinato la regola del giorno prima. La Cgil e l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano notano che «la mobilitazione paga», ma che «comunque bisogna vigilare».
Il voucher o «ticket lavoro»
Il voucher è un buono che può essere emesso da Inps, agenzie interinali e dagli enti bilaterali aziende-sindacati. Serve a retribuire con una «paga globale»: dovrebbe essere di circa 10 euro, comprendenti oltre al netto tutti i contributi. Il governo lo voleva dedicare ai lavoratori stagionali dell'agricoltura, delle imprese familiari di turismo, commercio e servizi, e ai giovani under 25 che svolgessero lavori durante le vacanze. Il rischio è che inglobando tutto, il voucher cancella il contratto nazionale, ferie, malattia, sussidi di disoccupazione, etc. Un emendamento (ancora non chiaro nella sua formulazione) ha ristretto la platea: il voucher sarebbe così limitato a studenti e pensionati e alle micro-aziende. I sindacati Flai, Fai e Uila si dicono «parzialmente soddisfatti», ma evidenziano che «anche così c'è il rischio di lavoro nero ed elusione contributiva». Ancora, la Cgil, con Treves, si dice «contraria all'emissione dei voucher da parte degli enti bilaterali». A questo punto si prefigurano persino enti bilaterali separati, se Cisl e Uil saranno d'accordo nell'emetterli.
Appalti e indici di congruità
Si abrogano le disposizioni attuative sulla responsabilità in solido delle amministrazioni pubbliche rispetto alle aziende di appalto: sarà più difficile per il lavoratore individuare con chi rivalersi in caso di fallimento o «sparizione» della piccola impresa d'appalto. Abrogati anche gli «indici di congruità», quelle tabelle che stabilivano il numero di lavoratori minimo per una produzione o un servizio erogato, segnalando così possibili casi di sommerso.
L'apprendistato rapido
Il Protocollo Welfare aveva disposto una delega al governo per riformare l'apprendistato, «in intesa con Regioni e parti sociali». Il governo sta violando la delega, perché ha disposto la riforma da solo. Intanto non si prevede più un periodo minimo: potremo avere anche apprendisti per un solo mese. Poi si individua l'impresa come «luogo formativo per eccellenza», sottraendo la formazione alle Regioni. La stessa certificazione, non sarà più emessa dalle Regioni, ma dagli enti bilaterali.
Libro Unico e ispezioni
Viene istituito un unico libro che contiene tutti i dati relativi al lavoratore, come le ore di straordinario. Sarà molto più difficile per il lavoratore accedere a quanto lo riguarda: la busta paga potrà essere sostituita da una «copia della scritturazione sul Libro Unico», senza le voci dettagliate per calcolare subito eventuali ammanchi. Il Libro può essere aggiornato entro il sedicesimo giorno del mese successivo, e tenuto presso lo studio del proprio commercialista. Anche un ispettore del lavoro, così, potrà fare più fatica a reperirlo e non lo avrà immediatamente. Si prevede poi che potrà evitare le sanzioni sul lavoro nero un'impresa che, all'atto della visita ispettiva, non mostri la volontà di occultare chi è irregolare. Insomma, una «sanatoria preventiva».

Antonio Sciotto
Fonte: Il Manifesto 19.07.08

martedì 22 luglio 2008

Passaggi a 6 ore

In data 21/07/2008 è stata confermata l’applicazione dell’accordo siglato tra le OO.SS. Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom Uil nella parte che prevede l’estensione oraria (da 4/5h a 6h giornaliere). Dalla data del 28/07/2008 l’Azienda inizierà la convocazione dei lavoratori che hanno diritto, in questa tranche, al passaggio a 6 ore. Gli aventi diritto in questa prima fase (dal mese di settembre) sono complessivamente 147 unità.
La graduatoria è stata effettuata solo in base all’anzianità lavorativa, tenendo conto di tutti i rapporti di lavoro tenuti con l’Azienda. La graduatoria comprende tutti i lavoratori Atesia/Almaviva C. con anzianità dal giugno 1989 a settembre 1999.
Insieme ai passaggi di livello inquadramentale, ad oggi più di 200, l’implementazione dell’orario di lavoro segna un avanzamento concreto verso una normalizzazione di questa Azienda.
Invitiamo tutti i lavoratori a contattare le rsu qualora dovessero reputare di essere stati ingiustamente esclusi in base all’anzianità contrattuale. Sarà nostro impegno verificare tali segnalazioni con l’ufficio del personale e restituire concrete risposte.
Roma 22/07/2008
Rsu Atesia/Almaviva C.

Comunicato 21.07.08

In data 21/07/2008 si è svolta una riunione tra RSU ed Azienda dove ci sono state fornite alcune risposte circa gli argomenti trattati nella riunione ultima scorsa.
E’ stato comunicato in via ufficiale che per tutto il personale pt 4/5/6h che ha effettuato straordinario maturando il diritto alla pausa pranzo (effettuando almeno 6,50h di lavoro effettivo), si procederà ad un recupero delle pause pranzo non conteggiate come straordinario e le stesse verranno riaccreditate nelle prossime mensilità. Per tutto il personale che effettua straordinario dal mese di luglio 2008 in poi con queste modalità, la pausa pranzo sarà invece correttamente conteggiata nella busta paga corrispondente.
Inoltre, in seguito all’armonizzazione del personale (operatori) Atesia 8,50h avvenuta ad aprile 2008, l’azienda procederà ad armonizzare anche il personale di staff con decorrenza 01/10/2008 eliminando la mezz’ora di pausa pranzo fuori dall’orario di lavoro e riportando lo stesso ad 8h effettive.
Sempre con decorrenza 01/10/2008 verranno erogati i passaggi di livello da 4° a 5° per tutto il personale di staff.
Consideriamo queste risposte sicuramente positive e in linea con l’obiettivo comune di “normalizzare” una realtà lavorativa fino ad oggi ingestibile e disomogenea.
Consapevoli che la strada è ancora lunga, continueremo a chiedere con forza che tutto ciò che ci spetta ci venga riconosciuto.
Roma 22/07/2008
RSU ATESIA/ALMAVIVA C.
Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom Uil

Comunicato Tim out

In data 18/07/2008 ci è stato comunicato dall’azienda che il servizio Tim out subirà una drastica riduzione dei volumi di traffico con un esubero rispetto all’attuale staffaggio di circa 40 fte.
A fronte di questo la dirigenza aziendale ha individuato tra le possibilità di ricollocazione solo i bacini di Tim 119 inbound e Comune di Roma (nella sede di via Casal Boccone).
Per la ricerca di personale che prenderà servizio sul Comune di Roma si procederà ad utilizzare i seguenti criteri:
- conoscenza della lingua inglese
- diploma di scuola superiore
- richiesta volontaria di trasferimento/vicinanza alla sede
Coscienti che sul servizio Tim out sono confluite nel corso dei mesi precedenti diverse realtà lavorative abbiamo fatto presente all’azienda tutte le difficoltà che tali spostamenti creeranno e li abbiamo invitati a trovare delle soluzioni condivise tali da ridurre l’impatto sui lavoratori.
Ribadiamo comunque che la volontarietà è per noi elemento imprescindibile e auspichiamo che non vi saranno spostamenti coatti che inevitabilmente produrranno un clima di tensione che certo non giova ad una commessa che nasce ora.
Roma 22/07/2008
Rsu Slc Cgil/Fistel Cisl/Uilcom Uil

venerdì 18 luglio 2008

Dichiarazione di Morena Piccinini Segretaria Confederale CGIL

I provvedimenti varati dal governo avranno un impatto assai negativo sui servizi socio-sanitari.
Non è solo il sindacato a denunciarlo. Proprio in queste ore tutti i presidenti delle Regioni affermano che la manovra finanziaria decisa dal governo rischia di mettere in ginocchio il Servizio Sanitario Nazionale. C’è innanzitutto la questione del ticket di € 10 sulle visite e gli esami specialistici. Il Ministro Tremonti vuole scaricare sulle Regioni e sui cittadini l’onere di recuperare le risorse necessarie a cancellare quel ticket. Da parte nostra ribadiamo ciò che da sempre sosteniamo: il ticket è iniquo e va cancellato. La copertura finanziaria per cancellarlo era già un impegno a carico dello Stato in coerenza con il “Patto per la salute”. Per il governo, poi, l’accesso al finanziamento integrativo per gli anni 2010 e 2011 per quelle Regioni che dovessero sforare i tetti di bilancio è condizionato ai tagli delle spese per il personale e al pagamento di eventuali ticket da parte dei cittadini, anche quelli attualmente esenti! A pagare, insomma, devono essere i lavoratori, i cittadini e le Regioni.
La manovra finanziaria, inoltre, prevede per gli anni 2010 e 2011 tagli alla sanità che possono arrivare fino a 9 miliardi di euro. È evidente che con tali scelte, se dovessero essere confermate, renderebbero impossibile per tutte le Regioni, anche quelle storicamente più virtuose, programmare una efficace rete di servizi socio-sanitari di qualità. Il governo sceglie così la strada del conflitto istituzionale con le Regioni e gli enti locali e colpisce attraverso i tagli uno dei servizi essenziali per i cittadini.
Non faremo mancare il nostro impegno e la nostra iniziativa per contrastare queste scelte.
Roma, 16 Luglio 2008
Morena Piccinini

giovedì 17 luglio 2008

Verso la prima manifestazione nazionale dei lavoratori dei call center

Il settore dei call center ha conosciuto in questi anni una profonda evoluzione, con migliaia di lavoratori stabilizzati e con un impegno congiunto dei Sindacati e delle Istituzioni (Ministero del Lavoro, Servizi Ispettivi, Inps, Inail) per contrastare il ricorso al lavoro precario e irregolare.
Questo impegno ha portato anche i principali committenti – soprattutto sull’inbound – ad assegnare nuove commesse tenendo conto del nuovo costo del lavoro e del tentativo di scommettere sulla qualità dei servizi.
Purtroppo molto rimane ancora da fare!
Vi sono decine di call center che – ricorrendo al lavoro a progetto, nonostante anche le circolari del Ministero del Lavoro – continuano ad alimentare fenomeni di dumping, generando lavoro precario e mal pagato.
Tutto ciò avviene a danno delle imprese che hanno stabilizzato e che più vogliono investire sulla qualità.
Tutto ciò avviene a danno degli oltre 24 mila lavoratori stabilizzati e di tutti i lavoratori delle aziende di TLC.
Occorre rafforzare ulteriormente l’azione ispettiva, in particolare verso quelle imprese che lavorano sull’outbound, per verificare il rispetto della circolare n. 8/08 del Ministero del Lavoro.
Occorre che i committenti sottoscrivano una vera e propria “Carta della Responsabilità”, impegnandosi a non praticare gare al massimo ribasso ed in ogni caso ad assegnare attività solo a chi ha lavoratori subordinati e rispetta le norme del CCNL e della 626/94 (legge sulla salute e sicurezza.
Occorre attivare nuovamente il Tavolo nazionale sui Call Center presso il Ministero del Lavoro, anche per sapere che fine hanno fatto gli oltre 8 mila verbali frutto dell’attività ispettiva fino intrapresa (verbali che registravano altrettanti contratti a progetto illegittimi e quindi da trasformare in contratti subordinati).
Occorre introdurre nel settore delle TLC clausole sociali innovative a garanzia dei lavoratori nei casi di cambi di appalto.
Per la difesa dell’occupazione dei lavoratori a tempo indeterminato. Per stabilizzare gli oltre 30 mila lavoratori con contratto a progetto (la maggioranza dei quali andrebbero trasformati in contratti subordinati). Per una crescita del settore basata sulla qualità e nuovi servizi e non sulla sola competizione su salari e diritti. Per una più efficace lotta al lavoro irregolare e per una maggiore responsabilità dei committenti.
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL invitano tutti i lavoratori dei call center alla massima mobilitazione, con assemblee e attivi unitari in tutte le aziende e – dove possibile – anche con iniziative pubbliche coinvolgendo istituzioni locali e le Confederazioni, in preparazione di una grande manifestazione nazionale da tenersi il 19 settembre prossimo a Roma.

Roma 7 luglio 2008
LE SEGRETERIE NAZIONALI DI SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL

mercoledì 16 luglio 2008

Comunicato 15.07.08

In data 15/07/2008 si è svolto un incontro tra Azienda ed RSU Atesia/Almaviva Contact nella quale si sono affrontati diversi argomenti:
- estensione a pt6h come da accordo sottoscritto in data 21/05/2008
- armonizzazione pausa pranzo (0,5h incluso nell’orario di lavoro) per gli operatori in straordinario (orario complessivo 8h) e per il personale di staff con contratto Atesia (attualmente 8,5h)
- visibilità a tutti i dipendenti delle percentuali giornaliere di fruizione ferie e rol così come previsto dall’accordo del 21/05/2008
- visibilità ed equità della redistribuzione delle ore di straordinario a tutto il personale che ne fa richiesta
- livelli inquadramentali per il personale dello Staff.
- utilizzo doppia cuffia.
Sono state inoltre avanzate alcune criticità relative alla gestione del personale.
Un incontro che darà risposte definitive e risolutive su tali argomenti si svolgerà la prossima settimana.
Si comunica invece, in via ufficiale, che l’azienda provvederà ad effettuare il passaggio al V livello inquadramentale a tutto il personale ats/tl, attualmente ancora al IV°, dal 01/10/2008.
Rsu Atesia
Slc Cgil-Fistel Cisl-Uilcom Uil
Cobas
Rsu Almaviva C.

lunedì 14 luglio 2008

Prova antincendio 11.07.08

In merito alla prova antincendio del 11/07/2008 si sono evidenziate moltissime criticita’ ed impreparazioni ad un evento in “teoria” pianificato:
• LA SIRENA ANTI INCENDIO NON HA FUNZIONATO
• LE PORTE ANTI INCENDIO IN ALCUNI LOCALI NON SI SONO CHIUSE (es. stabile Roma tre)
• I LAMPEGGIANTI NON SI SONO ATTIVATI
• NON TUTTI I SETTORI ERANO A CONOSCENZA DELL’EVENTO
• LE SCALE DI EMERGENZA SONO OSTRUITE ALCUNE ADDIRITTURA DA TRAVI DI FERRO.

Riteniamo, inoltre, che l’orario previsto per tale simulazione (8 di mattina), non dia la giusta percezione di ciò che potrebbe accadere in orari dove il personale è presente in modo massiccio in azienda.
Chiediamo che tale prova venga ripetuta in tempi brevissimi e che sia effettivamente funzionale alla salvaguardia di tutti i lavoratori in caso di evento reale.
Abbiamo così appreso in data 11/07/2008 di non essere assolutamente preparati in caso di incendio, e vi sollecitiamo a prendere tutti quei provvedimenti per consentire quantomeno le misure minime di sicurezza in un luogo di lavoro che arriva a ospitare più di 2000 persone.
Roma, 14/07/2008
RLS ALMAVIVA C./ATESIA
SLC-CGIL

domenica 13 luglio 2008

La rivolta degli scrittori per ragazzi

E' un'esperienza comune a tutti i genitori: essere messi in contraddizione dalla logica ferrea e spietata dei bambini. Fare un predicozzo sulla necessità di non mangiare troppi snack perché "fanno male" e sentirsi domandare: "E' allora tu perché fumi?". Poi ci sono le contraddizioni, diciamo, "di categoria", cioè dell'intero mondo degli adulti - "Perché non devo dire parolacce quando le dicono i grandi in tv?" - che sono, in fondo, il primo affacciarsi del bambino alla politica.
Gli scrittori per l'infanzia - in realtà scrittori tout court che avvertono più degli altri la responsabilità dell'essere scrittori - conoscono bene il problema. Lo incontrano spesso. Ma non avevano immaginato di potersi un giorno imbattere in quello, gigantesco, posto dalla decisione di prendere le impronte digitali ai bambini rom. Cioè trattare dei bambini in modo diverso dagli altri. L'esatto contrario di quanto nei loro libri, nei loro racconti e nelle loro filastrocche tentano di trasmettere: l'idea dell'uguaglianza e della solidarietà.
Così hanno cominciato a scambiarsi mail, a discutere, e una di loro - Vanna Cercenà - ha scritto una lettera-appello che ha subito raccolto ventuno firme. E tutto fa pensare che molte altre se ne aggiungeranno nei prossimi giorni.
Chi volesse saperne di più può andare a vedere nei siti Internet di Moony Witcher (www. sestaluna. eu), di Alberto Melis (www. albertomelis. it) o di Bruno Tognolini (www. tognolini. com). Ma la frase centrale dell'appello già chiarisce qual è il problema. Gli scrittori per l'infanzia affermano che una misura come quella delle impronte digitali rende molto più complicato un aspetto essenziale della loro missione: "Proporre ai nostri piccoli lettori testi che parlano di solidarietà, di incontro tra i popoli, o narrano violenze e prevaricazioni subite dai loro coetanei come se fossero accadute nel passato e non potessero ripetersi mai più".
Andando a leggere nei vari blog si possono trovare le motivazioni personali di alcuni dei firmatari. Per esempio quella, molto ambiziosa, del poeta e narratore Pietro Formentini il quale auspica che l'iniziativa di solidarietà verso i bambini rom serve anche a promuovere "una più matura scolarizzazione degli uomini politici italiani". O quella, indignata, di Emanuela Bussolati: "Queste schedature le abbiamo già viste e non avremmo mai più voluto rivederle. Se si va sul sito di Auschwitz si può leggere che prezzi abbiano già pagato rom e sinti".
I firmatari sono, oltre a quelli citati, Emanuela Nava, Dino Ticli, Janna Carioli, Angelo Petrosino, Francesco D'Adamo, Luisa Mattia, Arianna Papini, Guido Sgardoli, Roberto Denti, Giusi Quarenghi, Angela Nanetti, Stefano Bordiglioni, Aquilino, Roberto Piumini, Maria Rosa Vismara. Gli esperti del genere riconosceranno in questa prima lista una parte considerevole dei narratori italiani per i ragazzi. Uno di loro, Bruno Tognolini, ha deciso di aggiungere alla sua firma un intervento realizzato con le tecniche del mestiere. Una filastrocca. Ci ha autorizzato a proporla ai lettori de "gli altri noi". Lo facciamo volentieri, anche perché dimostra come sia possibile conciliare l'indignazione e il sorriso.

Il Ministro dell'Ordine
Ed i piccoli zingari
Con le impronte degli indici
Giocano a pari o dispari
Prima del gioco dicono
Ciascuno cosa mette
"Io metto le manine"
"Io metto le manette".
(glialtrinoi@repubblica.it)
Fonte: http://www.repubblica.it

giovedì 10 luglio 2008

Intervista a Yunus, il banchiere dei poveri

«Il Welfare fa sopravvivere, noi diamo un futuro»
di Francesco Olivo

ROMA (9 luglio) - Quando concesse un prestito di 27 dollari alle donne di un villaggio del Bangladesh, il professor Yunus capì che quello era un modello economico per far uscire milioni di persone dalla povertà. Lo presero per matto. Poi, dopo molti anni, ha vinto il premio Nobel per la pace e il microcredito è diventato una realtà in ogni angolo del mondo. La sua Grameen Bank fornisce piccoli prestiti che risvegliano lo spirito imprenditoriale anche nei mendicanti. Muhammad Yunus, bengalese di origine, 68 anni, economista e banchiere, è a Roma per presentare il suo libro Un mondo senza povertà (Feltrinelli, 237 pagine, 15 euro) e per ricevere la laurea honoris causa della facoltà di Scienze politiche della Sapienza.
Professore, in genere quelli che hanno teorizzato un’umanità liberata dalla povertà hanno sbagliato ricetta e previsioni...
«Io non sostengo soluzioni ideologiche. Siamo abituati a pensare che, quando un individuo crea qualcosa, ne debba poi beneficiare economicamente. C’è un’altra via, però: quello che produco può essere messo a disposizione per la realizzazione di obiettivi sociali e non di profitti. Il microcredito è un sistema concreto basato sulla fiducia delle persone. La Grameen non ha neanche un avvocato, né un esattore».
Cosa distingue la Grameen dalle banche tradizionali?
«Gli istituti tradizionali prestano soldi a chi già ne ha. Il microcredito ribalta questa pratica: diamo prestiti ai poveri».
Ma cosa vi garantisce che i soldi vengano restituiti?
«L’unica garanzia è la fiducia. Chi ha avuto un prestito sa che, se restituisce i soldi in tempo, potrà accedere ad altro credito. E’ un sistema virtuoso che funziona praticamente sempre».
Ci sono Paesi che stanno uscendo dalla povertà grazie a queste esperienze?
«In Bangladesh l’80% dei poveri è entrato nei programmi del microcredito, ogni villaggio è stato raggiunto. La sfida è arrivare al 100%: in questo modo non solo si migliora l’esistenza delle persone, ma si stimola l’economia del Paese».
Il microcredito si può affiancare allo Stato nei Paesi in cui esiste il Welfare?
«Lo Stato sociale garantisce la sopravvivenza, il microcredito fa uscire le persone dalla povertà. Il Welfare ti aiuta, ma ti tiene fermo dove sei. Lo Stato deve garantire l’assistenza, ma poi deve proporre un’alternativa, dicendo al cittadino: vuoi in regalo 200 euro o ne vuoi 2 mila in prestito per crearti un futuro? All’inizio saranno pochi quelli che rischieranno, ma il loro successo sarà un buon esempio. Lo Stato non deve operare come una banca, ma deve promuovere il business sociale».
Perché i prestiti della Grameen vanno quasi esclusivamente alle donne?
«Perché le donne gestiscono meglio i soldi. I figli e tutta la famiglia ne beneficiano. Se un uomo viene a chiedere un prestito, noi gli diciamo “fai venire tua moglie e vedrai che la pratica si risolve prima”. Funziona così».
Proponendo questo modello di credito alternativo, ha trovato nemici?
«I primi nemici sono stati gli integralisti religiosi ostili al fatto che concedessimo il credito alle donne. I politici, invece, ci dicevano che queste erano questioni loro e non degli economisti. La destra era contraria perché ci rivolgevamo ai poveri, la sinistra perché siamo capitalisti e non rivoluzionari».
E i banchieri? Parlate linguaggi molto diversi...
«Mi ascoltano con attenzione, in qualche modo mi apprezzano. Poi, però, si ritengono incapaci di applicare il modello che propongo».
Si può ipotizzare una data entro la quale la povertà verrà sconfitta?
«Non è facile, ma è utile. Se fissiamo una scadenza, per esempio il 2030, allora ci possiamo impegnare concretamente per rispettarla. Se restiamo vaghi, allora il problema non si risolverà mai».
La povertà è in crescita o diminuisce?
«In generale è in diminuzione. In particolare in Cina, India, Vietnam, Bangladesh e Indonesia, ci sono grandi progressi. Il problema è l’Africa, anche lì il microcredito può fare molto ma è presente solo in piccole realtà».
Rispetto a quando ha cominciato, la situazione è migliore o peggiore?
«Non vedo più la rassegnazione che esisteva un tempo. C’è più speranza che la propria condizione possa migliorare. La sfida maggiore era cambiare la mentalità e questo è uno scopo raggiunto».
Il G8 in corso in Giappone ha in agenda il problema della fame, ne uscirà qualcosa di positivo?
«I leader devono dimostrare di non essere solo dei politici locali. Per loro è un’opportunità. Per quelli che cominciano è una prova importante, per quelli che stanno per lasciare è l’ultima occasione per fare qualcosa di utile».

Muhammad Yunus a Roma

Oggi la citta di Roma ha accolto, con l'accoglienza che le è congeniale, Muhammad Yunus,il banchiere bengalese,inventore del microcredito e il Rettore dell'Università "La Sapienza" gli ha conferito, in mattinata, la laurea honoris causa in SCIENZE PER LA COOPERAZIONE E LO SVILUPPO.
E' una bella notizia se si tiene presente che l'economista è già stato insignito nel 2006 del Premio Nobel per la Pace.
Molti gli studenti presenti presso la Facoltà di Scienze Politiche, i membri del Corpo accademico e tanti i visitatori incuriositi dall'evento.
La stessa facoltà di Scienze Politiche de "La Sapienza" aveva assegnato la laurea honoris causa in passato a LUIGI EINAUDI nel 1958,a LUIGI STURZO nel 1959 e a PAUL GUGGHENHEIM nel1966.
La povertà nel mondo può sparire,si andrà nei musei per vedere cos'era. E' quanto sostiene Yunus,denominato anche "banchiere dei poveri".Una persona che appoggia fino in fondo tutte le ragioni del capitalismo, del guadagno e del mercato.Tuttavia capace di proporre strade diverse come quelle del business sociale.
Il problema è che in tutto il mondo le banche prestano soldi solo ai ricchi-egli precisa.Io invece sono partito dal prestare cifre minime ai poveri per consentire loro di riscattarsi dai debiti e iniziare una piccolissima attività.Le più affidabili per portare avanti questo progetto si sono, via via, rivelate le donne.E così la GRAMEEN BANK ha per clienti al 97 pre cento donne.Quando i mariti poveri hanno pochi soldi e li passano alle mogli, quest'ultime sono costrette a gestire, senza ottenere risultati, un bilancio con scarse risorse. Non appena però la donna riceve in prestito una piccola somma, subito pensa ai suoi figli e al loro futuro. Ossia,quando qualcuno ha in mano del denaro, cambia modo di pensare, di stare al mondo.
Da quel primo esperimento di microcredito oggi la la GRAMEEN BANK ha sedi in tutto il mondo.Compresa New-York.E i prestiti vengono sempre restituiti, dalle donne, fino all'ultimo centesimo. Cosa che non avveniva con gli uomini nella fase sperimentale iniziale.
Solo l'EUROPA non ha ancora una sede della GRAMEEN BANK. Ma non tarderà probabilmente ad arrivare dopo questo primo giro esplorativo di MUHAMMAD YUNUS.
Secondo YUNUS l'essere umano ha una forza enorme che va incoraggiata. Sono le teorie economiche,a suo avviso, che mancano di creatività. I grossi problemi - sottolinea - sono in Africa principalmente. Ma la strada è aperta: anche lì qualcosa si può fare.
L'ottimismo di quest'uomo, il suo carisma, sono contagiosi. Vogliamo credergli.
A CURA DI MARIANNA MICHELUZZI (UKUNDIMANA)

Fonte: http://marianna06.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2008/07/muhammad-yunus.html

domenica 6 luglio 2008

Rom: Cgil aderisce a campagna contro schedatura

La Cgil ha aderito all'iniziativa promossa dall'Arci, che prevede la raccolta volontaria di impronte digitali di personalita' pubbliche e comuni cittadini, per protestare contro la proposta del ministro degli Interni Maroni di creare una banca dati con le impronte digitali dei rom, minori compresi. Le impronte saranno raccolte lunedì 7 luglio a Roma, in piazza Esquilino, dalle 17.30 alle 20 e poi inviate al ministro degli Interni con il seguente messaggio: 'Prendetevi le nostre impronte, non toccate i bambini e le bambine rom e sinti'. La Cgil partecipera' per protestare contro 'una misura in contrasto anche con le direttive europee che vietano criteri selettivi basati sulla razza o sull'etnia', con una delegazione guidata dalla segretaria confederale Morena Piccinini, dal responsabile del dipartimento immigrazione Pietro Soldini, dal responsabile del dipartimento formazione e ricerca Fabrizio Dacrema, e dal presidente del coordinamento genitori democratici Angela Nava.